Enea

Enea **

Enea è il figlio trentenne di un posato e ragionevole psicanalista e di una giornalista televisiva, che si occupa di libri.

Suo fratello Brenno è nato molti anni dopo di lui e frequenta un esclusivo liceo americano.

Il migliore amico di Enea è Valentino, pilota di aerei con una madre depressa. I due assieme gestiscono il ristorante Sushi Sam, ma hanno anche un piccolo giro di droga nel locale spettacolare dell’amico Carlo.

I loro genitori sono soci dell’esclusivo circolo Tevere Country Club nel quale sta per entrare il direttore di un noto giornale, Oreste Dicembre, che ha appena scritto un bestseller su un criminale sudamericano.

Quando il boss Giordano chiede di loro e gli affida la distribuzione di un enorme carico di cocaina, i due si organizzano in modo da sfruttare le proprie abilità.

In questo gangster movie sui generis, ambientato nella borghesia più esclusiva di Roma Nord, gli Scarface della situazione sono tutt’altro che immigrati sfregiati, ma figli annoiati della bella borghesia romana, che ha introiettato interamente la violenza e il desiderio selvaggio, nascondendoli sotto un’apparenza perbene: cosa va fare il padre di Enea nella stanza 406 di un misterioso albergo, dove lo chiamano Dragone 18?

Fin dall’inizio Enea ci spiega che l’unica cosa che conta è il clan, una dimensione che supera quella familiare – le famiglie sono tenute in piedi dal rimorso – per farsi falange tetragona al mondo esterno, che sostiene e promuove i propri membri.

I suoi genitori sono due persone perbene, ma si sono ormai ritirati dalla vita: la loro imperturbabilità non viene mossa neppure dalla palma che crolla improvvisamente nel loro giardino. Restano all’oscuro dei rischi che corre Enea e delle attività collaterali che lo spingono ad accumulare una ricchezza spropositata, ma mai veramente importante. Quello che conta è immettere una scossa adrenalinica in un’esistenza completamente anestetizzata: come dice Enea, il suo obiettivo è la potenza non il potere, forse perché come gli ricorda il padre, la differenza tra di loro è che il genitore è nato da una famiglia povera, mentre a lui è toccato un destino molto diverso.

Castellitto, dopo aver raccontato la Roma popolare e fascista de I predatori, qua si concentra su un milieu che probabilmente conosce benissimo, fra televisione, scuole esclusive, feste esagerate, circoli di potere. Il suo film è vitale, episodico, molto ambizioso e altrettanto pretenzioso, ma mostra un regista che sa quello che vuole e non ha paura di sfidare pregiudizi e sgradevolezze sul suo ruolo di figlio d’arte, per fare quello che sente proprio e che è peraltro molto distante dagli universi paterni e materni.

Solo che nel suo apologo moralista finisce per far collassare molte suggestioni diverse: la dimensione livida e rancorosa che attraversa le famiglie della bella borghesia romana con il vuoto pneumatico della noia che ottunde i rampolli di quelle stesse famiglie, la famelicità della città eterna con la criminalità diffusa e il suo mondo di mezzo, le convenzioni inscalfibili delle élite culturali con l’esclusività dei circoli d’affari, che si muovo con le stesse logiche claniche, per dirla con Castellitto.

Tutto questo tuttavia sembra evocato solo per consentire al regista di compiacersi della bravura del suo interprete, dipinto con i tratti dell’eroe decadente, tutto generosità, spleen esistenziale e gesti fuori scala.

Enea è un racconto che lega due diverse età della vita, mostrando i fallimenti di entrambe, senza che il peso dell’una finisca per influenzare l’altra. Il regista piega il racconto di genere, nascondendone le tracce all’interno di un film surreale e spiazzante.

Come sempre formidabile Adamo Dionisi nel ruolo del boss Gaetano, uno dei pochi personaggi positivi, se così possiamo dire, in un film in cui non si riesce ad empatizzare con nessuno: tutti colpevoli, tutti sbagliati, tutti destinati ad una brutta fine.

E poi c’è Benedetta Porcaroli nel ruolo di Eva – nomen omen – a cui il regista dedica quasi solo primi piani angelicati, in una sorta di corteggiamento cinematografico pienamente riuscito, che la sottrae al destino collettivo. E che tuttavia contribuisce a sbilanciare ulteriormente del tutto il film verso una dimensione estemporanea, estetizzante, decisamente troppo furba e compiaciuta.

Castellitto riempie il suo film di digressioni, elzeviri, canzoni pop – da Spiagge di Zero a Maledetta Primavera della Goggi – e battute fulminanti – i voti sono la droga che ci danno per non farci un’opinione; le ragazze belle rendono la vita leggera come un treno di nuvole.

Segnato dalla dismisura, dal tono massimalista e da una cifra esistenziale e sentenziosa che accomuna quasi tutti i personaggi, Enea può suonare respingente e insincero, tuttavia al suo secondo film Pietro Castellitto rimane un regista audace, spericolato, incapace di mettere la testa a posto, capace di un cinema interamente personale, magari ancora acerbo e squilibrato, ma almeno rischioso e sfidante.

L’accoglienza scomposta e scontrosa che la stampa italiana gli ha riservato ha tuttavia esacerbato una risposta ancor più strafottente dello stesso clan familiare dei Castellitto, creando una gustosa e paradossale mise en abyme.

Produce Guadagnino, distribuisce la Vision.

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