The Smashing Machine

The Smashing Machine **1/2

Il primo film di Benny Safdie senza il fratello Josh, coautore di tutti i suoi lavori precedenti, è un nuovo ritratto nella personale galleria di marginali, irregolari, losers sfortunati e generosi su cui hanno costruito la loro filmografia.

Mark Kerr, un passato nel wrestling a livello universitario, è uno dei lottatori di MMA del circuito UFC – Ultimate Fighting Championship e della lega Pride giapponese.

Nel 1997 la lega americana è ancora molto piccola, i guadagni sono interessanti ma complessivamente modesti e l’eco delle gesta dei suoi lottatori ha una dimensione molto limitata.  Kerr si convince così a spostarsi nel circuito giapponese Pride.

Accanto a lui ci sono l’amico Coleman, un ex lottatore che ora lo allena, c’è la compagna Dawn, ma ci sono soprattutto gli oppiacei da cui è dipendente in modo sempre più importante e che influiscono più nella sua vita privata che sul ring.

Al termine del rehab lo attende il Gran Prix della Pride, un torneo ad eliminazione tra i migliori lottatori del mondo che mette in palio 200.000 dollari e in cui dall’altra parte del tabellone c’è anche Coleman, tornato a combattere con buoni risultati.

In un film di impianto sportivo piuttosto tradizionale, con il campione costretto a fermarsi per riprendere la sfida in modo nuovo dopo aver fatto i conti con i suoi demoni, Safdie riesce a dipingere con un tono del tutto singolare il ritratto di un uomo gigantesco eppure mite, gentile nel senso più pieno del termine, che la sua aggressività la riserva al ring.

Certo, nel suo rapporto turbolento con Dawn, c’è qualche porta completamente sfondata e divelta, ma Kerr non è tipo che alza le mani sugli altri, trattenuto da una profonda disciplina personale che solo la dipendenza sembra scalfire.

Siamo di fronte ad un campione, naturalmente, ma quello che vediamo è soprattutto un altro degli uomini ai margini del cinema dei Safdie, che quando conosciamo sullo schermo non ha ancora mai assaporato il sapore della sconfitta e che invece vedremo perdere più volte, sul ring e nella vita, in uno sport che non era il carrozzone ricchissimo e milionario di oggi.

Kerr è stato un pioniere in uno sport allora molto di nicchia e alla sua immagine di forza invincibile e feroce contrapponeva un privato pieno di fragilità emotive e personali.

In questo cortocircuito il film di Safdie trova la sua dimensione più autentica e sentita, persino affettuosa verso un protagonista che nella coda finale assume il volto e il corpo del vero Mark Kerr.

La performance di Dwayne Johnson è quella che l’ex wrestler probabilmente sognava da una vita: letteralmente enorme sullo schermo riesce a conservare anche tutta la sensibilità che il ruolo richiede. Particolarmente riusciti i suoi duetti con Emily Blunt nei panni di Dawn come quelli con Ryan Bader, anche lui ex lottatore nei panni di Coleman.

Rispetto al ritmo ansiogeno e sincopato di Good Time e Diamanti grezzi, The Smashing Machine si muove all’interno di un contesto molto più tradizionale nella messa in scena e nel montaggio, che Benny Safdie cura in prima persona, come sempre, ritenendo evidentemente che la storia di Mark Kerr andasse raccontata in questo modo. Solo nella lunga clamorosa scena del litigio casalingo di Dawn e Mark Safdie sulle note di Jungleland, Safdie sembra far riemergere in modo prepotente le sue superbe qualità di montatore, orchestrando le immagini attorno alle pause, alle accelerazioni e alle frenate del capolavoro di Springsteen.

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