Se solo potessi ti prenderei a calci **
Presentato in anteprima alla Berlinale a febbraio 2025, dove ha vinto il premio per la migliore interpretazione con Rose Byrne, Se solo potessi ti prenderei a calci segna il ritorno alla regia di Mary Bronstein a distanza di diciassette anni dal suo esordio “mumblecore” con Yeast anche interpretato assieme a Greta Gerwig.
Se allora il riferimento era quella breve stagione del cinema indie americano caratterizzata da un’attenzione logorroica alle ansie relazionali e ai turbamenti giovanili, ora è piuttosto evidente che lo stile opprimente, il ritmo fratturato i primissimi piani insistiti sono figli del cinema die fratelli Safdie, entrembi attori proprio in Yeast.
Josh Safdie è anche produttore in questo lavoro distribuito da A24 a segnare un’evidente sintonia tra la madre e psicoterapeuta protagonista di Se solo potessi ti prenderei a calci e i personaggi creati in Good Time e Diamanti grezzi.
Linda ha una figlia con un grave disturbo alimentare che sopravvive grazie a un sondino che provvede alle sue necessità, ma che obbliga la madre a svegliarsi continuamente di notte per verificare che le macchine funzionino correttamente.
Il marito è un capitano di crociera via per due mesi e improvvisamente una sera la loro casa viene devastata da una perdita nell’appartamento sovrastante che crea un’enorme voragine nella loro camera da letto.
Costretta così a trasferirsi momentaneamente in un hotel, Linda cerca di tenere assieme i pezzi della sua vita, tra un compagno assente, una figlia petulante e bisognosa di tutto, che non vedremo mai, pazienti altrettanto disperati e bisognosi d’attenzioni, medici che vorrebbero coinvolgerla in percorsi psicologici inutilmente aggressivi e un collega a cui si rivolge, cercando di sfogare le sue ansie in un percorso terapeutico dai confini sfumati.
Il film di Bronstein soffre di una scrittura che accumula ossessivamente personaggi di contorno che servono solo ad alimentare l’ansia della protagonista, il suo senso di colpa, la sua isteria.
La paziente ossessionata dal figlio che fugge abbandonandolo da lei, il manager dell’hotel con cui fuma erba, la proprietaria ostile, il contractor che fugge dai suoi impegni lasciandola fuori di casa per un tempo indefinito, il collega riluttante, il parcheggiatore inflessibile, la medico petulante, la stessa figlia sono tutte funzioni narrative più o meno funzionali, incapaci di assumere una pienezza autentica e autonoma: esistono solo in funzione del profondo stato depressivo di Linda, che si infila più o meno consapevolmente in situazioni sempre più controverse, fino al disastro emotivo e personale.
Tutto chiaro e tutto prevedibile dopo tre minuti di questo Se solo potessi ti prenderei a calci che ha dalla sua l’interpretazione generosa di Rose Byrne e poco altro, perchè la regia di Bronstein è appunto un calco di cose che i Safdie hanno fatto in passato e sembrano aver anche superato, mentre la scrittura drammatica è pedante e arty oltre i limiti consentiti. Il simbolismo del buco che si apre nel soffitto di casa come nella vita di Linda è sin troppo esplicito e risaputo, il rimorso di un aborto passato suona come il più ricattatorio e fasullo degli espedienti narrativi, il ritorno del marito in divisa bianca sfiora il ridicolo involontario e anche la scelta intelligente di occultare il volto della figlia, non resiste alla tentazione finale di chiudere proprio sul suo volto.
Peraltro anche sotto il profilo femminile e femminista, il film sembra perpetuare il solito fasullo stereotipo della donna incapace di gestire vita professionale e personale, travolta da un vortice d’isteria e irrazionalità autodistruttive.
Peccato che Bronstein non abbia scelto una dimensione più decisamente horror e di genere, che forse avrebbe dato al suo racconto una sfumatura più inquietante. Il film invece si prende terribilmente sul serio e fa la voce grossa, con un carico metaforico che risulta piuttosto stucchevole.
Imbarazzante la presenza del comico Conan O’Brien nei panni del collega psicoterapeuta, non meno di quella di A$AP Rocky, chiuso nel solito ruolo dell’afroamericano ambiguo e vizioso.
Difficile comprendere per quale motivo un lavoro così minore abbia trovato spazio nelle liste di fine anno dei migliori film della stagione, se non per quella sconcertante confusione culturale e valoriale in cui sono piombati gli americani, una notte in cui tutte le mucche sono nere ed in cui i solidi riferimenti critici del passato hanno lasciato il testimone a voci confuse e contraddittorie.
Modesto.
Distribuzione italiana di I Wonder Pictures, solida partner di A24: la data d’uscita non è ancora stata comunicata.
