Crime 101 – La strada del crimine **1/2
Il ritorno del londinese Bart Layton a cinema, dopo l’ottimo debutto di L’impostore (2012) e del successivo American Animals (2018), entrambi segnati dalla commistione tra fiction, genere e documentario, è tratto da un racconto di Don Winslow e prodotto da Amazon MGM.
Ambientato in una Los Angeles anonima, lattiginosa, che si presenta con uno skyline notturno significativamente rovesciato e con una voce off che recita massime aspirazionali e zen, Crime 101 è un heist movie che si confronta inevitabilmente con il mito di Heat.
Molto intelligentemente non si piega a omaggi e citazioni, anzi cerca di distanziarsi per quanto possibile dal capolavoro urbano di Michael Mann, raccontando la solitudine di una serie di monadi insoddisfatte e sempre sull’orlo del baratro.
Mike Davis è un rapinatore che sceglie i suoi colpi sempre in prossimità della Highway 101 che attraversa la West Coast da nord a sud passando attraverso Los Angeles. E’ un ladro gentile, che non usa violenza, intercetta le comunicazioni tra gioiellerie quando spostano la merce e vive di una meticolosa preparazione dei suoi colpi.
Sulle sue tracce c’è lo sdrucito detective Lou Lubesnick, appena abbandonato dalla moglie, in rotta con il suo partner nell’LAPD.
Il prossimo obiettivo di Davis è Sharon Colvin, un’agente assicurativa dei ricchi e famosi, che nonostante le promesse non è ancora diventata partner a 53 anni. Un suo cliente sta per sposare una ragazza molto più giovane di lui e attende l’arrivo di un pugno di diamanti da Anversa da regalare alle damigelle d’onore.
Nel frattempo nella vita di Mike, dopo un banale tamponamento d’auto entra Maya, che lavora in una società di P.R.: all’oscuro delle attività del rapinatore, cerca di ancorarlo a una realtà che Mike ha sempre rifiutato.
Quando il protagonista rifiuta un colpo in pieno giorno a una gioielleria, troppo pericoloso per i suoi standard, il ricettatore Money si rivolge al giovane Ormon, uno spiantato irascibile e violento, che gira su una moto da cross.
Il copione di Layton porterà i cinque personaggi a scontrarsi e collidere, per un breve momento.
Sono cinque anime infelici, insoddisfatte, ossessive nel lavoro e nella vita. Anche se sono su fronti diversi della legge il confine tra bene e del male sembra progressivamente sfumare, secondo un principio di giustizia poetica che il film asseconda per regalare ai suoi personaggi un finale riconciliato.
Rispetto al film di Mann, Layton accentua la dimensione psicologica, riducendo il tempo dell’azione, degli inseguimenti e mettendo spesso la sordina alle armi, che Mike usa mal volentieri e solo come strumento difensivo e intimidatorio.
In questo contesto la brutalità violenta di Ormon è un elemento perturbante ed estraneo che avrà conseguenze su tutti.
Il film di Layton è riuscito, ben costruito, ma sembra appartenere ad un cinema che gli americani non sanno più fare: il thriller metropolitano che tanto ha segnato gli anni ’90 si è fatto via via più raro, spesso relegato alle piattaforme.
Ottimo il cast con Hemsworth lontanissimo dalle assurdità di Thor, più vicino al personaggio che lo stesso Mann gli aveva cucito addosso con Blackhat. Ruffalo sembra nato per interpretare la parte del poliziotto con la barba lunga e la cravatta allentata. La scelta di Halle Berry è significativa e indovinata per un personaggio che la vita sembra aver accantonato. Quanto a Barry Keoghan dovrebbe evitare di farsi ingabbiare dai ruoli violenti e minacciosi.
