Chien 51 **1/2
Il nuovo polar di Cédric Jimenez, tratto dal romanzo distopico di Laurent Gaudé (Cane 51), è ambientato nella Parigi del 2045: la città è divisa a metà, la zona due e la tre, come se fossimo su un treno vecchio cento anni.
Per passare da una zona all’altra bisogna attraversare dei check point presidiati dalla polizia e da Alma, una intelligenza artificiale che usa droni e umani per tenere sotto controllo il crimine, dopo aver ridotto la convivenza civile in un incubo orwelliano di braccialetti identificativi, riconoscimento facciale e sorveglianza 24/7.
Quando l’inventore di Alma, Kessel, viene ucciso con un colpo di pistola all’ingresso della sua residenza, comincia una caccia all’uomo che si risolve velocemente con la fuga di uno dei sospettati e con l’esecuzione dell’altro.
I due vengono ricollegati a Jon Mafram, un antagonista, leader del gruppo Breakwalls. A guidare le indagini la giovane agente Salia Malberg.
Quando il poliziotto di zona 3 Zem Brecht trova il cadavere del secondo sospettato nel suo quartiere, le indagini di Salia lo coinvolgono direttamente.
Mafram si fa arrestare dopo essersi messo in contatto con i due agenti, rivelando di non c’entrare nulla con la morte di Kessel e di essere probabilmente il bersaglio più semplice di una macchinazione ordita da altri.
Le indagini off records di Salia e Zem li portano a riavvolgere faticosamente il filo delle responsabilità, che risale sino al Ministro dell’Interno Rimalval.
Il film di Jimenez, scritto con Olivier Demangel, è un solidissimo lavoro di genere, che viaggia veloce e rutilante, grazie al solito aggressivo montaggio d’attrazione e alle riprese con otturatori veloci e camera a spalla, secondo la lezione che Greengrass ha scritto per tutti ai tempi di Bourne.
Inquieto, resistenziale e immerso nelle paure di una deriva incontrollabile delle (in)coscienze digitali e artificiali, Chien 51 è cucito addosso al suo cast, perfettamente scelto, con il proletario e maschio Gilles Lellouche e l’imprevedibile e ribelle Adele Exarchopoulos.
Quando poi hai la fortuna di poter chiudere il film con un pezzo dei Pink Floyd, questo è da solo sufficiente a mandare a casa tutti contenti, con l’idea un po’ semplicistica che la dimensione analogica sia un confortevole rifugio da tutte le nostre paure.
Jimenez continua a fare il cinema di uomini e donne tutti d’un pezzo, che nell’autorità trovano un loro posto nel mondo e che pure non esitano a metterla in discussione quando il principio della legge diverge dalla propria idea di giustizia.
Il plot è sufficientemente complicato da sostenere continui twist, senza mai perdere centralità e autorevolezza. La tensione attraversa il film senza quasi soste drammatiche.
La scelta di chiudere la Mostra con un film così fieramente di genere, così secco ed efficace, che non si vergogna per nulla di essere fino in fondo quello che è, rappresenta anche una significativa dichiarazione d’intenti da parte della Biennale.
Barricadero.

[…] proposito del classico dei Pink Floyd il sito Stanze di Cinema invece scrive:«Quando poi hai la fortuna di poter chiudere il film con un pezzo dei Pink Floyd, […]