Inu-Oh

Inu-Oh ***

Di fronte alla nuova animazione di Masaaki Yuasa (Mind Game, Devilman Crybaby) si resta letteralmente ammaliati, travolti nel tentativo di cogliere tutta la magia delle immagini partorite dalla fantasia prodigiosa del suo autore: come ascoltando le note del pifferaio di Hamelin si resta ipnotizzati di fronte a tanta audacia compositiva e alla padronanza esuberante del suo autore nel costruire il mondo di Inu-Oh. 

Si finisce così dimenticare una prima parte farraginosa che parte da sin troppo lontano e una seconda invece troppo lineare e ripetitiva, che si affida ad un repertorio musicale non particolarmente innovativo: un problema non indifferente per quella che appare alla fine come un’opera rock che unisce tradizione storica, anacronismi artistici, fiaba e racconto di formazione. 

La cornice con cui il film si apre e si chiude è una sorta di ballata che ci riporta al tempo feudale di un Giappone diviso tra due clan rivali, i Genji e gli Heike.

La vittoria dei primi in una campale battaglia navale, lascia ai secondi solo la possibilità di tramandare le proprie storie grazie ai monaci Biwa e al teatro del Noh.

Trecento anni dopo emissari dello shogun Ashikaga assoldano il giovanissimo Tomona e il padre per cercare di recuperare nelle profondità del mare le preziose insegne imperiali. Quello che trovano è tuttavia la temibile spada tagliaerba, che sprigiona la sua energia lasciando Tomona cieco e orfano.

Alla ricerca della verità Tomona si unisce ad un gruppo di suonatori Biwa, cambia il suo nome in Tomoichi per poter entrare nella troupe e conosce infine Inu-Oh il figlio deforme di uno dei più grandi danzatori del Noh, ripudiato dal padre e costretto ad indossare sempre una maschera per celare il suo volto sfigurato.

Assieme fondano una nuova scuola, Tomona cambia ancora nome in Tomoari e il loro stile rivoluzionario conquista la figlia dello shogun Ashikaga.

Mano a mano che Inu-Oh balla e canta le nuove storie degli Heike, i suoi arti e il suo fisico riacquistano forme comuni: la sua fama cresce a dismisura attirando le invidie degli altri danzatori e le preoccupazioni dello shogun…

Se nella prima parte il film di Yuasa cerca una rilettura storica attraverso la musica dei biwa e le leggende imperiali, privilegiando la storia di Tomona e il suo lungo percorso per avvicinarsi alla musica e alla verità, nella seconda parte, l’incontro con Inu-Oh segna un cambio di prospettiva: i protagonisti di questa storia sono due, entrambi ai margini, entrambi sfigurati senza sapere neppure il perché da uomini troppo avidi ed egoisti per comprendere la portata dei loro comportamenti.

La loro rivolta si incarna in un racconto nuovo di storie antiche, accompagnate da una musica che è il più classico rock anglosassone, lontanissima dalla tradizione medievale giapponese.

L’intuizione del compositore Yoshihide Otomo è quella di raccontare la portata sovversiva dei nuovi cantastorie affidandosi alla musica rivoluzionaria per antonomasia del Novecento.

Il what if musicale del film è troppo spiazzante per assumere realmente un valore narrativo e questo per un verso rende la seconda parte molto più intellegibile ed esplicita, ma anche paradossalmente troppo semplice, riducendo la complessità del racconto e il lavoro filologico sulla musica degli Heike.

Il racconto stesso si fa molto più lineare e chiaro, assumendo come elemento narrativo cardine il rapporto tra padri e figli, fra ribellione alla tirannia paterna e ricerca della propria identità nell’ombra di un padre assente o perduto, come in quasi tutte le opere rock degli anni ’70.

Se da questo punto di vista il film scritto da Akiko Nogi, a partire dal romanzo Tales of the Heike: Inu-Oh di Hideo Furukawa non offre spunti di particolare originalità è invece la messa in scena di Yuasa che si impone, grazie alla bidimensionalità suggestiva del disegno e alla cura pittorica degli sfondi, che associa questa volta alle curiose soggettive dei due protagonisti, l’uno capace di percepire solo aloni e ombre colorate, oltre che gli spiriti, l’altro invece immerso in un mondo di incubi e sogni, mentre la realtà viene sbirciata solo da dietro la sua maschera perenne.

Rimane invece sullo sfondo, ma indubbiamente presente la dimensione sessuale e queer del rapporto tra i due protagonisti, che intercetta temi e interrogativi decisamente contemporanei.

Alla fine i due dovranno piegarsi alla volontà dello shogun, ma finiranno per ritrovarsi ancora molti secoli dopo, continuando a cantare e ballare, perché la necessità e l’urgenza da cui nascevano le loro canzoni rimane eterna.

Tanto ostico è il film nella sua prima parte quanto trascinante nella seconda, grazie alla voce del cantante dei Queen Bee Avu-chan che presta a Inu-Oh la sua potenza interpretativa, i suoi falsetti, la sua grinta.

Il talento di Yuasa, la ricchezza continua e sorprendente delle sue immagini si prestano ad un racconto generazionale e politico, che nella musica trova una forma di liberazione dal pregiudizio e da ogni condizione di marginalità, nonché lo strumento di racconti lontani dall’ortodossia del potere e del dogma ufficiale.

Presentato a Venezia nel 2021 nella Sezione Orizzonti e poi candidato ai Golden Globe nel 2022, arriva nelle sale italiane solo ora grazie a Hikari Edizioni e Double Line

E tu, cosa ne pensi?

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.