A distanza di nove anni dalla conclusione dell’indagine che ha portato a sgominare le trame del trafficante d’armi britannico Richard Roper (Hugh Laurie), ritenuto da tutti morto, la vita di Jonathan Pine (Tom Hiddleston) appare cambiata. L’agente speciale dell’MI6 si fa ora chiamare Alex Goodwin e coordina l’Unità Night Owl che monitora quanto accade nella notte a Londra, cercando di seguire i soggetti potenzialmente più pericolosi attraverso le immagini delle molteplici telecamere sparse per la città. E’ in questo lavoro, monotono ed alienante, che Pine trascorre il proprio tempo, analista più che agente operativo, impegnato a fare i conti con il proprio trauma e il proprio passato più che a vivere nel presente o a costruirsi un futuro. Quando però il suo capo e mentore Rex Mayhew (Douglas Hodge) si toglie misteriosamente la vita, pochi giorni dopo la comparsa a Londra di un sicario già incontrato nell’indagine su Roper, Pine decide di scoprire cosa stia realmente accadendo. Cambia nuovamente identità e parte per Medellin, sulle tracce dell’uomo che sembra aver preso il posto di Roper, Teddy Dos Santos (Diego Calva) e scopre non solo che la rete criminale del giovane boss si estende ben oltre la Colombia e arriva fino a Londra, coinvolgendo le alte sfere dell’MI6, ma anche che Roper non è affatto morto.
A distanza di dieci anni dalla prima, acclamata stagione, realizzata a partire da un testo di John Le Carrè, The Night Manager torna sugli schermi con una storia del tutto nuova, svincolata dal precedente illustre riferimento letterario. E’ una storia dominata dalla mancanza di orizzonti negoziali del mondo contemporaneo, con i singoli, siano essi Stati o privati, ripiegati su se stessi e incapaci di andare oltre al proprio interesse particolare. Così i personaggi che portano valori collettivi finiscono uccisi e il finale, cupo e disperato, sembra descrivere un mondo in cui tutti i valori sono perduti. Naturalmente è una non-conclusione che rimanda ad una terza stagione, in grado (presumibilmente) di sovvertire quanto visto finora. Come sarà possibile farlo? Forse basandosi sul rapporto tra Pine e Roxana Bolanos (Camila Morrone), il personaggio femminile che catalizza il tradizionale ruolo della femme fatale tipico del genere. Roxana è una donna determinata e affascinante, ferita dal suo passato e proprio per questo libera da sentimentalismi; è capace di tradire ripetutamente sia Teddy che Jonathan, in un triplo gioco che nasce non da strategie intellettuali, ma piuttosto da un semplice istinto di sopravvivenza. I suoi tentennamenti e la sua ambiguità sono infatti soprattutto la conseguenza di un istinto di conservazione e non sono mai messi in discussione da ragionamenti di natura morale. Non c’è approfondimento psicologico e, a ben guardare, il suo comportamento, come quello di tutti gli altri personaggi, è facilmente prevedibile, proprio perché mosso esclusivamente dall’interesse personale, che può variare da personaggio a personaggio, ma che è comunque sempre riconducibile ad una dimensione unilaterale.
E’ quindi una dinamica piuttosto semplificata dal punto di vista morale, così come socio-politico: a livello politico manca una dimensione sovranazionale e questo semplifica davvero troppo le questioni in campo. I colpi di Stato sembrano una cosa molto semplice da realizzare e l’importanza dei servizi segreti britannici (che operano in assoluto isolamento istituzionale) è sovradimensionata. La prima stagione ha lasciato veramente poco, semplificando la complessità dei personaggi e riducendo il loro passato a qualche flashback volto ad ingaggiare lo spettatore: manca una crescita dei caratteri. Li ritroviamo a distanza di anni, ma senza avere la sensazione di conoscerli meglio o di aver condiviso il loro cambiamento. Sono questi a nostro avviso i principali limiti della seconda stagione di The Night Manager: troppo semplicistica nei meccanismi, come nella psicologia dei personaggi, con la conseguenza di sviluppi piuttosto prevedibili. Solo nel finale si sparigliano un po’ le carte in tavola, sebbene con alcune situazioni a tratti poco verosimili.
E’ interessante notare come, rispetto alla prima stagione, The Night Manager abbia recepito alcune sollecitazioni delle spy stories di maggior successo degli ultimi anni, come lo spirito da reietti che inizialmente aleggia sul gruppo di Pine e che rimanda alla celebrata Slow Horses. Certo è solo una sensazione, se vogliamo un accenno, che ci conferma quanto il taglio della serie di Will Smith sia stato originale e impattante, introducendo nuova linfa nelle dinamiche proprie del genere. Oltre alla descrizione degli agenti segreti come individui disfunzionali, Slow Horses ci ha raccontato l’importanza del lavoro di squadra: per quanto possa essere carismatico, anche Jackson Lamb (Gary Oldman) è costretto a confrontarsi con il suo gruppo di lavoro, che opera spesso in modo autonomo e senza la sua autorizzazione, prendendosi ampi spazi narrativi. Una prospettiva che invece The Night Manager tende ad ammorbidire, limitando il peso e l’importanza della squadra di Pine e in ogni caso facendo ruotare sempre e solo attorno a lui (e all’antagonista Roper) i momenti determinanti del racconto. In Slow Horses poi le dinamiche interne ai servizi riguardano soprattutto inefficienza, egoismo e competizione, mentre qui si rientra nel più classico canovaccio della corruzione e del doppiogiochismo.
Siamo insomma di fronte ad un prodotto che recepisce parzialmente le tendenze del genere, ma in un’ottica sostanzialmente tradizionale. Questo non deve scoraggiare gli amanti delle spy stories: la qualità tecnica permette di immergersi in un racconto fluido ed emozionante, godendo dell’eleganza visiva e del ritmo incalzante. Le interpretazioni sono convincenti, in primis quelle della coppia di antagonisti Roper-Pine, ma anche quella di Teddy, un cattivo fragile e autolesionista a cui Diego Calva dà coerenza e varietà espressiva, passando attraverso stati emotivi molto diversi tra loro. Anche gli altri personaggi di supporto sono credibili e ben interpretati, anche se hanno una varietà emotiva e psicologica minore.
La terza stagione, di fatto prevista contestualmente a questa seconda, è già in fase di lavorazione e concluderà la storia in modo definitivo, capovolgendo il cupo finale. O forse no.
TITOLO ORIGINALE: The Night Manager
DURATA MEDIA DEGLI EPISODI: 50 minuti
NUMERO DEGLI EPISODI: 6
DISTRIBUZIONE STREAMING: Amazon Prime
GENERE: Spy Story, Crime, Drama
CONSIGLIATO: a quanti sono alla ricerca di una visione emozionante e di una spy story classica.
SCONSIGLIATO: a quanti si aspettano una storia innovativa e colpi ad effetto: è tutto piuttosto prevedibile, anche se ben realizzato. Solo nell’ultimo episodio la storia prende una piega più avvincente, con un finale aperto che rimanda la conclusione alla terza stagione.
VISIONI PARALLELE: Il consiglio è di leggere il libro da cui è stata tratta la prima stagione, Il direttore di notte, di John Le Carrè, pubblicato in Italia da Mondadori, nella collana Oscar Mondadori.
UN’IMMAGINE: la lussureggiante natura Colombiana, resa da una fotografia impeccabile, caratterizza le scene nella giungla che si contrappongono, nel montaggio alternato finale, a quanto avviene nella grigia Londra. Sono due parti della stessa medaglia, di una realtà in cui i valori vengono sconfitti ed i buoni finiscono per soccombere: luoghi lontani eppure accomunati da un destino comune.

