L’ultima missione – Project Hail Mary

L’ultima missione – Project Hail Mary ***

Il nuovo film della coppia Lord & Miller dopo i rivoluzionari Spider-Man: Un nuovo universo e Lego Movie, e dopo il naufragio di Solo – Star Wars, è tratto da un romanzo di Andy Weir (The Martian) e scritto per il cinema da Drew Goddard, una delle menti più brillanti del cinema americano di genere con ambizioni filosofiche.

Le coordinate di questa grande avventura nello spazio finanziata da Amazon MGM e distribuita in sala da Sony Columbia ci vengono rivelate nella prima mezz’ora in una serie di lunghi flashback.

Il sole sta perdendo forza e calore e la Terra rischia una catastrofica glaciazione nei prossimi trent’anni. Il team internazionale di esperti e militari recluta un professore sconosciuto Ryland Grace che si era scontrato un tempo con il mondo accademico nel tentativo di dimostrare che ci potessero essere forme di vita anche non collegate alla presenza dell’acqua.

Eva Stratt, tedesca crescita della Germania dell’Est, a capo del progetto vuole Grance per il suo spirito anticonformista e per le sue tesi anticonvenzionali.

Ma cosa sta causando il collasso del sole? Le sonde recuperano dei microorganismi di massa scura, denominati astrofagi, che si muovono dal Sole verso Venere su una line aa raggi infrarossi chiamata Linea Petrova. Analizzandoli Grace comprende quanto le sue teorie siano sbagliate, ma scopre come si muovono e come si riproducono.

Nel nostro sistema solare c’è una sola stella non contaminata. Si tratta della lontana Tau Ceti: per raggiungerla e capire il motivo della sua sopravvivenza, che apre una speranza anche alla Terra, Stratt organizza una missione suicida che non prevede possibilità di ritorno e che userà proprio gli astrofagi come carburante instabile e volatile per raggiungerla.

Il film comincia proprio con il risveglio di Ryland Grace sull’astronave diretta a Tau Ceti: gli altri due astronauti non ce l’hanno fatta e lui non ricorda nulla di sé e poco della missione.

Pian piano comincerà a ricordare e a familiarizzare con gli spazi enormi della nave.

Sulla rotta per Tau Ceti tuttavia non è da solo…

Il lavoro di Lord & Miller è un grande romanzo di fantascienza umanista, che ribalta il millenarismo iniziale in un viaggio di scoperta e di incontro, che avrà esiti forse prevedibili, ma decisamente significativi sotto il profilo simbolico e ideologico.

Grace è un eroe suo malgrado. Solo alla fine scopriremo – un flashback dopo l’altro – come è finito sulla nave spaziale che rappresenta l’ultima speranza dell’umanità. Tuttavia più che nella dimensione ecologista e nelle premesse fantascientifiche dell’intreccio, che pure occupano una parte significativa del racconto, L’ultima missione sembra volerci accompagnare in un viaggio alla scoperta della bellezza inconsueta dell’incontro, della solidarietà tra anime perdute.

Grace è un uomo solo: non ha moglie, non ha figli, non ha una famiglia che lo attende. Il suo orizzonte sono i suoi alunni e i suoi studi. Quando si risveglia da solo in mezzo allo spezio senza capire il perché lo vediamo riflettere a lungo, ragionare, razionalizzare la sua esperienza. Pian piano scopre e ricorda i motivi, gli obiettivi, il senso della sua presenza su quella nave spaziale.

Ma questo non basta: a spingerlo davvero ad abbracciare la sua umanità più autentica sarà un imprevedibile incontro con un altro sopravvissuto come lui, un altro ingegnere che sta cercando una risposta per salvare il suo pianeta. L’incontro tra i due, la ricerca di uno spazio comune di coesistenza, prim’ancora che una lingua con cui comunicare, diventa così essenziale per sviluppare un’intelligenza collettiva che nella solidarietà più autentica e profonda dell’amicizia, li porterà a superare le enormi difficoltà della loro missione.

Goddard recupera elementi propri dell’altro grande romanzo di Weir, The Martian: lo spirito di adattamento, l’ingegno al servizio dello spirito di sopravvivenza, ma questa volta il suo eroe non è da solo e non ha nemmeno bisogno di umanizzare un oggetto inanimato come accadeva al Tom Hanks di Cast Away, per non impazzire di solitudine.

Intelligentemente Lord & Miller si tengono lontani da ogni antropomorfismo, rifuggono i volti e limitano anche la dimensione corporea. Eppure tra i due protagonisti nasce immediatamente un sentimento comune, alimentato dalla curiosità intellettuale e dal peso delle responsabilità che ciascuno si trova ad affrontare e di cui è stato investito.

Ci sono echi della lunga teoria dei film sull’incontro ravvicinato, da Arrival a ritroso, fino allo Spielberg umanista degli anni ’70 e ’80. Il film fa tesoro della grande spettacolarità di Gravity e di Interstellar nel costruire grandi sequenze in cui la tensione sembra insopportabile, ma poi è capace anche si sciogliere nell’ironia i passaggi più densi emotivamente.

Lord & Miller tuttavia prediligono all’eleganza di certe soluzioni visive un realismo che ci restituisce tutta la dimensione meccanica, elettrica, ferrosa dell’astronave: la scelta di costruire il set per davvero senza affidarsi ai green screen funziona perfettamente in questo senso.

L’ottimismo della volontà del protagonista è assistito questa volta volta anche dalla ragione, nel momento in cui si sveste delle sue preoccupazioni egoistiche e si apre all’incontro con l’altro.

Non è forse pleonastico ricordare che Sandra Hüller sia una delle più grandi attrici della sua generazione, capace di confermarsi ad ogni sua apparizione sul grande schermo. Anche questa volta riesce ad infondere alla sua Eva Stratt una gravitas assoluta e misteriosa, un magnetismo che attrae ogni altro sguardo, per poi lasciar trasparire spiazzanti squarci d’umanità in quella Sign of the Times cantata a squarciagola al karaoke.

Se il resto del film è un duetto, i flashback scientifici sono come attraversati dalla sua presenza totalizzante.

Ryan Gosling dopo il Neil Armstrong di First Man, ritorna ancora a volare nello spazio, questa volta non per seguire la sua ossessione. Il suo Grace sostiene il film sulle sue sole spalle per tutti i 156 minuti, in un’altra interpretazione totale, che non teme i silenzi, gli spazi di riflessione, la goffaggine.

L’ultima missione è credibile nella misura in cui lo è il suo protagonista: solo se ci facciamo carico dei suoi dubbi, delle sue angosce, del suo coraggio allora possiamo condividerne il destino.

Un destino fatto di condivisione della conoscenza, di sopravvivenza comune, di riconoscimento dell’eccezionalità e del valore dell’altro. Sembrano parole retoriche, ma mi paiono cruciali per quanto siano tradite e calpestate nel mondo in cui siamo costretti a vivere.

Per questo al di là dei suoi limiti di scrittura e di un secondo atto certamente troppo lungo, L’ultima missione resta un film coraggiosamente controcorrente. Anche il finale, che annulla l’idea omerica del ritorno, privilegiando la lealtà e la fiducia all’indifferenza di ogni egoismo, suona magnificamente fuori tempo: in fondo a cosa serve salvarsi da soli?

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