The Lodge

The Lodge **1/2

Dopo il grande successo del loro primo film, Goodnight Mommy, presentato a Venezia nel 2014, i due registri austriaci Veronika Franz e Severin Fiala, rispettivamente moglie e nipote di Ulrich Seidl, hanno ricevuto una serie infinita di proposte dagli Stati Uniti.

Tra queste anche il soggetto dello scozzese Sergio Casci, che riproponeva molti degli elementi essenziali del loro esordio: una coppia di ragazzini e una donna adulta, in crescente conflitto tra di loro, una casa isolata, il ruolo della natura e del paesaggio circostante.

The Lodge tuttavia si pone come doppio speculare a Goodnight Mommy. Se infatti le pedine del gioco sono quasi le stesse, lo sviluppo del racconto e la tensione spingono il film verso territori diversi, diremmo quasi opposti, ancor più di genere: è la mitica Hammer Films a produrre e lo sguardo d’autore dei due registi qui risulta contaminato da logiche diverse, forse anche per il desiderio degli stessi Franz e Fiala di mettersi alla prova con un film più accessibile, destinato ad un mercato più vasto.

Dopo aver debuttato al Sundance l’anno scorso The Lodge è poi passato al Torino Film Festival e ora arriva in sala.

Al centro della storia c’è la famiglia Marsh: Richard, il padre, è un ricercatore (sociologo? psicologo?), scrive libri inchiesta sui culti e le sette e ha deciso di lasciare la moglie Laura.

Si è innamorato di una giovane donna, Grace, che ha vissuto sino a 12 anni in una setta cristiana, guidata dal padre, ed l’unica sopravvissuta al suicidio di massa, che ha messo la parola fine a quell’esperienza religiosa.

Laura Marsh tuttavia non riesce a superare lo shock della separazione e si uccide. Lasciando i due figli, Aidan e Mia, in uno stato di profonda costernazione.

Sei mesi dopo il suicidio di Laura, Richard decide di passare il Natale nello chalet di montagna di Silver Lake, con i figli e la nuova compagna, che i due ragazzini non hanno ancora conosciuto, attaccati in modo morboso al ricordo della madre.

Immerso nella neve, tutto rivestito di legno all’interno, posto di fronte ad un lago ghiacciato, isolato dal resto del mondo, il lodge dei Marsh è il luogo meno adatto per immaginare una serena e pacifica nuova convivenza.

Quando Richard è richiamato in città per un impegno di lavoro, Grace e i suoi figli saranno costretti ad affrontare le loro paure e le loro ossessioni.

The Lodge gioca sul filo sottile dell’inquietudine che separa realtà, incubo, immaginazione. La fotografia oscura e geometrica di Thimios Bakatakis, di solito collaboratore di Lanthimos, contribuisce ad accentuare la deriva drammatica del film che divide gli esterni bianchi, immersi nella neve, dagli interni, scuri con il controluce, che non riesce mai a rischiarare il legno, che riveste ogni parete come un presagio funereo.

L’idea poi di raddoppiare gli interni dello chalet, attraverso le immagini del grande modellino, che i ragazzi possiedono nella loro stanza in città, contribuisce allo spaesamento progressivo.

Quando poi nel corso della seconda notte, in modo misterioso, spariscono il cibo, le stufe, gli addobbi natalizi, gli oggetti personali di ciascuno, la corrente elettrica e persino il cane di Grace, la casa di bambola e quella reale finiscono per assomigliarsi in tutto e per tutto, alimentando i dubbi che assalgono la protagonista e lo sfasamento temporale che l’assenza di comunicazioni con l’esterno finisce per rendere opprimente.

Privata delle sue medicine, chiusa in uno spazio opprimente, in cui i simboli religiosi aggressivamente ostentati dalla defunta Laura Marsh, finiscono per ricordarle gli incubi della sua infanzia, Grace è sempre più incapace di distinguere la realtà, anche per l’ostilità, che i due ragazzini continuano a manifestarle.

Le spiegazioni restano tutte plausibili, da quella più metafisica, a quella psicologica, dalla vendetta infantile all’espressione dei traumi di Grace.

Lo chalet diventa uno spazio dai confini sfumati: è reale o è una proiezioni onirica? Cosa stiamo davvero vedendo? Che tipo di storia è quella di The Lodge?

Più che al Carpenter esplicitamente citato, quando i tre protagonisti passano la sera a guardare La cosa, The Lodge sembra aver subito l’influenza di Giro di vite di Henry James o di alcuni horror contemporanei come The Witch di Eggers o Hereditary di Aster, di cui tuttavia non riesce a condividere l’inquietudine ancestrale e il crescendo drammatico.

Certamente la sceneggiatura richiede allo spettatore di accettarne le premesse narrative, a partire dall’idea di Richard di lasciare i propri figli da soli, in mezzo al nulla, con una donna che assume psicofarmaci ed è sopravvissuta ad una strage di massa.

Il film preferisce sorvolare sulla plausibilità di alcune svolte narrative, affidandosi all’effetto emotivo del coup de théâtre che, così come in Goodnight Mommy, ribalta la prospettiva.

Tuttavia il twist qui non è per nulla decisivo, anzi, si rimane quasi indifferenti: non so se la scelta è voluta, ma tutto il finale è anticlimatico, forse perchè non si riesce mai davvero a parteggiare per nessuno dei quattro protagonisti, nè a identificare per davvero il villain della storia, su cui riversare i propri sentimenti. E’ come se Franz e Fiala avessero accettato le consuetudini di genere, ma non sino in fondo.

Sì, c’è subito una pistola e ovviamente finirà per sparare. C’è l’Annunciata di Antonello da Messina e ci sono i simboli religiosi e in particolare la croce, che preannunciano il martirio di Grace. C’è il lago ghiacciato in cui qualcuno finirà per cadere, e c’è la neve che rende tutto impalpabile. C’è infine il lodge che diventa personaggio vero e proprio.

Tuttavia il loro film rimane un po’ nel limbo, soprattutto nella seconda parte, che non chiude, non risolve, lascia più interrogativi che risposte e dà la sensazione di essere semplicemente poco a fuoco, non di cercare un’ambiguità feconda.

Le troppe piste che la sceneggiatura dissemina restano tutte irrisolte o meglio, forse contribuiscono tutte a determinare il finale anti-catartico.

Riley Keough è indubbiamente efficace e generosa nella sua discesa all’inferno e il film le regala almeno una chiusura crudele, non riconciliata.

Ma non basta a fare di The Lodge un film pienamente riuscito.

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