Ponies: l’avventurosa indagine di due quasi spie nella vecchia URSS

Ponies **1/2

“La nostalgia”, scrive Svetlana Boym, docente di Letterature slave e comparate a Harvard, “è un sentimento di perdita e spaesamento, ma è anche una storia d’amore con la propria fantasia”. La citazione, presa dall’introduzione di Retrotopia, una delle ultime opere del sociologo Zygmun Bauman (Laterza, 2017), può essere un utile vademecum per affrontare Ponies, serie del canale Peacock distribuita in Italia da TimVision. Nostalgia per un mondo che non c’è più, quello cristallizzato nei blocchi della guerra fredda, stabile benché, o forse proprio per questo, minacciato dall’eventualità non troppo remota della distruzione globale. Un mondo con punti di riferimento chiari, molto diverso dall’attuale.

Comunisti e capitalisti, sovietici e americani, compagni e cowboy: queste coppie di contrari, spesso stereotipate, ora fanno quasi tenerezza. Con la scomparsa dei blocchi prima, e lo sfarinamento dell’ordine internazionale adesso, può capitare di desiderare il ritorno delle vecchie, care spie, in missione dietro le linee nemiche. Nessuno provi imbarazzo. È normale accettare il comfort garantito da racconti old style, imbastiti attorno alle coordinate di un tempo andato. Ma teniamo pur sempre in considerazione il pericolo insito in ogni reflusso di nostalgia: la confusione tra la casa vera e quella immaginata.

Per fortuna Ponies, creata da Susanna Fogel e David Iserson, abbonda di ironia. Mosca, tardi anni Settanta del secolo scorso. Il freddo bracca una città che i suoi stessi abitanti considerano esteticamente oscena. Bea e Twila, le protagoniste assolute della serie, sono due giovani donne, sposate con due dipendenti, tecnicamente “addetti alle comunicazioni”, presso l’ambasciata degli Stati Uniti. Qualcuno potrebbe azzardare: spie. E avrebbe ragione.

All’inizio, tra un inseguimento e l’altro, tutto fila più o meno liscio. Poi, la fatalità. I mariti perdono la vita in un incidente aereo. O almeno così sostengono i vertici della CIA. Ma le vedove, ovviamente, non abboccano.

Emilia Clarke e Haley Lu Richardson, le attrici chiamate a impersonare le protagoniste, compongono una coppia perfetta. Entrambe attingono a un fondo di comicità leggera e mai superficiale. Nel caso di Bea, il lato divertente è venato da fragilità e malinconia. Più sfrontata e folle è la sua compagna di avventure, Twila, non a caso definita “coraggiosa come un toro” dall’impeccabile (scheletri nell’armadio a parte…) capo missione della CIA a Mosca. Dane è interpretato da Adrian Lester, attore britannico molto attivo e pluripremiato sul fronte teatrale.

Bea e Twila appartengono a due Americhe diverse. Istruita e poliglotta Emilia, randagia e anticonformista Twila (dice candidamente che passava il tempo accanto alle basi militare nella speranza di rimorchiare piloti). Il rimpatrio le getta nello sconforto. Troppo triste e carica di ricordi la casa nel Rhode Island dove Bea ritrova sua madre, ebrea bielorussa scampata all’Olocausto. Un non-luogo, invece, la realtà che aspetta Twila nell’Indiana.

Ecco, improvvisa, l’ideona. Cosa le vieta di proporsi spontaneamente all’Intelligence, con l’obiettivo nemmeno troppo velato di tornare in Unione Sovietica per scoprire la verità sulla morte dei mariti? All’inizio Dale non sembra molto d’accordo (nelle stanze della CIA incontriamo di passaggio pure un certo George Bush!). Poi cede, credendo di poterle manipolare. Il fatto che siano sprovviste di un addestramento “specifico” (mica facile essere spie) non le scoraggia. L’ignoranza in materia amplifica l’assurdità delle situazioni. Bea, nome in codice Nadiya, diventa il contatto di Sasha alias CK Solar, un agente sovietico reclutato dalla CIA appassionato di cinema americano, tanto da ribattezzarsi… Redford. Il primo incontro avviene in un bar.

L’imprevisto è dietro l’angolo. E in Russia coincide con il previsto arrivo del KGB. Andrei Vasiliev, un biondo agente “androgino” paragonato da Twila (donna sempre con la battuta pronta) a David Bowie si inserisce tra Nadya e Ck Solar, pardon, Redford. L’episodio del bar si conclude con Twila, guardiaspalle senza macchia e senza paura, che appicca involontariamente l’incendio al locale. La consegna di una copia di Anna Karenina contenente “istruzioni” va a buon fine.

Un giorno nella sua residenza moscovita, quella dove viveva col marito ormai defunto, suona un telefono. Cosa ci fa un apparecchio color rosso fuoco nascosto nell’armadio di Bea? E perché Andrei conosce quel numero? La relazione pericolosa tra lei e il nemico fa parte del gioco. Peccato che una missione del KGB possa comportare l’assassinio a sangue freddo di una donna. Di molte donne. E se tra il lavoro “sporco” d’intelligence e la vocazione omicida, da serial killer consumato, non vi fosse alcuna differenza?

Twila intanto attacca bottone con Maria, una donna del popolo impegnata nel contrabbando. La relazione, a lungo andare, diventerà parecchio calda. Un’altra figura femminile che Twila incrocia sul suo cammino è Vera, un anello di congiunzione tra le reti clandestine della dissidenza sovietica (il misterioso Bruco) e gli americani. Vera, detto per inciso, finisce male, causa crollo di un parapetto.

Al centro di queste vicissitudini, sempre trattate con il piglio della commedia, troviamo un archivio di registrazioni audio e video. Facile intuire cosa contengano. La presenza di avvenenti donne russe negli hotel frequentati dagli americani spiega tutto. Il ricatto è un’arma insostituibile. In fondo, basta assecondare la natura umana. Un consiglio: meglio pensarci due volte prima di aprire la porta alla vicina di stanza…

Mosca sotterranea è fatta di bordelli accessibili solo agli occidentali, discoteche con la musica assurdamente bassa, mercati in cui è possibile barattare pizzini con leccornie occidentali e saloni di parrucchiera che fungono da centri di smistamento per gente in fuga. Una dacia immersa nei boschi alla periferia della capitale sembra il miglior rifugio possibile, ma l’apparenza inganna. Qui, nell’intercapedine di una latrina (a proposito, nella Russia rurale non pensate di chiedere il bagno in camera), Twila scopre uno strano deposito. Quei flaconi di shampoo sono assimilabili a simpatiche matriosche… con una sorpresa dentro.

Una figura interessante è rappresentata da Cheryl. Vic Michaelis, attrice comica, interpreta con verve la moglie di Ray. A differenza del marito, un perspicace funzionario della CIA che accetta di collaborare con Twila, tanto da coprirne le défaillance con incondizionata generosità, Cheryl non sopporta affatto le nuove colleghe. Lei, una capufficio di lungo corso molto ben inserita nell’organizzazione, trova incomprensibile la presenza di due soggetti così palesemente incompetenti nelle stanze dell’Intelligence, dove si modellano i destini del mondo. Gli strali peggiori, però, sono riservati al povero Ray. Il quale strabuzza gli occhi quando alla loro porta di casa bussa Eevi, la nuova tata venuta da qualche parte del profondo nord.

Gelosia? Un biglietto per il concerto di Elton John (il tour si tenne realmente per otto date complessive nel maggio del 1979), regalato da Ray a Eevi, peggiora la situazione. Finché, un colpo di pistola involontario…

Sasha, altrimenti noto alla CIA come CK Solar o anche Redford, è interpretato dall’attore ucraino Petro Ninovsky ed è il personaggio più candido di Ponies. Sasha si nutre di idealismo e non rifiuta incarichi pericolosi. Inoltre, instaura un rapporto di amicizia con Bea, per la quale prova una crescente attrazione. Le attenzioni sembrano ricambiate, ma Bea, in questa intricata rete di relazioni, tiene parallelamente in piedi la pericolosa liaison con Andrei.

La serie forse esagera con gli incastri di situazioni e a tratti imbocca delle soluzioni un po’ abborracciate. Il viaggio nostalgico di Manya in Bielorussia, ad esempio, sembra buttato lì per caso. Ponies si affida a un meccanismo di proliferazione. Tanti personaggi e spunti, pure ironici e non privi di intelligenza, a lungo andare frenano la linearità del racconto senza regalare alcun bonus in termini di ricchezza narrativa. Figure per adesso marginali (sempre che siano rimaste in vita e non neutralizzate con una puntura alla base del collo!) potrebbero esprimere ancora il loro potenziale nascosto, sviluppandosi compiutamente nella seconda stagione. Troppi segreti rimasti in sospeso, per non aver un seguito…

Alcune finezze sono degne di nota. Sasha legge Il mondo è pieno di donne divorziate di Jackie Collins e tralascia la grande letteratura russa, per non parlare dell’influenza culturale di Love Story nel cerchio dei dissidenti. Bea prende lezioni di seduzioni da Twila, che non manca di notare il colore della lingerie indossata dalla sua amica, “rossa come il comunismo”. Cheryl si lamenta di dover lessare un’oca anziché un tacchino il giorno del Ringraziamento. Qualcuno si chiede perché il latte russo, se dimenticato fuori dal frigorifero per giorni, non vada a male (e sull’importanza della figura del padre lattaio nella crescita di Dane bisognerebbe aprire un discorso a parte). Inconfondibile è il triangolo di sporcizia sul parabrezza delle auto del KGB, dovuto a un difetto di lavaggio made in URSS. Indimenticabile la passeggiata di Twila nello spogliatoio maschile.

Oltre e nonostante le ideologie contrapposte, emergono le motivazioni squisitamente umane dei personaggi. Yankee e compagni soffrono i propri limiti. Restare “sani” nei servizi segreti è un’impresa impossibile. Vecchia storia, di muri e di silenzi, di segnali e di frasi in codice. Le missioni mettono a dura prova la resistenza del corpo e soprattutto della psiche. Andrei sbotta contro i suoi capi, incapaci e corrotti. Le persone di provincia sono sottovalutate, dice, per aggiungere poi che, se conoscesse il punto debole di ognuno, governerebbe il mondo. Il desiderio di riscatto sociale è la molla dell’ambizione sfrenata. Sul fronte americano il clima interno non è migliore. Dane prova a superare i suoi blocchi con la psicanalisi, ma il trattamento cui si sottopone è qualcosa di più, di totale, di estremo.

Giustizia e verità sono le stelle polari di Bea e Twila. Forse la CIA non è meno colpevole del KGB nell’affaire della scomparsa dei rispettivi mariti. Ponies scivola in un finale convulso, con un surplus di azione, incluso un mezzo bagno di sangue (occhio agli attizzatoi!). L’epilogo spalanca nuove possibilità, nuove traiettorie. La sorpresa è dietro l’angolo. O meglio nei sotterranei. Da buoni custodi dei segreti dell’Intelligence mondiale, non la riveliamo. In ogni caso, mai fidarsi delle sigarette accese, mai indossare vecchi maglioni con la spilletta catarifrangente e mai mangiare cipolle prima di incontrare qualcuno al parco. Se poi volete sposare uomini noiosi, fatti vostri.

Il cast principale, oltre alle attrici/attori già citati, è completato da Artjom Gilz (Andrei), Clare Hughes (Eevi), Harriet Walker (Manya), Nicholas Podany (Ray), Andrew Richardson (un funzionario della CIA trasformato dal tradimento della moglie in consumatore di droghe leggere…) Ottime le ricostruzioni vintage, piacevoli le acconciature. Il tocco di classe è assicurato dalle scelte musicali. Chicche tutte da scoprire accanto a grandi nomi del pop/rock anni Settanta, Fleetwood Mac, Steely Dan, Electric Light Orchestra… La chiusura con The Stranger di Billy Joel strappa gli applausi.

Titolo originale: Ponies

Numero di episodi: 8

Durata: 45 minuti l’uno

Distribuzione TimVision

Uscita in Italia: 18 febbraio 2026

Genere: Spy, Thriller, Comedy

Consigliato a chi: pensa che una scatola di plumcake sia meglio di una rapa bollita, cerca il silenzio nella testa, preferisce le noccioline ai proiettili.

Sconsigliato a chi: usa distrattamente il coltello quando taglia il pane, non sopporta i quadri sbilenchi, ha scoperto un segno di rossetto sullo stipite della porta.

Visioni, letture e ascolti paralleli:

  • Andrei, invecchiato di qualche anno, starebbe benissimo in uno dei film di Aleksej Balabanov sul caotico periodo di transizione della Russia postcomunista. Sperando che le piattaforme di streaming ripropongano Brother (1997) in lingua italiana, una versione con sottotitoli in inglese è presente su Youtube.
  • Chi l’ha detto che gli uomini lo fanno meglio? In questo libro non troverete Bea e Twila, ma in compenso molte figure reali: Gabriele Faggioni, Spionaggio femminile nel Novecento, Odoya (2022). Dello stesso autore segnaliamo il podcast https://storiainpodcast.focus.it/donne-e-spionaggio/
  • Per Ian Fleming era formidabile. Il procuratore giapponese Yoshikawa lo definì “l’uomo più grande che avesse mai incontrato”: Owen Matthews, La spia perfetta. Vita e morte di Richard Sorge, Edizioni Settecolori (2025).

Un artista: Malevič.

Un messaggio: il cavallo alato.

 

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