Ahsoka: l’universo di Star Wars al suo meglio?

Ahsoka ***1/2

L’impero galattico è caduto, siamo più o meno negli anni della terza stagione di Mandalorian, intorno all’11 ABY (After the Battle of Yavin, scontro che ha segnato la distruzione della prima Morte Nera).

Ahsoka (Rosario Dawson), insieme a pochi illuminati come il generale Hera Syndulla (Mary Elizabeth Winstead), sembra convinta che il Gran Ammiraglio Thrawn (Lars Mikkelsen) non sia morto e che possa rappresentare ancora una minaccia per l’ordine cosmico. Per trovarlo si rivolge alla sua ex-apprendista Sabine (Natasha Liu Bordizzo), una cacciatrice di taglie mandaloriana che, dopo aver scoperto di essere sensibile alla forza, ha seguito l’addestramento proprio dei Jedi, lo stesso che ha svolto per anni sotto ai suoi occhi l’amico Ezra Bridger (Eman Esfandi), padawan di Kanan Jarrus.

Nella serie animata Rebels, Ezra riesce a salvare Ahsoka dalle mani di Darth Vader, trasportandola nel Mondo tra i Mondi, dove però i due vengono aggrediti da Palpatine tramite un’antica magia Sith. Lui e Ahsoka riescono in qualche modo a salvarsi, anche se con percorsi diversi: certo appare chiaro quanto sia speciale il rapporto che lega il ragazzo alla forza. Al termine di Rebels, durante lo scontro con Thrawn sullo Star Destroyer Chimaera, Ezra riesce ad evocare i purgil, balene spaziali capaci di volare nell’iperspazio. I purgil afferrano la nave e scompaiono, portando con sé i due antagonisti. Presumibilmente quindi trovare Thrawn vuol dire anche ritrovare Ezra ed è questo che sta maggiormente a cuore a Sabine. La ragazza mandaloriana decide così di aiutare Ahsoka, ma quando questa viene sconfitta in battaglia da un ex Jedi sopravvissuto alla purga, Baylan Skoll (Ray Stevenson), Sabine non esita ad accordarsi con lui e a consegnargli la mappa stellare di cui è in possesso per raggiungere il luogo in cui i purgil hanno portato la nave di Thrawn ed Ezra. Sembra tutto muoversi in direzione favorevole alla ricostruzione dell’impero, se non fosse che Ahsoka non intende darsi per vinta…

Ahsoka rappresenta al meglio il nuovo universo delle produzioni Star Wars, ne riassume i tanti pregi e ne ripropone anche i (pochi) limiti. La serie è stata realizzata con effetti speciali di alto livello, attori pienamente calati nella parte, avvenimenti calibrati sull’intero ecosistema narrativo (composto da film, serie animate, romanzi, fumetti), presenta piani di lettura stratificati che rendono il prodotto fruibile sia dai fan iperspecializzati sia dagli spettatori occasionali (e anche da quelli, come il sottoscritto, che non appartengono in verità a nessuna delle due categorie!), il tutto con una straordinaria capacità immersiva e descrittiva di mondi, pianeti e creature. I limiti sono soprattutto legati a uno sviluppo narrativo che prevede un inizio lento e senza enfasi per arrivare ad un finale adrenalinico e sovraccarico di emozioni per un singolo episodio. Un limite che in realtà questa serie riesce a contenere, adottando un tono lirico che accompagna lo spettatore verso una necessaria prosecuzione della vicenda.

Dicevamo della capacità degli attori di vivere in simbiosi con i propri personaggi e di immergersi nell’universo della serie: Isabel Rosario Dawson ne è un esempio calzante per l’ottima interpretazione di Ahsoka che vive sullo schermo con una naturalezza e una coerenza straordinaria rispetto alle scorribande animate di The Clone Wars e Rebels. Fin dalla prima, attesissima, apparizione in The Mandalorian ci siamo trovati ad esclamare “E’ lei!” con lo stupore proprio di chi vede materializzarsi in carne e ossa qualcosa che aveva sempre visto in forma animata. Non è un caso che qualcuno abbia scritto che Rosario Dawson è nata per essere Ahsoka: un senso di necessità che è peraltro analogo a quello di Pedro Pascal per Din Djarin o, per restare in questa stagione, per l’interpretazione del compianto Ray Stevenson di Baylan Skoll o per quella di Natasha Bordizzo di Sabine.

La capacità di scegliere attori davvero perfetti per il personaggio è una qualità assoluta di tutte queste produzioni ed è ancora più rilevante se pensiamo che in diversi casi il personaggio esiste già e ha una sua storia, una sua fisicità, una sua emotività a cui l’attore non può che adattarsi. Rosario Dawson peraltro condivide una storia professionale di impegno e di controtendenza rispetto al cinema mainstream: è davvero l’equivalente di quella coscienza critica che Ahsoka rappresenta per l’ordine dei Jedi e che l’ha portata ad abbandonarlo. Un elemento di critica che Ahsoka peraltro condivideva con il suo maestro Anakin Skywalker: gli approdi dei due sono diversi e pure per alcuni aspetti complementari. In questa serie c’è tanto Anakin, forse più di quanto ci aspettassimo. La sua presenza è determinante per Ahsoka e anche per i fan della serie perché rende ragione dei lati positivi del personaggio che emergono con forza in The Clone Wars e decisamente meno nella produzione cinematografica. Lo stesso Anakin dice ad Ahsoka che lui è qualcosa di più di quello che lei vede in lui: e questo è vero, nel bene come nel male Anakin/Darth Vader è un personaggio la cui unicità tracima e supera ogni argine. La presenza del maestro di Ahsoka non è solo fanservice, ma ha una ragione narrativa e al contempo, come accade spesso in queste situazioni, sedimenta qualcosa che rivitalizza e riposiziona l’interpretazione del personaggio all’interno dell’ecosistema narrativo di Star Wars, così stratificato e articolato. Spesso quando si pensa ad un ecosistema complesso si ragiona sulle azioni che lo modificano, ma non vanno sottovalutate le aggiunte che ne riposizionano l’interpretazione.

Uno dei punti di forza del racconto risiede nella qualità della parte action che si esprime soprattutto nelle battaglie con le spade laser (ce ne sono davvero in abbondanza) e nelle sequenze di scontri tra navicelle spaziali. Qualità degli effetti speciali e gestione dei combattimenti immergono lo spettatore in battaglie tra Jedi e assaltatori che sono una degna trasposizione di quelle al centro delle serie animate; i fan possono anche rivivere alcune battaglie della guerra dei Cloni, impreziosite dalla voce di personaggi ‘storici’ come Rex. Il fan service gioca un ruolo importante nell’emozionare il pubblico di Star Wars che mai come in questa occasione è il pubblico di Dave Filoni, creatore del personaggio di Ahsoka e abile tessitore del suo arco narrativo.

Nelle storie che compongono la galassia narrativa di Star Wars la musica ha sempre svolto un ruolo diegetico importante. Non è diverso nemmeno per questa serie, con le composizioni di Kevin Kiner, autore storico delle colonne sonore delle produzioni animate: in particolare la scelta del ritmo incalzante nel tema finale, con toni marziali in un crescendo che accompagna il ‘tema di Ahoska’ per poi scomparire lasciandosi alle spalle una melodia fragile, quasi malinconica è una scelta di grande qualità. Il ‘tema di Ahsoka’ peraltro ha già accompagnato i momenti più importanti della vita del Comandante Tano, come quando ha lasciato l’ordine dei Jedi e quando ha duellato con Darth Vader. Una scelta che rende al meglio le due polarità del personaggio che sono il coraggio e la determinazione, ma anche la solitudine e la malinconia che nasce dall’incomprensione. Una raffinatezza tecnica riguarda l’utilizzo di tamburi taiko, uno strumento della tradizione militare giapponese.

Un breve speciale sulla serie, sempre visibile su Disney +, ha come titolo The master and the apprentice e ripercorre non solo il rapporto maestro/apprendista nella storia della saga, ma anche quello artistico tra George Lucas e David Filoni, in una ideale continuità che sigilla la nuova straordinaria vitalità di questo incredibile universo narrativo. Il titolo di questo speciale potrebbe essere il degno occhiello della stagione: davvero il rapporto tra maestro e apprendista rappresenta il filo rosso che attraversa tutti gli episodi. Si passa dall’informale e peculiare rapporto tra Anakin e Ahsoka a quello travagliato tra la stessa Ahsoka e Sabine, da quello genitoriale tra Kanan ed Ezra a quello del tutto utilitaristico tra Skoll e Shin (Ivanna Sakhno). La storia di Star Wars ha del resto sempre avuto al centro il tema della genitorialità, Darth Vader è stato identificato come il padre cattivo e nel rapporto Maestro Jedi – padawan c’è l’espressione di un legame nella forza che va al di là di quello insegnante-allievo, ma che si configura come un legame di sangue, cioè qualcosa da cui non si può comunque prescindere, a discapito della propria volontà.

Il finale come dicevamo è “aperto” non solo nel senso di non concluso, ma anche perché apre nuove possibilità narrative a cui il fantasma di forza che appare nell’ultima inquadratura sembra ammiccare compiaciuto.

TITOLO ORIGINALE: Ahsoka

DURATA MEDIA DEGLI EPISODI: 45 minuti

NUMERO DEGLI EPISODI: 8

DISTRIBUZIONE STREAMING: Disney+

GENERE: Fantasy Action Adventure

CONSIGLIATO: a tutti i fan di Star Wars che hanno già visto le serie animate di Filoni.

SCONSIGLIATO: a tutti i fan di Star Wars che non hanno ancora visto le serie animate The Clone Wars e Rebels: prima mettetevi in pari, fate i compiti a casa e così potrete apprezzare al meglio questa serie.

VISIONI PARALLELE: vedi sopra!

UN’IMMAGINE: l’abbigliamento ha da sempre un forte valore simbolico nell’universo di Star Wars, così Ahsoka, dopo l’incontro con il suo Maestro Anakin nel Mondo tra i Mondi dove risiedono i fantasmi della forza, torna in vita indossa un mantello bianco (abbandonando quello grigio utilizzato nelle precedenti apparizioni televisive). Il bianco potrebbe essere un omaggio a Gandalf che, quando riappare ne Il signore degli Anelli, dopo il durissimo combattimento contro Balrog il Flagello di Durin,, si presenta come Gandalf il bianco e non più come Gandalf il grigio. Più forte, più saggio, in una parola trasformato. Allo stesso modo Ahsoka appare trasformata dall’incontro con il fantasma di Anakin.

E tu, cosa ne pensi?

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.