Teheran 3: l’agente Tamar contro il sogno atomico degli ayatollah

Teheran 3 ***

Nella precedente stagione di Teheran, caldissima serie firmata da Moshe Zondar, la giovane agente segreta Tamar Rabinyan aveva rischiato di trascinare Israele in una guerra con l’Iran. Mohammadi, il leader delle Guardie della Rivoluzione islamica, era morto in un attentato organizzato da Tamar con la complicità di Marjan Montazeri, un’altra agente del Mossad sotto copertura, però in dissenso con i vertici dell’Intelligence di Tel Aviv. Faraz Kamali, l’investigatore capo dei Pasdaran, ricattato e minacciato di morte, era stato suo malgrado una pedina nell’esecuzione materiale dell’omicidio. Proprio lui, il fidato Faraz, aveva dato a Mohammadi il cellulare con la carica di esplosivo.

Il terzo capitolo riprende da qui. L’auto sulla quale è appena salito Milad, il fidanzato di Tamar, salta in aria e la giovane agente ebrea nata in Iran, è costretta a fuggire per le strade caotiche della capitale. Nello stesso momento un ispettore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica sta confidando ai propri colleghi di non essere riuscito a portare a termine quanto si era promesso: attivare una telecamera piazzata nel cuore dell’impianto nucleare di Natanz al fine di smascherare le menzogne degli iraniani. Gli accordi sul programma di arricchimento dell’uranio non sarebbero rispettati e mancherebbe poco alla costruzione della bomba.

L’attore che interpreta l’ingegnere sudafricano Eric Petersen è l’inconfondibile Hugh Laurie, il popolarissimo Dr. House, senza dimenticare i suoi ruoli in Veep e in The Night Manager, solo per citare alcune tra le apparizioni seriali di maggior successo. La politica di “reclutamento” di Teheran è quindi chiara. Le ultime stagioni sono infatti caratterizzate dalla presenza di superstar del cinema e/o del piccolo schermo mondiali, prima Glenn Close e poi, appunto, Hugh Laurie. La serie israeliana targata Apple punta in alto.

Il racconto di Teheran instaura da sempre un rapporto dialettico con il presente. Giova ricordare che gli episodi della terza stagione sono stati girati nel 2023, per andare in onda in patria all’inizio del 2024. Il momento storico era contrassegnato dal perdurare delle proteste per la morte di Mahsa Amini. Il massacro del 7 ottobre e l’inenarrabile devastazione di Gaza erano eventi di là da venire, così come l’inasprimento delle reali tensioni con l’Iran, la decimazione di hezbollah in Libano, la guerra dei dodici giorni, la risposta missilistica degli ayatollah, i bombardamenti americani sugli impianti nucleari e più di recente la micidiale repressione delle proteste contro il caro vita da parte del Regime sciita. In tre anni lo scenario mediorientale (e con esso il mondo) è cambiato radicalmente. Poi, il 28 febbraio è accaduto quello che è accaduto e Teheran è diventata lo specchio di un prima che lasciava intravedere il precipizio del dopo.

La serie si affida al carattere dei personaggi. Niv Sultan interpreta la protagonista, Tamar, giovane donna ebrea nata e cresciuta in Iran, un’hacker informatica di straordinaria abilità e nemica giurata del sistema teocratico. In questa stagione Tamar si confronta nuovamente con il lutto. Sua zia Arezoo era stata impiccata dal Regime e l’attentato a Mohammadi ha il sapore della vendetta personale. Ora però, come esito crudele della missione precedente, ha perso anche il suo partner di vita, il già dissidente Milad, peraltro eliminato dal fuoco amico.

L’attrice israeliana conforma la psicologia del suo personaggio a un doppio registro. L’agente del Mossad sa essere spietata. Eppure Tamar è anche una donna ferita, braccata, costretta ad agire in un meccanismo infernale in cui si è pedine di un potere superiore, spesso invisibile, guidato dal cinismo della ragion di Stato.

L’antagonista di Tamar è ancora una volta Faraz Kamali, interpretato da Shaun Toub (Crash, Il cacciatore di aquiloni, Homeland). Già nella seconda stagione Faraz aveva dovuto confrontarsi con il dolore di sua moglie Nahid, “curata” da Marjan Montazeri (la psicoterapeuta e agente segreta destinata a morire proprio per mano sua) a causa di un disturbo da stress post-traumatico. I rapporti tra i coniugi, nei nuovi episodi, peggiorano. Nahid vorrebbe raggiungere sua sorella in Norvegia. Faraz cammina su un filo sottile. Il Mossad lo tiene in pugno grazie alle registrazioni audio e video che testimoniano il suo coinvolgimento nell’assassinio del vecchio leader dei Guardiani della Rivoluzione. Ma lui continua a voler essere, nel suo intimo, un servitore della Repubblica islamica e un nemico di Israele.

Le questioni si traducono in opzioni da esercitare sul campo. Il nemico rappresenta una minaccia esistenziale. L’agente segreto, strappato ai suoi cari, agli affetti, alla vita privata, diventa l’esecutore di sentenze prese da un’intelligenza implacabile che seleziona gli obiettivi secondo un ordine di priorità. L’esitazione è una variabile non contemplata. Eppure in Teheran perfino i più coriacei, vedasi i duri della vecchia guardia, cedono al primordiale sentimento della paura.

Il Gufo, interpretato da Sasson Gabai (Nukhem nella serie Shtisel e nel suo prequel Kugel) ci viene presentato come una sorta di eliminatore di figure scomode, uno che, senza troppi giri di parole, fa il lavoro sporco e sporchissimo per il Mossad. Quando Yulia gli ordina di occuparsi di Tamar, lui la rapisce senza esitazioni. Nel retrobottéga che gli serve da copertura fa bella mostra un carrello con trapani da falegname adattati a strumenti di tortura. Tamar riesce a sventare il taglio delle dita, o qualcosa di peggio, poi tra i due si instaura un inaspettato rapporto di collaborazione venato di stima reciproca. La coscienza di essere pedine sacrificabili accompagna il percorso professionale degli agenti. L’imperativo assoluto della difesa dello Stato può travolgere anche chi sta dalla propria parte. Tracciare in maniera netta i confini tra il bene e il male è impossibile.

Adattamento, improvvisazione, istinto e attaccamento ai basilari principi di sopravvivenza costituiscono le risorse esistenziali necessarie per non soccombere nel labirinto quotidiano del vivere sotto copertura. I mascheramenti, le dissimulazioni e i cambi di fronte sono il pane quotidiano del genere spy, quindi da Teheran è lecito aspettarsi colpi di scena che, puntualmente, avvengono. Tuttavia, il motore della serie non è l’azione pura e semplice, quanto, piuttosto, il focus sull’identità mutevole e a volte tormentata dei personaggi. La serie mostra come la sofferenza personale possa alimentare azioni dalle conseguenze molto gravi per gli stessi popoli che si vorrebbero difendere.

Tamar scopre un traffico di attrezzature sospette provenienti dalla Corea del Nord. Nella vita delle spie, a quanto pare, avere un’informazione equivale a possedere un tesoro. Gli ayatollah vogliono costruire un’arma nucleare e sono molto vicini all’obiettivo. Serve un esperto per “confezionare” in sicurezza la bomba e i pasdaran individuano la persona adatta nel dott. Peterson. Il tecnico sudafricano ha un background difficile da decifrare (esiste la figlia a cui telefona?) e nel tentativo di spiare gli iraniani, guarda caso, si fa arrestare.

Magari la caccia a Peterson è un po’ confusa, con personaggi buttati nella mischia più per raccontare il caos della società iraniana che per reali esigenze narrative. Successivamente, il dialogo tra lui e Tamar risulta centrale, soprattutto per comprendere le scelte azzardate dell’ispettore dell’Agenzia delle Nazioni Unite. Affiorano parole quali “squilibrio”, “ingiustizia” e l’ammissione di credere nella “deterrenza”. Il discorso intreccia aspetti biografici, compreso il peso di un antico rimorso, a motivazioni politiche terribilmente perverse nelle conclusioni. Come può un uomo sfuggire a ciò che è scritto, come può sfuggire al suo destino? si chiede Peterson citando il poeta epico persiano Firdūsī.

Anche la terza stagione mostra le crepe dell’Iran contemporaneo. Tamar trova rifugio in una casa clandestina per ragazze maltrattate (“ogni donna in questa città è sola”). Ramin, interpretato da Phoenix Raei (The Night Agent), è un contrabbandiere un tempo vicino all’area della dissidenza. Quando un suo vecchio amico a capo di un manipolo di “terroristi” gli contesta di aver dimenticato le ragioni della lotta e di prestare così il fianco al Regime, lui gli ricorda che solo aggirando le sanzioni è possibile aiutare concretamente il popolo. Nei nuovi episodi sparisce dal radar la borghesia dei ricchissimi rampolli della capitale, sostituita da presenze nascoste, la faccia oscura dell’Iran, costituita da singole oasi di resistenza, spesso slegate tra loro.

Le scene ambientate nel commissariato di polizia sono particolarmente dure. Donne in hijab maltrattano donne vestite “all’occidentale”, colpevoli di aver violato la “pubblica decenza” solo per essersi intrattenute con un uomo. Perché non ci lasciano vivere in pace? La domanda non riceve risposta, tranne questa: siamo uno Stato musulmano. Gli smartphone riprendono la brutale repressione poliziesca nelle strade di Teheran. Le immagini circolano negli ambienti dell’opposizione. Tuttavia, l’Iran è un paese tecnologicamente isolato dal resto del mondo. Nahid, la moglie di Faraz, comunica con sua sorella all’estero solo grazie a una VPN.

Nahid, interpretata da Shila Ommi, è il personaggio cresciuto maggiormente, in termini di importanza, nelle ultime due stagioni. Ci sono mogli e mogli. Qualcuna porta avanti con cieca risolutezza i progetti del coniuge scomparso, altre invece non capiscono i mariti e vorrebbero essere altrove. Nahid soffre terribilmente la sua condizione di donna reclusa, incapace di varcare l’uscio di casa e devastata da esperienze al limite della sopportazione umana. Il suo status di donna perennemente ingannata l’ha spinta verso i lidi della cupa alienazione. Nahid ha fatto cose di cui si pente. Ha subito punizioni che non merita. E il responsabile è solo Faraz.

Teheran racconta un mondo governato da folli, generalmente uomini. I politici, colonizzati da un’unica idea ricorrente e ossessiva, cioè la distruzione del nemico, sono rappresentati come monadi chiuse in sé stesse, ostili a qualsiasi ipotesi di cambiamento. Il potere ammantato di religione invade ogni spazio. Il nuovo leader delle Guardie rivoluzionarie, con tanto di vistoso turbante in testa, arriva a condannare il defunto Mohammadi in quanto corrotto dai vizi occidentali (le auto sportive). Il valore dominante è la lealtà. Gli autori non nascondono mai la spietatezza del Mossad. Sul fronte dell’intelligence israeliana vince il binomio difendere – uccidere. Perfino Peterson, che rimane pur sempre uno scienziato, benché ingenuamente idealista, deve riconoscere la cecità dei tiranni di fronte all’evidenza dei fatti.

Il 15 febbraio 2025 la produttrice e showrunner Dana Eden è stata trovata senza vita in una camera di albergo ad Atene, dove erano in corso le riprese della quarta stagione. La presenza di lividi sul corpo, rilevati dal medico legale, ha alimentato le speculazioni della stampa su un possibile omicidio. Vale la pena ricordare che Teheran è stata definita dai media iraniani un veicolo di “propaganda ostile”. Suggestione o meno, l’episodio conferma la capacità della serie di travalicare i limiti della finzione. Realtà e rappresentazione si scontrano, in un cortocircuito vizioso e inquietante.

Teheran si conferma un prodotto di eccellenza del genere spy, in grado, almeno fin qui, di sviluppare una trama credibile e coinvolgente. In futuro, considerata la vocazione degli autori a non eludere l’attualità più stringente, ci si deve aspettare il necessario confronto con il caos esploso nel Medio Oriente, dagli esiti, al momento, impossibili da prevedere. Lecito attendersi una qualche riflessione, diretta o indiretta, anche sui crimini commessi da Israele a Gaza e in Cisgiordania, ammesso che la serie ambisca ad essere intellettualmente onesta. Elaborare gli infiniti stimoli generati dai conflitti in corso, su molteplici fronti, con l’intero quadro mondiale in via di totale ridefinizione, costituirà per gli autori di Teheran una sfida politica e culturale di titaniche dimensioni.

Titolo originale: Teheran – Season 3

Numero di episodi: 8

Durata: 45 minuti l’uno

Distribuzione AppleTV+

Uscita in Italia: 9 – 27 gennaio 2026

Genere: Spy, Thriller

Consigliato a chi: ha un proiettile come portafortuna, fa colazione con i biscotti alle mandorle.

Sconsigliato a chi: soffre il caldo negli ambienti chiusi, non ha mai sopportato gli zaini troppo pesanti.

Visioni, ascolti e letture parallele:

  • Il film vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 2025: Un semplice incidente di Jafar Panahi. Disponibile per l’acquisto su Prime Video.
  • Due podcast:

Conversazioni sull’Iran di Antonello Sacchetti

(https://open.spotify.com/show/1YQ2HPlgI9vItDLOxFLq6p)

Vi racconto la Rivoluzione iranianaPrima parte

(https://podcasts.apple.com/us/podcast/vi-racconto-la-rivoluzione-iraniana-prima-parte/id1511551427?i=1000690487695)

  • Un fondamentale reportage sulla proliferazione delle armi nucleari nel mondo: William Langewiesche, Il bazar atomico, Adelphi.

Parola di Gufo: “un buon agente sa quando è arrivato il momento di smettere”.

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