Parla con lei

Parla con lei ****

Due uomini in platea assistono a una rappresentazione di Café Müller del Tanztheater di Pina Bausch.

Sono Benigno Martín, un infermiere che lavora in via esclusiva con Alicia, una giovane ragazza in stato vegetativo permanente a seguito di un incidente, e Marco Zuluaga, un giornalista che scrive guide di viaggio, appena uscito da una lunga infelice relazione con una tossicodipendente.

In occasione di un’intervista Marco conosce e si innamora della famosa matador Lydia González, appena lasciata da un celebre collega el Niño de Valencia: le loro fragilità sembrano compensarsi.

Nel frattempo Benigno si prende cura di Alicia con una dedizione esagerata. Le parla, l’accudisce, le racconta di sè e della sua vita come se potesse rispondergli. Alicia era una ballerina: Benigno che aveva passato tutta la sua adolescenza ad accudire la madre, abitava di fronte alla sua scuola di danza.

Pochi giorni prima dell’incidente, Benigno trova il coraggio di fermarla e presentarsi. Completamente ossessionato dalla ragazza, si insinua persino a casa sua.

Marco e Benigno si incontreranno di nuovo alla clinica El Bosque, mesi dopo, quando Lydia ferita gravemente da un toro, sarà ricoverata nello stesso reparto di Alicia, anche lei in coma.

Tra i due uomini, giorno dopo giorno, nasce un sentimento di solidarietà e di amicizia, che sarà messo a dura prova dal destino.

Il film, scritto e diretto da Almodóvar, subito il successo travolgente di Tutto su mia madre, rappresenta probabilmente il vertice del suo cinema fiammeggiante, nel quale i desideri dei personaggi, le trame del destino e la teatralità dei sentimenti costruiscono la trama inestricabile della vita.

Nel suo cinema si fondono magicamente molte suggestioni del passato: lo spirito anarchico, la dimensione queer, un certo amore per il kitsch avvicinano il suo lavoro all’esperienza di Fassbinder, ma sono privi dello spirito tragico del regista tedesco. Si sprecano poi i riferimenti a Douglas Sirk, soprattutto per la straordinaria composizione visiva, gli accessi coloristici e l’uso controintuitivo del formato panoramico, oltre che per la continua messa in discussione dei rapporti sociali, sentimentali e sessuali tra i personaggi. 

Se il suo cinema nasceva nella Madrid post-franchista al debutto degli anni ’80 come parte di quel movimento di liberazione dei costumi, del pensiero e dell’espressione artistica e musicale, dopo oltre quarant’anni di dittatura, con la maturità Almodóvar è stato capace di arricchire il suo linguaggio, smussandone l’evidente spigolosità, mantenendo un sublime equilibrio fra provocazione, anticonformismo e capacità affabulatoria.

Parla con lei rappresenta perfettamente le contraddizioni feconde del suo cinema: nel personaggio di Benigno l’ossessione amorosa si trasforma in stalking, poi in abuso, in un personaggio evidentemente incapace di amare; Marco invece è un uomo che ha sofferto due delusioni sentimentali tragiche e nell’amicizia sempre più forte con l’infermiere, trova un modo per venire a patti con il proprio dolore, riconoscendo nell’altro una disponibilità all’amore che in lui appare compromessa dalla realtà. 

Se il film sembra mettere in scena all’inizio un doppia storia d’amore interrotta dal destino, nella seconda parte emerge un sentimento diverso che lega indissolubilmente i due protagonisti maschili, costretti dagli eventi a condividere un pezzo di strada assieme.

Il film è punteggiato da citazioni, deviazioni, segni inequivocabili delle passioni del suo autore: non solo il balletto e Pina Bausch che apre il film, ma Caetano Veloso che suona con Jacques Morelebaum una Cucurrucucù da brividi, il libro su La morte corre sul fiume di Laughton e The Hours di Cunningham che appaio più volte e lo straordinario finto cortometraggio muto Amante menguante, che suggestiona Benigno fino all’irreparabile. 

In piccoli ruoli appaiono sia Paz Vega sia Elena Anaya che torneranno ancora nel cinema del regista mancego con Gli amanti passeggeri e La pelle che abito.

La fotografia di Javier Aguirresarobe – alla prima e unica collaborazione con Almodóvar – ha toni meno caldi rispetto al fidato Alcaine, ma restituisce al film una dimensione più realista. Il corto in bianco e nero – una sorta di omaggio a Jack Arnold – resta un piccolo gioiello all’interno del film.

La colonna sonora di Alberto Iglesias è impareggiabile nell’accentuare lo spleen del racconto.

Molto significativa è l’attenzione che il regista riserva al corpo, oggetto di un’attenzione feticistica: quello nervoso e sinuoso della matador, dalla sua vestizione meticolosa sino alla polvere che lo ricopre nell’arena; poi quello di Alicia, apparentemente inanimato per il coma, eppure ancora vivo, sanguinante, indagato senza nessun pudore, nella dimensione ospedaliera; infine tout court quello dell’ideale femminino di cui esploriamo le profondità ironicamente.

La dimensione fiabesca dell’intreccio – raddoppiata dal breve film nel film – può apparire blasfema, con la bella addormentata nella clinica El Bosque, risvegliata non dal bacio del principe azzurro, ma da una violenza da cui non si può difendere.  

Eppure Almodóvar proprio quando la storia dei suoi personaggi sembra chiudersi sulla nota più tragica, ha la forza di ribaltare tutto, lasciando che il destino conceda ad alcuni una seconda possibilità. 

Significativamente è ancora il teatro a fare da sfondo a questo nuovo inizio: in quello spazio ancestrale tutto può accadere di nuovo, la storia riprende a scorrere, mentre il tempo sembra fermarsi per consentire ai personaggi di ricominciare a vivere.

Premio Oscar per la migliore sceneggiatura, cinque European Film Awards, César, BAFTA e Golden Globe per il miglior film internazionale dell’anno.

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