Dehli Crime 3: perché l’ONU ha definito l’India “il posto più pericoloso al mondo dove essere una bambina”

Dehli Crime 3 ***

La terza stagione di Delhi Crime vede la vice ispettrice generale dell’IPS – Indian Police Service, Vartika (Shefali Shah, una delle attrici indiane più conosciute ed apprezzate) e la sua squadra, composta tra gli altri dalla giovane ufficiale Neeti Singh (Rasika Dugal), dall’ispettore Bhupendra Singh (Rajesh Tailang) e dal sott’ufficiale Jairaj Singh (Anurag Arora), impegnati in un’indagine interstatale che ha come oggetto il traffico di esseri umani. Il tutto parte da un controllo stradale di routine che scoperchia una vera e propria tratta di donne e bambini, gestita da Meena ‘Badi Didi’, una vedova senza scrupoli assistita da Vijay, un sicario altrettanto spietato. Come nelle stagioni precedenti, la sensazione è che le indagini, per quanto coinvolgenti, siano soprattutto il pretesto per raccontare un Paese che è ancora molto lontano dal rispettare proteggere e far fiorire le donne. Il fatto che la serie si muova tra città e campagna indica come il problema non sia attribuibile esclusivamente a qualche regione arretrata , ma coinvolga in misura diretta le regioni più industrializzate come quelle più rurali, dal Delhi all’Haryana. Vartika affronta le indagini con coraggio e, anche di fronte alle azioni più ripugnanti, non perde umanità e compassione.

Rispetto ad altri ispettori, disfunzionali e problematici, Vartika resta prossima alla quotidianità di una vita familiare che, per quanto messa a dura prova dal lavoro, rappresenta per lei un punto di riferimento imprescindibile: la vice ispettrice generale cerca infatti di conciliare la vita privata e quella lavorativa in una società problematica come quella indiana. A farle da contrappasso troviamo invece ‘Badi Didi’, ‘grande sorella’ (Huma Qureshi): una donna affascinante, fredda e senza sentimenti, snaturata al punto da aver perso non solo ogni sensibilità e solidarietà di genere, ma anche ogni forma di umanità. Non è un caso che, nella presentazione della serie, Netflix abbia utilizzato come slogan “Un caso che supererà ogni limite” perché il traffico di esseri umani è qualcosa che va oltre la mercificazione del corpo, la violenza di genere o gli omicidi compiuti da soggetti mentalmente disturbati: per pianificazione e attuazione richiede una mente lucida e capace di auto-assoluzione per un crimine orribile.

La terza stagione della prima serie indiana a vincere un International Emmy Award come miglior show drammatico mantiene la struttura delle precedenti, basata su diversi rami investigativi che finiscono per riunirsi nel finale. La rappresentazione è realistica, senza sconti o indulgenza: nella prima stagione abbiamo assistito al racconto dello stupro di gruppo di Nirbhaya del 2012, mentre la seconda ha raccontato i crimini della banda Chaddi Baniyan, entrambi fatti di cronaca con ampia eco nel dibattito nazionale. Questa volta la narrazione ha preso spunto dal caso della piccola Falak, deceduta in ospedale dopo essere stata ricoverata con molteplici traumi sul corpo. La piccola, abbandonata dalla madre, era stata curata da una giovane quattordicenne che, incapace di gestirla, aveva finito per accanirsi contro di lei.

Dopo i primi segnali positivi che lasciavano intravedere una quasi miracolosa guarigione, Falak perse la vita a seguito di un arresto cardiaco, il 15 marzo del 2012. Le indagini scoperchiarono un sistema diffuso le cui vittime erano (e sono) in primis i minori e le donne. E’ su questo fatto di cronaca che la terza stagione costruisce il suo arco narrativo, mettendo al centro il principio che sono soprattutto i più deboli, le donne e i minori, a pagare il prezzo di una società ingiusta e stratificata, in cui il denaro sembra poter comprare tutto e tutti.

Se le donne sono esposte alla violenza fisica, verbale e psicologica e contano “niente”, questo principio vale in modo ancora più drammatico per le bambine, come ci ricorda il Rapporto Unicef del 2023 sulle “spose bambine”.

Il caso indiano è emblematico: benché i matrimoni precoci siano in progressiva diminuzione, “nella sola India troviamo un terzo del totale globale delle spose bambine, una quota pari a quella dei dieci Paesi che seguono in classifica. Nella maggioranza dei casi sono bambine appartenenti a famiglie povere, poco istruite e che vivono in zone rurali. Nonostante le conseguenze negative, spesso le famiglie percepiscono il matrimonio precoce come una soluzione “protettiva” per le ragazze, in grado di tutelarle economicamente e socialmente”1. E’ peraltro solo dal 2017 che esiste una legge per vietare lo stupro di una ragazza minorenne all’interno di un matrimonio. Le leggi indiane sulle violenze sessuali escludevano infatti le coppie sposate, anche se con un matrimonio forzato, creando così uno “scudo legale” per legittimare il sesso non consensuale anche con una minorenne, purché questa avesse compiuto almeno 15 anni. Si tratta di un tema forte e sentito, dalla popolazione come dagli attori che hanno affrontato questa stagione con un impegno immersivo straordinario, riversando nei loro personaggi energie fisiche e psichiche. Non è un caso che il cast sia così convincente: l’impegno civile ha coinvolto tutti all’interno della produzione.

Per molti aspetti Delhi Crime condivide lo spirito dei thriller nordici, cioè la capacità di unire il racconto crime con l’analisi e la critica sociale: un connubio misurato che la sceneggiatura di Richie Meta e dei suoi collaboratori riesce a dosare con precisione, senza eccessi né ridondanze, basandosi su materiale d’archivio analizzato e vagliato con cura.

Presi dall’intensità del racconto si finisce facilmente per indulgere in una celebrazione tout court di una serie che indubbiamente esprime valori stilistici e tecnici peculiari, ma che forse in questa stagione riesce meno che in passato ad approfondire quel senso di resilienza non solo delle forze di polizia, ma in generale delle parti più reattive della società. Anche la trama dell’indagine appare lineare e prevedibile, basata più su spostamenti geografici che su svolte narrative.

In ogni caso resta il sapore amaro di una serie impegnata, che vuole lasciare un segno nella mente e nel cuore dello spettatore. E ci riesce.

TITOLO ORIGINALE: DELHI CRIME

DURATA MEDIA DEGLI EPISODI: 50 minuti

NUMERO DEGLI EPISODI: 6

DISTRIBUZIONE STREAMING: Netflix

GENERE: Crime Drama

CONSIGLIATO: a quanti amano viaggiare e confrontarsi con altre realtà culturali e sono alla ricerca di una storia crime con ampi risvolti sociali.

SCONSIGLIATO: a quanti cercano un prodotto dal ritmo intenso e dalla spiccata vena investigativa.

VISIONI PARALLELE: per il particolare connubio di crime e analisi sociale consigliamo di leggere Il picco dell’avvoltoio, un libro di John Burdett ambientato in Thailandia e che esplora il traffico di organi umani con lo scontro tra il detective buddista Sonchai Jitleecheep e le spietatissime sorelle Yip. In Italia è disponibile per i tipi di Bollati e Boringhieri.

UN’IMMAGINE: la frase “nessuno si accorge delle ragazze scomparse” esprime al meglio il senso della stagione che è soprattutto un invito ad aprire gli occhi, a vigilare, a non lasciare zone d’ombra nel nostro campo visivo, come cittadini e più in generale come uomini e donne adulti, con responsabilità verso i soggetti più deboli e fragili della società.

 

 

E tu, cosa ne pensi?

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.