November – I cinque giorni dopo il Bataclan **1/2
L’ultimo film di Cédric Jimenez, maestro del nuovo polar francese, ci riporta alla notte del 13 novembre 2015: mentre allo Stade de France è in corso un’amichevole tra Francia e Germania e al teatro Bataclan un concerto degli Eagles of Death Metal, una serie di esplosioni e sparatorie con AK47 da una Seat nera di fronte a ristoranti e café, riportano nel Paese l’incubo terroristico deflagrato pochi mesi mesi prima con l’attacco dell’islam radicale alla redazione di Charlie Hebdo.
La risposta è immediata, il presidente Hollande parla alla nazione mentre ancora è in corso l’escalation terroristica e i reparti speciali delle forze dell’ordine cercano di coordinarsi, per fermare la carneficina e arrestare gli attentatori.
Informatori, sorveglianza telefonica, utilizzo delle telecamere pubbliche, pedinamenti, attività intelligence: ogni strumento è messo in campo dal gruppo di uomini e donne guidati dall’agente Fred, impersonato da Jean Dujardin. Tuttavia i volti contano poco in questo film costruito tutto sul filo della tensione costante.
Il reparto antiterrorismo guidato da Fred è reduce da un’operazione contro l’ISIS che li ha lasciati con un pugno di mosche ad Atene. La strage del Bataclan è forse l’effetto di quel fallimento investigativo. I colpevoli sembrano ancora una volta spariti nel nulla.
Attraversato dall’urgenza di dare immediatamente una risposta competente allo Stato e ai suoi cittadini, il film si muove nervosamente tra gli spazi dell’antiterrorismo, la banlieu di Saint Denis, gli appartamenti dei complici, le strade, i posti di blocco, gli schermi dei computer su cui scorrono immagini e voci.
Il racconto corale non ha veri protagonisti, solo una teoria di linee d’azione che convergono verso l’appartamento in cui, tre giorni dopo viene individuato Abdelhamid Abaaoud, uno dei quattro assalitori della Seat nera.
In questa spossante caccia all’uomo tutto gioca un ruolo e nulla è da solo sufficiente: servono intuito, determinazione, strumenti tecnologici, false piste, interrogatori.
Evidentemente Jimenez ha cercato un linguaggio e un punto di vista che fossero ad un tempo rispettosi delle vittime, capaci di inquadrare la risposta dello Stato, coinvolgenti da un punto di vista emotivo ed efficaci sotto il profilo drammatico. Non tutto però funziona davvero e il film sembra utilizzare lo stesso linguaggio policentrico sperimentato da Paul Greengrass per raccontare l’11 settembre e la War on Terror in United 93 e Green Zone, piuttosto che seguire il percorso eroico di un solo personaggio, come in Zero Dark Thirty della Bigelow. Qui i personaggi sono letteralmente fagocitati dall’azione, lasciando infine una sensazione di freddezza, se non di esplicita distanza.
La macchina da presa non sta mai ferma, il montaggio è elettrico, iperframmentato, la musica d’assalto: tutto contribuisce a dare la sensazione di una lotta contro il tempo che non sembra fermarsi mai. Non c’è privato e non ci sono parole, tra gli attori, se non quelle necessarie alla loro missione.
Si segue il film come in apnea, trattenendo il respiro. Forse un po’ troppo. La stessa fotografia di Nicolas Loir accentua la sensazione claustrofobica nella sua ruvidezza cupa e documentaristica.
Per la Francia gli attacchi del 2015 sono probabilmente ancora una ferita aperta, tuttavia la velocità del nostro mondo, il sovrapporsi di emergenze ambientali, sanitarie, economiche, ce li fa sembrare lontanissimi. Persi in un tempo indefinito.
Eppure il tentativo di Jimenez è quello di mostrare quanto sfuggente e imprevedibile sia l’islamismo radicale, capace di affondare le sue radici nel cuore dell’Europa, trascinandoci tutti in un incubo in cui la paura, il senso di colpa e quello di inadeguatezza giocano un ruolo chiave.
