Mereghetti su Sherlock Holmes – Gioco di Ombre

Nella consueta recensione settimanale, Paolo Mereghetti si occupa del secondo film sul famoso investigatore ideato da Conan Doyle e portato sullo schermo da Guy Ritchie.

Il successo notevole del primo episodio, a dir la verità poco debitore delle storie di Holmes e Watson, ma capace di reinventare i due personaggi in una chiave decisamente più moderna e d’azione, lasciava al regista un interrogativo su come proseguire la serie: Continuare nell’invenzione pura (in quel film si utilizzava certo più la passione di Conan Doyle per lo spiritismo – penso al volume autobiografico La nuova rivelazione – che non la sua abilità di giallista) o tornare alla «tradizione»? Il cambio di sceneggiatori mi sembra indicativo del cambio di rotta, pur con tutti i possibili distinguo portati dalla necessità di confermare un’estetica visiva al passo coi tempi (o presunta tale).

Ed allora ecco recuperato Moriarty, l’antagonista per antonomasia di Holmes, ma il temibile avversario non è più «solo» un perfetto criminale, astuto e inafferrabile, ma anche un fine stratega politico che vuole sfruttare l’inimicizia franco-tedesca (siamo nel 1891) per favorire il commercio di armi di cui è diventato il massimo produttore europeo (non siamo ancora nel mondo della globalizzazione). E che nella speranza di una guerra, non esita a sacrificare sul piatto dei propri affari qualche vita umana. Meglio se di ambasciatori o plenipotenziari.

Ma anche se la storia non deve quasi niente ai libri di Arthur Conan Doyle e i personaggi creati dallo scrittore sono spesso «aggiornati» ai gusti di un popcorn movie (come il fratello di Sherlock, l’imperturbabile Mycroft), si intuisce nel film il bisogno – o la necessità – di rispettare lo spirito del personaggio. C’è un più evidente equilibrio tra improvvisazioni estetiche e progressione narrativa, tra i pirotecnici movimenti di macchina ideati da Guy Ritchie e la ricerca di una logica del racconto che rispetti i momenti canonici del genere (c’è persino la scena in cui i due eroi sembrano definitivamente sconfitti), tra libertà inventiva e rispetto della tradizione, tra sorpresa e godibilità. […]

Come se alla fine anche il «dissacratore» Ritchie non abbia potuto che inchinarsi di fronte a un personaggio troppo preciso e cesellato per accettare (o sopportare) un qualche tipo di modernizzazione.

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