Fast & Furious 7

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Fast & Furious 7 **1/2

Nato sotto i peggiori auspici, con il rifiuto di Justin Lin di dirigerlo e con le riprese interrotte bruscamente per la morte del co-protagonista storico, Paul Walker, Fast & Furious 7 si conferma invece come il miglior episodio della lunga serie cominciata 15 anni fa.

Pura macchina-cinema, modernissima e del tutto inattuale contemporaneamente, Fast & Furious è cresciuta ipertroficamente di episodio in episodio, sino ad ergersi al vertice della produzione hollywoodiana del nuovo millennio.

Le corse in auto da nerd del primo episodio sono ben poca cosa, rispetto alle elaboratissime coreografie d’azione di questo settimo capitolo, capace di porsi come riferimento assoluto, a patto di azzerare l’incredulità, affidandosi completamente alle avventure di Toretto e soci.

Il film riparte esattamente dov’era terminato quello precedente, che pure riannodava i fili con l’unico episodio spurio della serie, Tokyo Drift.

Deckard Shaw, vera e propria macchina da combattimento, addestrata dai servizi segreti inglesi, vuole vendicarsi di coloro che hanno quasi ucciso il fratello Owen nel sesto episodio: messo fuori gioco Hobbs della CIA, ucciso Han in Giappone, Show si dedica a Toretto e O’Conner con un pacco bomba, che per poco non li fa saltare in aria.

La banda viene quindi assoldata dall’agente Frank Petty, a capo di un fantomatico gruppo segreto governativo, che li coinvolge nella caccia ad un gruppo terroristico, che ha rapito un hacker capace di creare una sorta di grande fratello virtuale, controllando tutte le comunicazioni in rete del pianeta.

In cambio della collaborazione, Petty aiuterà Toretto e soci a neutralizzare Deckard Shaw.

Il film si muove da Londra a Tokyo, dal Caucaso ad Abu Dhabi e quindi a Los Angeles, dove tutto troverà una conclusione.

Chris Morgan ha modificato il copione in corsa, per farne un omaggio sentito e commosso a Paul Walker.

Sul film aleggia sin dall’inizio il tema dell’ultima avventura, prima dell’addio.

James Wan, alle prese con il cinema d’azione, dopo una carriera rispettabile nell’horror, si dimostra perfettamente all’altezza, continuando sulla stessa strada tracciata da Justin Lin: senso dell’onore e della famiglia allargata, romanticismo appiccicoso, ironia tutta maschile e auto truccate, capaci di qualsiasi acrobazia.

Costruendo così una storia, che – come nelle avventure di James Bond o in Mission:Impossible – è poi sempre la stessa, e parte proprio dalle coreografie sempre più sofisticate e astratte dei numeri d’azione, quasi sempre a bordo dei bolidi guidati da Vin Diesel e soci. Esattamente come avviene da sempre nel cinema d’arti marziali.

L’accostamento tra le riprese old style con stunt e camera car, le meraviglie digitali sempre più necessarie ed una serie di ‘valori’ decisamente retrò, crea un corto circuito a tratti irresistibile.

Sentimentale sino allo strenuo, a costo di sfiorare il ridicolo involontario, incapace di mostrare davvero il sangue e la morte, se non fuori campo, Fast & Furious 7 gioca le sue carte migliori nello spingere l’immaginario ludico e d’azione, laddove neppure Michael Bay era riuscito.

Non c’è solo catastofismo a buon mercato, ma tutto si tiene: il corpo a corpo tra Walker e la star thailandese Tony Jaa, le auto che piovono dal cielo, la sequenza dell’attacco al pullman sulle strade montuose del Caucaso, la Lykan Hypersport che vola attraverso i grattacieli di Abu Dhabi, l’inseguimento tra auto e droni sulle strade di L.A., mentre i due protagonisti se le danno di santa ragione, come in una rissa da strada.

E’ cinema ‘macho’ vecchio stile, già visto mille volte? O la frontiera della modernità, che riassume e rilancia forme e stili, per il grande pubblico mondiale?

L’interrogativo rimane.

Nel frattempo gli incassi volano quanto le auto di Toretto & co: ben oltre un miliardo in tutto il mondo.

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