Mereghetti su This must be the place

La recensione lunga di Mereghetti è dedicata, questa settimana al nuovo film di Paolo Sorrentino, che sta dividendo la critica italiana, così come aveva già fatto con quella internazionale, al Festival di Cannes.

Il critico del Corriere è piuttosto severo: I suoi personaggi – cantanti e calciatori in caduta libera, ragionieri in esilio, dropout mascherati da usurai o da cowboy, politici burattini e adesso rockstar sopravvissute al proprio mito – si impongono tutti per una «forma» che rifiuta a priori l’essenzialità, la necessità. Tutto (e tutti) sembra gratuito, casuale, fin ridondante.

Questa forse è una critica legittima e magari giustificata per un film come L’amico di famiglia, in cui la curiosità di raccontare un personaggio deforme nel fisico e nell’anima superava ogni necessità narrativa, ma è difficilmente applicabile a piccoli gioielli come L’uomo in più o Le conseguenze dell’amore, dove invece lo sguardo di Sorrentino si fa tragicamente malinconico.

Il problema, quando si imboccano queste strade, è quello di saper reggere il gioco fino in fondo, riuscendo a conciliare la forza e l’originalità dello sguardo con la coerenza e la pregnanza del senso. Succedeva nelle Conseguenze dell’amore dove l’unico modo di un «morto civile» per sentirsi vivo era quella di andare volontariamente verso la morte. E succedeva nel Divo, dove la deformazione grottesca e iperrealista dava una forma alle contraddizioni e alle aporie della Prima Repubblica. Ma non avveniva nell’Amico di famiglia dove il gusto della «scrittura» a effetto cancellava ogni altro tipo di lettura.

Secondo Mereghetti l’eccesso di postmoderno, finisce per far girare a vuoto il film, pur pregevole nella prima parte, ma fine a stesso: da questo punto di vista la prima parte di This must be the place è una specie di perfetta introduzione metodologica. La mancanza di coordinate sul passato di Cheyenne (affidato a uno Sean Penn forse un po’ compiaciuto della propria capacità di metamorfosi), la sua lentezza esistenziale e fisica, la sua rassegnazione non servono per costruire una qualche suspense sul suo passato – perché è diventato così? – a cui poi dare una risposta (che poi sarebbe il percorso tradizionale del cinema classico, o neoclassico, che sta tornando di moda). No, quelle palpebre semichiuse, quel rossetto, quell’andatura strascicata servono per costruire una diversità che non ha bisogno di spiegazioni, per «costringere» lo spettatore a fare i conti con qualche cosa che non ha, probabilmente, mai visto sullo schermo.

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