Zalone, rampollo nullafacente di una dinastia di imprenditori nel campo dell’arredamento, disteso sul lettino di un ospedale spagnolo, si sottopone a una visita urologica d’urgenza.
La voce della figlia Cristal, co-protagonista di questa storia, ci consente di entrare nella sua vita dorata.
A pochi giorni dal suo cinquantesimo compleanno, riceve nella villa faraonica in Sardegna una giornalista straniera per l’ennesimo servizio glamour: i soldi ereditati dal padre colpito da un ictus e incapace di parlare, una fidanzata modella venticinquenne di Città del Messico, una collezione di Ferrari in garage, un panfilo che solca il Mediterraneo e un’ignoranza sconfinata.
Quando però Cristal fa perdere le sue tracce alla madre con cui vive, separata da Zalone e ora sposata a un regista teatrale palestinese, il padre è costretto a interrompere i preparativi del suo imminente festeggiamento per ritrovarla e ricostruire un rapporto che è sempre stato caratterizzato dall’incomprensione e dall’ostilità.
Cristal è in Francia, sta per iniziare il Cammino di Santiago, nonostante sia ancora minorenne. Il padre la raggiunge in Ferrari e spogliandosi letteralmente di tutte le sue ricchezze, francescanamente, dovrà riconquistare la fiducia della figlia e degli altri viaggiatori, che condividono la strada con lei. In particolare quella di Alma, una giovane donna che prende i due italiani sotto la sua ala.
Il sesto film di Zalone segna una evidente continuità con l’ultimo Tolo Tolo. Se questa volta la produzione è firmata Indiana, dopo la rottura con Pietro Valsecchi, ma alla regia e alla scrittura è tornato Gennaro Nunziante, partner dei primi quattro lungometraggi del comico e musicista pugliese, è piuttosto chiaro che l’evoluzione della maschera Zalone – quella di un arci-italiano egoista, ignorante e furbo, affetto da un maschilismo d’antan, retrogrado e conservatore – va nella stessa direzione già esplorata con il film precedente.
Con Tolo Tolo quel tentativo veniva nobilitato dalla firma di Paolo Virzì, ultimo erede della lunga tradizione della commedia all’italiana, ormai quasi completamente estinta. Solo che l’innesto di quella tradizione su quella dei nuovi comici – a cui evidentemente Zalone appartiene, sia pure come penultimo epigono della stagione dei Troisi, dei Verdone, dei Benigni – non ha funzionato particolarmente bene.
E’ ormai palese che Luca Medici voglia fare qualcosa di diverso, non solo aggiornando il suo alter ego cinematografico alle nuove sfide personali e familiari.
La sua maschera graffia meno, le sue battute grevi – piuttosto sgradevoli quelle su Gaza e Schindler’s List – arrivano fuori tempo massimo e l’attore non sembra più interessato a cavalcare ancora lo stesso personaggio di sempre, che comincia a cambiare dopo la prima mezz’ora, quando perde metaforicamente lo scalpo assieme alla sua patch cutanea.
Buen Camino è un’opera che sembra nascere da una consapevolezza maturata lentamente: Checco Zalone non può più limitarsi a essere il detonatore comico di un’Italia pigra, furba e provinciale. Quel ruolo lo ha già incarnato fino allo sfinimento, portandolo ai massimi risultati commerciali e a un inevitabile logoramento simbolico. Qui, per la prima volta in modo così esplicito, Zalone guarda alla propria maschera come a un problema prima ancora che come a una risorsa.
Il protagonista è un uomo cresciuto nel privilegio, nell’inconsistenza morale, nella totale irresponsabilità affettiva. Non è più il piccolo borghese “arrangiato” dei film precedenti, ma una sorta di figlio eterno, incapace di assumere qualsiasi ruolo adulto.
Si ride spesso di Zalone questa volta, dei suoi eccessi, delle sue idiosincrasie, delle sue inadeguatezze. L’attore si mette al livello del suo pubblico e al centro di un percorso trasformativo e di crescita: il bambino viziato diventato ricco debosciato sulle spalle del padre è costretto a confrontarsi con se stesso, con i limiti della sua incoscienza e con la sua stessa paternità. E come accade sovente nei suoi film ne esce in qualche modo migliore, trasformato, maturo. Buen Camino poi ha la grazia di un finale senza un vero happy end, ma aperto, sospeso, ancora provvisorio e agrodolce.
Il gioco delle enormi attese che si accompagnano puntualmente ad ogni suo nuovo film, l’idea che messianicamente il suo lavoro debba contribuire a salvare l’esercizio italiano, sembra stargli sempre più stretta.
Ma anche questa volta il tentativo di proporre al suo pubblico qualcosa di più articolato e complesso è riuscito a metà, perché in Buen Camino, come in Tolo Tolo non è la storia a creare le premesse della risata, non è la costruzione del racconto a spingere verso l’assurdo o l’ironia, ma è sempre il mattatore protagonista a doversi caricare dell’onere, grazie alla reiterazione delle battute e alla personalità della sua maschera.
Zalone non si limita a usare il politicamente scorretto come grimaldello comico; lo espone come sintomo. Il protagonista dice cose inaccettabili perché è inaccettabile la sua inconsapevolezza, la sua incapacità di empatia, il suo infantilismo morale. Ma il film non sempre riesce a mantenere questa distanza critica: alcune gag restano sospese in una zona ambigua, dove non è chiaro se si stia ridendo del personaggio o con lui. È una fragilità strutturale che accompagna tutto il cinema di Zalone e che qui emerge con particolare evidenza.
Tuttavia, sarebbe un errore leggere Buen Camino come un film irrisolto. Al contrario, è proprio nella sua imperfezione che si manifesta una nuova direzione. Per la prima volta, Zalone accetta l’idea di non essere universalmente amato, di non dover per forza costruire una commedia a tenuta stagna. Il film procede per accumulo, per deviazioni, per momenti di stanchezza volutamente esibiti. È un’opera meno “spettacolare”, più riflessiva, a tratti persino malinconica.
Come accadeva in passato sono i personaggi femminili a rappresentare l’occasione per mettersi in discussione e sperimentare attraverso il viaggio una possibilità di cambiamento, attraverso una serie di prove che incrinano la tracotanza della maschera.
E anche in questa occasione la trama è essenziale, un canovaccio per spingere Zalone fuori dalla sua comfort zone: ma se in Tolo Tolo si intuiva un tentativo di cambiare strada, sia pure lasciato a metà, qui nonostante il film sia dedicato a chi si mette in cammino, il risultato è curiosamente statico, fermo nella sua indecisione, una via di mezzo per non scontentare troppo i fans storici.
Come interpretare infatti quella coda in cui Zalone, in abiti da cantante di flamenco, canta La Prostata Enflamada, se non come una concessione al suo spirito più corrosivo e irriverente, quello del performer goliardico che nella parodia e nello scherzo musicale, trova la sua dimensione più autentica e genuina?
Forse semplicemente dopo vent’anni di successi, Medici dovrebbe recuperare la sua libertà, facendo quello che gli interessa di più, senza l’idea di dover piacere a tutti e senza l’assillo di rifare sempre se stesso all’infinito.
In ogni caso dipenderà anche dal risultato di questo Buen Camino, è inutile nasconderselo. Un film che resta un grazioso ritratto familiare, in cui si sorride più spesso di quanto non si rida, con un messaggio ecumenico, che forse dispiacerà solo alle ex mogli, a cui Medici, recentemente separato, riserva il ruolo più ottuso e vacuo.

