Le mille vite di Bernard Tapie: l’uomo che comprò la Francia con una moneta.

Le mille vite di Bernard Tapie ***

Forse dovremmo dare ragione al procuratore della Repubblica Eric de Montgolfier. “Sappia che se un giorno dovesse finire in prigione non sarebbe lei personalmente ad essere rinchiuso ma Tapie, il mito, ciò che lei ha incarnato”. La scena, ambientata nel 1993, condensa uno dei momenti più tragici della parabola di Bernard Tapie. La miniserie Netflix, centrata sulla biografia del notissimo imprenditore francese, raggiunge qui il suo climax emotivo. Poche settimane prima del colloquio (si noti che è lo stesso Tapie a recarsi volontariamente in procura per raccontare una versione dei fatti che risulterà assolutamente inverosimile), il presidente dell’Olympique Marsiglia, già Ministro delle città su indicazione di Mitterand, ha coronato un sogno. La sua squadra ha vinto la Champions League, battendo in finale per 1 – 0 il favoritissimo Milan, quello di Baresi, Maldini, Van Basten e Rijkaard per intenderci. “È il sogno che ha messo in testa a migliaia e migliaia di ragazzini e che domani si sveglieranno con la sensazione di essere stati traditi”, insiste il procuratore.

Perché traditi? Cosa nasconde il trionfo calcistico di Tapie? In un triste ufficio del ministero della giustizia, tra quattro pareti annerite dal fumo di sigaretta, la hybris incontra finalmente la nemesis. In effetti, dovremmo dare ragione al procuratore de Montgolfier. Con il carcere, muore il mito. Tuttavia resta da chiedersi se la figura di Tapie vada oltre l’effimero. In fondo, non si nasce Tapie, piuttosto lo si diventa. Vincere è l’imperativo categorico di Tapie. Anche a costo di truccare la partita di campionato, precedente la finale di Monaco di Baviera, contro il debolissimo Valenciennes. Il fattaccio rappresenta il punto di caduta dell’esistenza di un uomo certo della propria invincibilità.

Due giocatori, Cristophe Robert e Jorge Burruchaga (il marcatore decisivo della finale Argentina – Germania Ovest di Messico 1986), accettano il “premio” di 250mila franchi a testa promesso da Jean-Pierre Bèrnes, direttore generale dell’OM, in cambio di un trattamento di favore nei confronti di Didier Deschamps, Abedì Pele e soci. Un terzo, il difensore Jacques Glassmann, non si piega alla tentazione dei soldi e confessa tutto sempre a lui, l’integerrimo pubblico funzionario. “Io vengo da Mulhouse e da Mulhouse si esce in tre modi: sport, obitorio o prigione”. E pronuncia un termine importante: valori. I valori appresi dalla sua famiglia che non lo hanno fatto cedere.

Anche Tapie viene dalla periferia (suo padre è un installatore di caldaie), coltivando però valori differenti da Glassmann. O forse nessun valore. Per reazione, Tapie si affida a un istinto feroce, quasi animalesco, che si traduce nel desiderio di superare i limiti, in perenne rivolta contro le umili condizioni di partenza.

Tapie, tappa dopo tappa, rompe modelli e meccanismi consolidati. Anche l’avventura politica, in questo senso, è da intendersi in un’ottica pragmatica e strumentale: essere ministro significa, infatti, poter incidere nel tessuto sociale della nazione. Ogni episodio illustra, con piglio didascalico, il manifestarsi di un risentimento trasformato in attivismo. L’odio covato nei confronti dei borghesi diventa sfida, scommessa, provocazione. È una lotta incessante verso chi ha avuto, in ragione della nascita, della famiglia e delle relazioni esclusive che essa può comportare, privilegi inaccessibili ai più, impiegando tutte le risorse a disposizione, compresi trucchi imbarazzanti e meschini.

La miniserie non è elogiativa e ci restituisce un Tapie né simpatico né apprezzabile sul piano morale. D’altro canto, nemmeno troppo detestabile. La figura è, e resta, inevitabilmente contraddittoria. Perché Tapie ha vissuto molte vite, come recita il titolo italiano, restando paradossalmente fedele a se stesso. Uomo dall’indole selvaggia e intimamente proletaria, inebriato dal desiderio di ottenere il successo personale a prescindere dal campo di applicazione (affari, politica). Un uomo contro. Contro il sistema. Contro Parigi. Contro le regole consolidate, le liturgie, i bizantinismi dei palazzi del potere.

La miniserie segue un andamento strettamente cronologico, scandito da pietre miliari e simboli esibiti, in particolare case e auto. Ogni volta, Tapie individua un nemico, una sorta di tipo ideale da sconfiggere. Da giovane e promettente chansonnier ingaggia un duello a distanza con Michel Polnareff, autore della canzone di successo e coverizzata in tutta Europa, Italia compresa, La poupée qui fait non. È interessante notare che Polnareff, figlio di un musicista russo e studente di Conservatorio, può certamente permettersi di voltare le spalle alla sua condizione e rinunciare a un comodo impiego in banca per inseguire i suoi sogni di cantante rock. A Tapie, viceversa, non basta un passaporto per il sole (Passeport pour le soleil è il titolo della sua unica hit, pubblicata nel 1966 con lo pseudonimo Tapy) per sfondare nel campo musicale. Sulla scia di questo fallimento, inizia la sua spettacolare e spesso azzardata attività da imprenditore.

La vita di un personaggio simile si compone di momenti iconici. Uno di questi è quando Tapie si presenta dal suo primo finanziatore e futuro socio di maggioranza… con un televisore sotto al braccio. L’idea è semplice e rivoluzionaria: creare una catena di negozi di elettrodomestici venduti con il trenta per cento di sconto e aperta a una platea di soli abbonati. Lo stesso principio è applicato a un’impresa successiva. Coeur Assistance è un servizio di assistenza cardiologica che promette un intervento in caso di infarto entro mezz’ora dalla chiamata. Tapie è un’araba fenice. Puntualmente crolla e puntualmente risorge. Nella serie emerge la sua ambizione sfrenata di vivere al massimo, senza soffermarsi sui dettagli del galateo. Spinto da moventi che affondano in esperienze personali (il malore del padre lo convince a tentare l’impossibile), non considera le ovvie differenze oggettive tra un campo e l’altro, come se la capacità manageriale sia in grado, si direbbe a priori, di appianare ogni ostacolo.

Tapie millanta di avere ciò che non ha. Per un franco simbolico acquisisce imprese in bancarotta. E usa quelle stesse imprese, ripulite dai debiti e rimesse in carreggiata, per comprarne altre, più grandi. Fino ad arrivare a multinazionali con migliaia di dipendenti. I suoi rapporti con i sindacati non sono idilliaci. L’ideologia però non c’entra. Quando è costretto a licenziare qualcuno (molti, in realtà) mette mano al suo portafoglio. Cerca di non scontentare nessuno, ricorrendo a menzogne, promesse e mezze verità. Prova ad essere un padre di famiglia, a farsi esponente del popolo. È un vincente, un fenomeno, un mito, appunto, degli anni Ottanta. Fragile e incontenibile, scala i vertici del potere economico. La sua energia rompe le convenzioni. Dopo un’esibizione televisiva, in cui entra in scena trionfalmente, elencando con tipico sciovinismo transalpino, le virtù perdute di Francia una per una (“abbiamo inventato la moda, l’industria, la gastronomia…”), viene convocato dal Presidente socialista Mitterand all’Eliseo. Che cosa le manca, signor Tapie?

Sono gli anni dell’ascesa del Front National di Jean-Marie Le Pen. La sinistra soffre soprattutto in periferia, nelle banlieu, dove la presenza di immigrati è preponderante e si formano veri e propri ghetti attraversati da povertà, criminalità e violenza. Con la crisi generalizzata della grande industria, i licenziamenti di massa e le delocalizzazioni all’estero il patto sociale vacilla. La Francia profonda abbandona i partiti tradizionali e premia l’estrema destra. Tapie, che intanto ha comprato l’Adidas, vede nel razzista Le Pen il mostro che nessuno, tranne lui, può abbattere. È l’ennesima sfida.

Nel quinto episodio, il Ministro della Repubblica cerca e trova un duello televisivo. Due outsider si fronteggiano senza esclusione di colpi e con loro si fronteggiano anche due modelli di populismo: Le Pen punta sulle paure della classe media, mentre Tapie si espone come modello alternativo per il medesimo elettorato. Mitterand si complimenta con il Ministro per il coraggio e la chiarezza delle argomentazioni, eppure l’esperienza politica di Tapie dura solo cinquanta giorni. Un errore di “protocollo” lo costringe alle dimissioni. D’altronde, solo lui può immaginare di far ascoltare ai giornalisti una delicata telefonata del Presidente in diretta, senza prevedere le disastrose ed ovvie conseguenze.

Non può passare sotto silenzio la comparazione latente tra le biografie di Tapie e Berlusconi, simboli anche estetici di un’epoca segnata dal narcisismo e, a prescindere dal giudizio positivo o negativo che ognuno di noi può dare su ciascuno, innovatori in una pluralità di campi, certamente guardati con diffidenza dai salotti buoni della finanza. Nella miniserie Netflix i due si incrociano solo a livello calcistico nella citata finale di Champions (sentiamo il francese lamentarsi delle possibili macchinazioni dell’uomo di Arcore per accaparrarsi il prestigioso trofeo continentale). Tapie, pur vincente nel confronto sportivo diretto, nel complesso sconta una fragilità sconosciuta a Berlusconi. Una fragilità prossima alla tragedia, sublimata nelle molte cadute, nei fallimenti professionali e, da ultimo, nel carcere.

Mentre il Berlusconi antropologicamente inteso, come ebbe a scrivere Massimo Fini in un magistrale articolo del 2010, pare divorato da un demone insaziabile che lo porta a non guardarsi mai allo specchio, diversamente Tapie, almeno per come rappresentato nella miniserie, corre avanti, calpestando metaforicamente il proprio stesso cadavere, perché consapevole di essere inseguito dall’ombra di un passato ingombrante.

L’attaccamento alle radici, in forma controversa ed irrisolta, ne condiziona, ad ogni modo, le stesse scelte politiche, con il padre sindacalista (“fosse per lui trasmetterebbero il funerale di Stalin tutte le sere”) a costituire una sorta di pietra angolare di comportamenti e decisioni potenzialmente conflittuali. E ancora, se per Berlusconi elettori, consumatori e telespettatori sono espressioni equivalenti (”la gente”), per Tapie, il miliardario che passeggia a fronte alta nei quartieri difficili raccogliendo applausi e insulti, il popolo non è un soggetto disincarnato, anonimo, disprezzabile. I panini alla marmellata, madeleine di un’infanzia lontana, sono promossi a ideale strumento di coesione sociale nella forma di improbabili merende del cuore.

Nella miniserie trova grande spazio la figura di Dominique, seconda moglie di Tapie, brillantemente interpretata dalla giovane attrice francese Josephine Japy. Dominique si mostra fin da subito paziente, astuta e accondiscendente. È lei a conquistare lui, strappandolo alla vita precedente dopo essersi messa sulle sue tracce. Per amore arriva a sacrificare le ambizioni personali nel campo teatrale. Compagna adorata, eppure messa spesso all’angolo nei momenti chiave, Dominique riesce a ritagliarsi un posto di rilievo, anche nell’ambito professionale, accanto all’uomo pubblico.

Il centro della scena è però occupato da Laurent Lafitte (già diretto da Michel Gondry e Paul Verhoeven, tra gli altri), celebre attore della Comédie-Française, di grande versatilità e perfetto nel ruolo. “Nel mio mestiere devi avere gli occhi più grandi della faccia”, dice Tapie, ritagliandosi addosso una caricatura. È una frase che ben si adatta a Lafitte, straordinariamente attento nel ricostruire una figura dirompente e divisiva.

Nel complesso, la miniserie Netflix, ben congegnata sul piano narrativo (ogni episodio corrisponde a uno snodo della vita del protagonista), scorre tranquilla e un po’ monocorde, complice un nichilismo di fondo riassunto in un imperativo categorico semplice e scontato: quando vieni dal nulla devi sgomitare per farti avanti. La lezione di Bernard Tapie è tutta qui, in una volontà di potenza che ha innalzato, per poi tradire dolorosamente, l’ultimo superuomo di Francia.

Titolo originale: Tapie

Numero di episodi: 7

Durata: Un’ora ciascuno

Distribuzione: Netflix

Uscita in Italia: 13 settembre 2023

Genere: Biopic, drama

Consigliato a chi: fin da piccolo non sa stare seduto su una sedia, ha trovato l’illuminazione semplicemente cambiando canale, ama follemente la paella.

Sconsigliato a chi: ha perso la voce quando avrebbe avuto molto da dire, non conosce la regola del venti (venti parole, venti secondi, venti…), ha sbattuto la testa contro un jukebox.

Visioni e letture parallele:

  • Da citare il film fantasma non distribuito in Italia su Berlusconi: Loro di Paolo Sorrentino, 2019.

  • Un progetto di regia condivisa con venti alunni di una scuola media di Saint Denis: Un film dramatique di Eric Baudelaire, 2018. Disponibile su Mubi.

  • Un libro-inchiesta sulla doppiezza della mente umana, ormai diventato un classico della letteratura mondiale: Emmanuel Carrère, L’Avversario, Adelphi, 2013.

Un animale: il riccio.

Un artista: Picasso.

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