Charlie ed Emma stanno per sposarsi.
Lui è il curatore di museo, lei lavora in un’agenzia. Giovani, belli, affiatati, si sono conosciuti in un caffé quando lei era assorta nella lettura di un libro che lui ha finto di amare, per avere una scusa per cominciare una conversazione.
L’approccio aveva assunto subito toni surreali perché Emma è sorda da un orecchio e nell’altro aveva una cuffia con la musica. Il loro rapporto, iniziato con una situazione imbarazzante, prosegue in modo altrettanto curioso: il primo bacio se lo scambiano mentre rimangono intrappolati tra le due porte d’ingresso del museo, una sera che Charlie ha deciso di accompagnare Emma a visitarlo in orario di chiusura.
L’apice tuttavia lo toccano alla cena di prova per il loro matrimonio: assieme ai testimoni, dopo aver bevuto un po’ troppo vino bianco, i quattro si confessano per gioco il loro peggior segreto, una cosa imbarazzante che non avrebbero dovuto rivelare a nessuno.
Quando tocca a Emma, la sua rivelazione è così inquietante e spaventosa da scioccare gli altri tre.
Il rapporto stesso con Charlie, a pochi giorni dalle nozze, si incrina forse irrimediabilmente.
E’ il tempo dei dubbi, delle spiegazioni, dei rimorsi, dei tentativi di ricucire. L’inetto Charlie è sempre più imbarazzato e finisce per rivelare involontariamente il segreto ad altri. La cerimonia alla presenza dei genitori e degli amici si trasforma in una piccola catastrofe sentimentale.
Kristoffer Borgli, finlandese trasferitosi da lungo tempo a Los Angeles, dopo il successo di Sick of Myself e Dream Scenario, cerca qui un nuovo affondo alle ossessioni della cultura occidentale.
Con lo stesso humor nero dei precedenti, scava in una ferita aperta fino a farla sanguinare copiosamente, a partire da uno spunto narrativo che pure assomiglia molto a quello utilizzato da Starnone e Luchetti in Confidenza, come già era evidente dal trailer del suo film.
Solo che mentre, in modo intelligente, i due italiani lasciavano nel mistero il segreto rivelato dai protagonisti della loro storia, qui invece dopo 20 minuti è già tutto chiaro e sostanzialmente il film finisce. Perché tutto quello che avviene dopo – tra Festen di Vinterberg e una romantic comedy irrancidita – è assai prevedibile e non sposta mai i confini del racconto.
Purtroppo Borgli continua a rivelarsi un notevole regista di cortometraggi, prestato al cinema. La forma breve è quella che più gli si addice che si fonda sulla battuta fulminate, sullo sviluppo di una situazione che mette in imbarazzo i personaggi, sull’assalto a ogni correttezza politica, sullo sberleffo all’ipocrisia della piccole bugie bianche.
E anche questa volta, oltre lo spunto iniziale, che serve a far interrogare il pubblico e soprattutto le coppie in sala, non rimane poi molto. Dopo l’incipit il film non sviluppa in alcun modo l’interrogativo che pone, non va mai in profondità, si limita invece a registrare la valanga che inevitabilmente produce il primo apparentemente piccolo smottamento.
L’ipocrisia del giudizio, del sasso scagliato, delle pagliuzze e delle travi è sempre lo stesso. La rivelazione di Emma che è anche la confessione di un disagio, di una crisi, diventa la solita lettera scarlatta appuntata in epoca social.
L’unico elemento su cui è possibile una riflessione deriva dalla circostanza che il segreto di Emma è solamente un pensiero, mentre quello degli altri amici si sono poi concretizzati. Eppure quel pensiero è sufficiente a scatenare l’orrore e ad isolare la protagonista in un cono d’ombra di disgusto e repulsione.
Un piccolo granello di sabbia inceppa l’ingranaggio e rompe l’idillio che ci siamo costruiti, assecondando una narrazione che è sempre una forma di mistificazione del reale, che ce lo rende accettabile.
Ci sarebbe poi da valutare se sia etico o anche solo appropriato evocare il tema al centro del segreto – di cui peraltro non possiamo parlare su precisa richiesta di produttori e distributori – per utilizzarlo in modo strumentale ad un altro tipo di racconto.
Anche il finale è, in questo senso, consolatorio, occultando quello che è avvenuto nel tentativo di cancellare tutto e ricominciare da capo, almeno all’interno della coppia.
Il film rischia così di girare continuamente a vuoto, attorno a una sceneggiatura che costringe i suoi attori a forzare i propri caratteri fino a farne dei cartoon.
Zendaya, indecisa tra la sua verve comica e lo sguardo basso e colpevole che ben abbiamo conosciuto in Euphoria, funziona anche egregiamente, perché è difficile volerle male, ma è altrettanto difficile credere a quello che racconta e infatti viene sostituita da un’altra attrice più giovane e assai meno empatica nei flashback del “segreto”.
Pattinson è all’ennesimo ruolo sconclusionato, pasticcione, imbelle. I suoi personaggi sembrano assomigliarsi tutti, il clone sacrificabile di Mickey 17 come il marito assente di Die My Love, il guardiano ingenuo di The Lighthouse come l’emo-Bruce Wayne di The Batman.
Alana Haim è l’unica che pare a suo agio nella parte odiosa della villain moralista e forse Borgli le ha trovato il ruolo adatto, dopo i due tentativi velleitari di Paul Thomas Anderson; del tutto sprecato invece Mamoudou Athie.
La sceneggiatura divaga in un paio di sottotrame prive di senso che riguardano una dj – forse – eroinomane e la cugina paralizzata della testimone, che assomigliano a idee per altri corti inserite a forza nella trama principale.
Ari Aster produce per A24, ma il risultato è talmente leggero e impalpabile da evaporare un attimo dopo la fine dei titoli di coda.
Inconsistente.

