Box Office: la nuova matematica del successo

La discussione l’ha cominciata il New York Times, calcolando che dei 25 film drammatici usciti in sala negli Stati Uniti nel 2025, nessuno ha raggiunto la soglia psicologica dei 50 milioni di dollari d’incasso.

Tra questi i flop più sanguinosi sono stati After the Hunt di Guadagnino con Julia Roberts (3,3 milioni), Die My Love con Robert Pattinson e Jennifer Lawrence (5,2), la nuova versione di Kiss of the Spider Woman con Jennifer Lopez e Diego Luna (1,6 milioni), The Smashing Machine con The Rock (11 milioni), A Big Bold Beautiful Journey con Margot Robbie (6 milioni) oppure i ben quattro film con la star (?) Sydney Sweeney, tutti clamorosi insuccessi.

Indiewire allarga lo sguardo anche a franchise e film d’azione come The Running Man e Tron: Ares.

Di chi è la colpa? Del pubblico americano che dopo essersi lamentato della pioggia di film di supereroi, fino a disertare le sale che li proiettavano, quando ne ha avuto la possibilità, non ha premiato i film adulti.

Oppure dei nuovi media che enfatizzano i dati d’incasso dichiarando “defunti” film dopo un solo weekend di programmazione.

Oppure ancora delle sale che hanno aumentato il biglietto della sala e delle commodities a dismisura, bombardando gli spettatori di infinite pubblicità non volute, prima dei film.

Oppure ancora è colpa dei produttori che ci hanno abituato durante il covid a finestre di sfruttamento sempre più brevi. Ancora oggi After the Hunt approda infatti su Amazon Prime dopo solo un mese dalla tragica uscita in sala.

Il NYT si augura che si tratti solo una questione di titoli giusti, auspicando per i prossimi Hamnet di Chloé Zhao e Marty Supreme di Josh Safdie invertano la tendenza.

Indiewire tuttavia si chiede più radicalmente se possiamo chiamare flop un film, basandoci sulla vecchia equazione che all’incasso della sala diviso a metà con l’esercente, sottraeva i costi di produzione e pubblicità.

O se dovremmo piuttosto cambiare linguaggio e cambiare parametri.

Non è più così e anche se l’home video è praticamente defunto, le fonti di guadagno sono più diversificate: la durata di un film nelle sale cinematografiche potrebbe anche essere di soli 17 giorni, ma il produttore ottiene entrate da PVOD, SVOD e licenze internazionali in più finestre. Alcuni film generano denaro attraverso le licenze di merchandising, i giochi o il valore che creano per i film in franchising più vecchi che già sono online in streaming.

Il problema vero è che solo il box office ha dati pubblici ufficiali e a disposizione di tutti.

E’ noto che gli studi cinematografici ottengono una quota maggiore delle entrate del PVOD – più vicina all’80/20% rispetto a una divisione 50/50 – rispetto a quella ottenuta dagli esercenti, e che è una fetta della torta più grande di quanto non sia mai stata prima. La maggior parte di tali entrate arriva in un anno o due, mentre il botteghino avviene nel giro di settimane o mesi nella migliore delle ipotesi. Ma tutto il resto della filiera rimane spesso opaca e diversa da film a film.

Ma non è solo la stampa a fermarsi ai dati del box office, ma anche qualche vecchio executive, abituato a logiche antiche.

Indiewire prende ad esempio proprio Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, che è sì il film di maggior successo del maestro americano, con 200 milioni raccolti nel mondo e 70 in patria, ma che essendo costato 130 milioni, secondo i vecchi strumenti, farebbe perdere decine di milioni alla Warner.

Ma è in realtà un film di cui si parla da mesi, otterrà verosimilmente una decina di nomination agli Oscar e agli altri premi di fine stagione, continuando a produrre attenzione e visioni anche oltre la sala, mantenendo il suo status nel tempo.

In una realtà complessa come i grandi studios il successo clamoroso di un solo film, può compensare le perdite di molti altri. Il bilancio va fatto complessivamente.

Occorre poi considerare che non tutti i produttori sono come Disney o Warner che hanno bisogno di successi continui per sostenere il valore delle loro azioni.

Ci sono realtà diverse come A24 o Neon che operano in modo diverso o Lionsgate che nonostante il flop del costosissimo Borderlands tratto da un videogioco, ha vissuto un anno record cedendo le licenze dei suoi film all’estero.

Inutile aggiungere poi che per giganti come Apple o Amazon, il risultato del singolo film è del tutto irrilevante, rispetto agli altri introiti complessivi.

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