I sette quadranti: nonostante le qualità tecniche e un’ambientazione affascinante, la storia non lascia il segno

I sette quadranti **1/2

Quando si parte da un racconto di Agatha Christie lo spettatore si aspetta un territorio definito, con confini precisi e in gran parte già esplorati nel passato. Basti pensare che esistono oltre un centinaio di adattamenti tra film, film per la TV e serie tratti dai romanzi e racconti di Agatha Christie. La cifra precisa varia a seconda di come si contano gli episodi delle serie antologiche, ma le fonti concordano sul fatto che il numero superi ampiamente la soglia dei 100 titoli, dal 1928 ad oggi. Il conto è presto fatto: almeno una produzione all’anno ha attinto al mondo della scrittrice inglese. Ci sono peraltro romanzi che hanno avuto diversi adattamenti, basti pensare ad Assassinio sul Nilo o ad Assassinio sull’Orient Express e alcuni di questi sono ritenuti dei capolavori della storia del cinema, come Testimone d’accusa (regia di Billy Wilder, 1957) con un cast eccezionale (Tyrone Power, Marlene Dietrich e Charles Laughton tra gli altri). Il mistero dei sette quadranti ha ricevuto minore attenzione da parte del mondo del cinema e della Tv; prima della versione di Netflix, portata sullo schermo da Chris Chibnall (Doctor Who, Broadchurch, The Great Train Robbery) dobbiamo infatti accontentarci di una sola trasposizione, da parte della London Weekend Television, con due episodi del 1981. Le ragioni possono essere diverse e sembrerebbe di assecondare una valutazione critica diffusa nell’identificare la principale causa nella minore qualità del testo, soprattutto da un punto di vista investigativo. Da più parti infatti si è evidenziata la semplicità e per molti aspetti la fragilità della trama spy-thriller. Ci sono però altri due elementi che non vanno sottovalutati, nel tentativo di spiegare questo minore successo del racconto rispetto ad altri: la contaminazione dei generi e il forte protagonismo di una giovane donna.

E’ giusto evidenziarli perché in essi risiede il principale motivo di interesse per la serialità contemporanea, che in questi anni ha sposato la contaminazione dei generi, prediligendo storie che si muovono all’intersezione di generi diversi e ricorrendo al protagonismo femminile come più fresco, brillante e politicamente corretto di quello maschile. I sette quadranti si muove quindi, proprio come il romanzo, tra diversi generi: il giallo, il thriller, la spy story e la commedia, dando però la sensazione di non riuscire sempre a legarli in modo armonico. Differente è invece l’ancoraggio del racconto al protagonismo di Lady Eileen, detta “Bundle” che trova nell’interpretazione di Mia McKenna-Bruce (How to Have Sex) un perfetto mix di giovanile esuberanza, coraggio ed emotività. E’ lei a sostenere la narrazione e la negoziazione dello spettatore, anche quando la trama tentenna o, semplicemente, perde di ritmo.

Lady Eileem è infatti il motore della vicenda: è la sua determinazione nel cercare di scoprire chi abbia davvero ucciso il suo amico Gerry (Corey Mylchreest) a sospingere la parte investigativa. Gli altri personaggi coinvolti nelle indagini, come Ronny Devereaux (Nabhaan Rizwan) o Jimmy Thesiger (Edward Bluemel), ruotano attorno a lei, oppure le fanno da controcanto, come il sovraintendente Battle di Scotland Yard (Martin Freeman) o, in alcuni momenti, la madre Lady Catherham (Helena Bonham Carter). Tra gli attori si è creata un’alchimia positiva che passa sullo schermo e che contribuisce alla sensazione di essere davvero immersi in un contesto storico determinato. E’ questo l’aspetto più riuscito, a cui contribuisce, oltre alla narrazione, la qualità dei costumi, rimarchevoli, specie per le scene di ballo e di festa.

La scenografia, i costumi, i maestri di scena riescono a farci percepire il profumo degli anni ’20 del ‘900 e questo non è poco. Viaggiare in auto con Bundle tra le strade della campagna inglese o per le vie di Londra è davvero un’esperienza affascinante ed immersiva. A questa immersione contribuiscono i dialoghi e i riferimenti alla realtà storica e sociale del tempo: a qualcuno, per fare un esempio, suonerà strano apprendere che le donne non avevano ancora il pieno e completo diritto di voto in Inghilterra. In effetti sarà solo nel 1928 che verrà introdotto il diritto di voto per tutte le donne, indipendentemente dall’età e dallo stato civile. Anche il riferimento al proliferare di società segrete è un elemento storico interessante e riguarda sia la massoneria che le società esoteriche, occultistiche e i club privati. E’ un dato che però nei romanzi (così come nella serie) viene accentuato, per potere e diffusione, rispetto alla realtà storica. La regia di Chris Sweeney è elegante e particolarmente efficace nel rendere il senso di controllo che aleggia intorno ai protagonisti e conferma la qualità tecnica della produzione, certamente ambiziosa.

Quello che manca, come detto, è il ritmo, che si alza solo nel terzo episodio, quando la storia entra nel vivo e si sente davvero il sapore inconfondibile dei dramma di Agatha Christie con uno dei suoi grandi archetipi e cioè il treno. Il finale rovescia poi gran parte delle nostre convinzioni, con un effetto sorpresa che non è finalizzato a sé stesso, ma ha una funzione di crescita del personaggio principale, finalmente libero di esprimersi nella sua pienezza esistenziale e che apre interessanti spazi narrativi per il futuro.

La conclusione del racconto pone infatti le premesse per una seconda stagione: molto dipenderà dal riscontro in termini di pubblico e di critica. Il fatto che possa essere più libera e svincolata dal testo ci sembra un valore aggiunto e potrebbe dare a Chris Chibnall l’opportunità di esprimersi in modo più originale.

TITOLO ORIGINALE: Seven Dials

DURATA MEDIA DEGLI EPISODI: 50 minuti

NUMERO DEGLI EPISODI: 3

DISTRIBUZIONE STREAMING: Netflix

GENERE: Thriller, Spy story, Comedy, Whodunnit

CONSIGLIATO: a quanti cercano una serie capace di immergerci nel fascino degli anni ’20 del secolo scorso e una giovane protagonista femminile di grande impatto.

SCONSIGLIATO: a quanti cercano una trasposizione “purista” di Agatha Christie o si aspettano una trama investigativa articolata e ricca di colpi di scena.

VISIONI PARALLELE: una delle migliori trasposizioni di Agatha Christie, a parte il già citato Testimone d’accusa è sicuramente Morte sul Nilo, del 1978, con un iconico Peter Ustinov nei panni di Poirot e Mia Farrow nei panni di Jacqueline De Bellefort.

UN’IMMAGINE: l’orologio è certamente l’elemento che meglio si associa al racconto, non solo dal punto di vista visivo (ne troviamo moltissimi tra esemplari da tavolo, da polso, a cipolla, etc.) o del titolo, ma anche da quello uditivo perché il rumore delle lancette, insistente e incalzante, così come il rintocco del cambio d’ora, ci accompagnano in modo significativo lungo tutti i passaggi cruciali della stagione.

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