Stranger Things 5 – Volume 2: un finale che prova a incrinare senza successo il valore della serie

Stranger Things 5 – Volume 2 **1/2

Abbiamo raccontato e analizzato con cura analitica in questi anni Stranger Things, ma adesso, a distanza di una decina di giorni dall’episodio conclusivo, immersi come siamo in un fluire di opinioni, discussioni ed emozioni, più che un’ulteriore analisi tecnica abbiamo pensato di condividere con voi qualche chiave di lettura, senza cercare la sistematica analiticità delle precedenti recensioni, ma piuttosto sviluppando qualche divagazione aperta ai vostri contributi e, come sempre, disponibile a recepire opinioni differenti.

Il sentimento preponderante, al termine della stagione finale e del lungo episodio, The Rightside Up, che ha sancito la conclusione delle avventure dei nostri eroi, Undici, Steve, Eric, Will, Mike, Jonathan, Nancy, Max, Robin, Lucas e Dustin è quello di una leggera malinconia. È il sentimento indefinito proprio di chi ha “la bile nera” secondo l’etimologia greca, e cioè di chi si trova in uno stato di tristezza passiva, ripiegato su sé stesso, rimuginante e senza gli slanci di rabbia della bile gialla. Senza un nemico con cui prendersela, ma solo con i fantasmi di possibilità inespresse: il problema, per dirla tutta, non è che sia finita, ma che sia finita ancora una volta in un modo non all’altezza delle precedenti stagioni. E’ chiaro che la serialità narrativa audiovisiva del nostro tempo abbia un problema con il finale, con la conclusione, con il limite. Dopo il rilascio dei primi 4 episodi, come abbiamo raccontato, sembrava che ci fossero le premesse per concludere questo lungo ed affascinante viaggio, durato 10 anni, senza deludere (di molto) le nostre aspettative. Una speranza che i successivi episodi hanno in buona parte vanificato, alternando alti e bassi che ci hanno lasciano con tanti periodi ipotetici dell’irrealtà.

Tutti i caratteri principali hanno concluso il proprio arco narrativo, raggiungendo l’età adulta e superando le rispettive, e spesso reciproche, criticità. Ne è un esempio, determinante per l’esito dello scontro con Henry/Vecna, Will, con il suo potente (e discusso) coming out del quinto episodio, The Bridge. Senza l’accettazione e la condivisione del proprio orientamento sessuale, Will non sarebbe mai stato libero dal condizionamento psicologico di Vecna. Altri esempi si possono ritrovare nella conclusione della relazione tra Jonathan e Nancy, attraverso l’idea, brillante quanto ermetica, della ‘non proposta di matrimonio’ del sesto episodio, Escape from Camazotz; lo stesso in cui assistiamo ad un altro importante chiarimento che porta al rinsaldarsi dell’amicizia tra Steve e Dustin. Siamo già arrivati al finale quando Hopper chiede a Joyce di sposarlo e le propone di cambiare città per iniziare una nuova vita insieme. Anche la storia di Max e Lucas trova una stabilità, così come il rapporto conflittuale tra Steve e Jonathan si stempera in una scanzonata amicizia. Qualcuno ha evidenziato come questi approdi non siano accompagnati da una crescita dei personaggi o da una maggiore introspezione, ma piuttosto vadano, per così dire, a rimorchio del racconto. Una scelta lecita per una serie che con il passare delle stagioni ha spostato il suo baricentro sull’azione più che sull’introspezione. Il problema è che a volte si inseriscono nel tessuto narrativo con uno strappo che ferisce la fluidità degli eventi (coming out di Will) o la coerenza della situazione descritta (il dialogo tra Nancy e Jonathan mentre la stanza si scioglie).

La seconda parte della stagione soffre di questi inserti, che rappresentano dei momenti emotivamente forti, ma che finiscono per essere ‘subiti’ dallo spettatore perché poco contestualizzati. Peraltro il problema potrebbe essere il contrario, cioè il fatto che la parte di azione non ha il valore e la forza per inglobare questi momenti, impegnata com’è a ripetere stilemi e a proporre un’azione così serrata da apparire videoludica. Il grande salto, emotivo e cognitivo, proposta da questo finale è relativo al cambio del paradigma che ci eravamo fin qui costruiti: il Sottosopra non è un mondo, ma un ponte. E’ sicuramente questa la scelta più contestata ai fratelli Duffer da parte del loro pubblico: molti si sono soffermati sulle inesattezze a livello di fisica della materia, altri hanno visto la scelta come un mero espediente narrativo per portare lo scontro ad un ulteriore livello di tensione. Entrambe le analisi sono fondate, ma a me preme soprattutto condividere che questo cambiamento toglie tempo ed energie al racconto, che viene appesantito da diversi ‘spiegoni’ condotti dal solito Dustin. Forse però questa scelta va letta con una prospettiva non legata alle scienze fisiche, ma a quelle filosofiche. Il rapporto tra Vecna e il Mind Flyer assume infatti con la seconda parte della stagione finale una dimensione prettamente morale che trova nell’Abisso il suo luogo di gestazione. Qui percepiamo, anche fisicamente, l’unità indissolubile tra Henry e il Mind Flyer. Undici cerca di separarli, suggerendo ad Henry la possibilità che in realtà egli sia stato manipolato e usato a partire da quando, ancora bambino, entrò in contatto per la prima volta con una roccia proveniente dall’Abisso. E’ un momento decisivo, in cui avviene una presa di posizione determinante da parte di Henry, che risponde a Undici in modo netto: lui ha scelto di aderire al Mind Flyer, lui ha scelto di lasciarlo entrare.

Una risposta che va in controtendenza rispetto ai cattivi seriali a cui siamo stati abituati in questi anni. Henry è un cattivo vero. Un cattivo punto e basta: la sceneggiatura mette da parte le tanto celebrate sfumature di grigio e prende una posizione netta nei confronti di un carattere negativo che va combattuto e vinto, senza pietà. La brutale morte di Henry per mano di Joyce (Winona Ryder) trova una spiegazione proprio in questa malvagità, senza giustificazioni di sorta.

Spostando il discorso dal tema morale a quello sociologico, credo che questa scelta tonale bianco/nero rispecchi una polarizzazione in atto nella nostra società. Viviamo in tempi in cui la polarizzazione dei conflitti porta con sé la necessità di scelte nette, il che non vuol dire che necessariamente dobbiamo estremizzare il conflitto o spingerlo verso un’escalation incontrollabile, ma che dobbiamo essere ben consapevoli di come, oggi, la dialettica della mediazione abbia un margine d’azione e uno spazio sociale e politico limitato. Ciascuna parte in conflitto identificherà Henry/Vecna nell’altra e avrà una miriade di Bob o di Barbara a giustificazione di azioni violente e definitive. In Stranger Things non ci sono ‘Stati Buoni’ e ‘Stati Canaglia’, non ci sono nemmeno autorità positive a cui affidarsi, anzi. Gli studi voluti in passato dal governo e condotti dal dr. Brenner (Matthew Modine) sono la causa delle sofferenze di Undici e i militari, guidati dalla Generale Dr.ssa Key (Linda Hamilton) sono la causa dell’impossibilità per lei di immaginarsi un futuro con Mike. Ci si può fidare solo dei membri della famiglia, del gruppo, della cerchia di amici che non deludono. Hopper non è tanto il capo della polizia, quanto un outsider, un cane sciolto pronto a tutto per dare scacco matto al sistema. Nell’universo di Stranger Things la polarizzazione buoni/cattivi avviene tra gli individui e il potere che mente e che, ambiguo e strisciante, genera mostri. Un’idea che peraltro si salda con quegli elementi di controcultura a cui spesso la narrazione fa riferimento e di cui ci ha parlato nelle precedenti recensioni Alessandro Vergari.

Dicevamo che in questa stagione scopriamo che il Sottosopra non è una dimensione autonoma, ma un ponte interdimensionale, creato accidentalmente da Undici nel tentativo di allontanare Henry dalla Terra. Il portale collega Hawkins ad una dimensione/pianeta/realtà definita come Abisso, superando lo spazio cosmico che le separa. L’azione di Undici ha spinto Henry in questo luogo da cui lui (e il Mind Flyer) pensa(no) di potersi impadronirsi della Terra, utilizzando l’energia di 12 bambini rapiti alle famiglie di Hawkins. Per succhiare la loro energia Henry tiene i bambini fisicamente prigionieri, ma con la mente immersa in un mondo etereo in cui credono di essere liberi e protetti, ma in cui in realtà si apprestano semplicemente a fornire energia utile alla sua missione. L’episodio è determinante per capire l’evoluzione della serie nel tempo: pensate alla maestria con cui nei primi episodi veniva descritto il rapimento del piccolo Will e la coraggiosa disperazione della madre, Joyce. Di questi 12 bambini rapiti invece non si percepisce altro che la funzione nell’ambito della narrazione: manca ogni tipo di emozione drammatica e quindi di negoziazione emotiva con lo spettatore. Il valore aggiunto del dramma è stato sacrificato per lasciare spazio all’azione e alla complessità dell’architettura narrativa, svuotandone l’interno, impoverendo il cuore dello show che, a ben vedere, è sempre stato quello della famiglia.

Altro tema rilevante è il protagonismo che ciascuno di noi può avere all’interno della mente a sciame, del Mind Flyer. Will, costretto ad essere parte della mente a sciame, riesce in qualche modo a controllarla, a trovare uno spazio al suo interno. Se leggiamo la mente a sciame come espressione di Internet e dell’Intelligenza Artificiale, il messaggio è chiaramente quello di farsi portatori di valori positivi e di non ritrarsi di fronte alla tecnologia, ma di affrontarla con la nostra peculiare sensibilità e cultura.

Ci sembra questo un bel modo per lasciarci cullare ancora un poco dalla nostra malinconia: pensare che forse non avremo i poteri di uno stregone come Will, ma qualche mostro possiamo sconfiggerlo anche noi. Insieme ai nostri amici, insieme alla nostra famiglia.

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