Bugonia

Bugonia ***

“Tutto comincia con qualcosa di magnifico. Un fiore fragile, complicato. E un’ape che lo impollina. E’ come il sesso ma più pulito. Nessuno si fa male”.

Ted è un apicoltore per hobby. Lavora nel reparto logistica della Auxolith, un corporation biomedica, guidata dalla manager Michelle Fuller.

Assieme al cugino Don, che vive con lui in una casa lontana persino dai sobborghi e immersa nella natura, si prepara a mettere in opera un piano per salvare la nostra specie, minacciata dalla civiltà aliena di Andromeda che si è infiltrata sulla terra per trasformare gli umani in una colonia di api destinata all’estinzione.

Ted e Don progettano così il rapimento di Michelle Fuller, inviata sulla terra per conto della cospirazione interstellare.

Rapita la giovane CEO dalla sua villa, i due le tagliano immediatamente i capelli che – secondo loro – servono per comunicare con Andromeda e distruggono il suo Iphone.

Ridotta in catene e legata ad un letto nel sottoscala della loro abitazione, Ted e Don interrogano Michelle per convincerla a trattare la resa degli andromediani alla resistenza umana, nel giorno dell’eclissi lunare, quella in cui l’astronave aliena sarà in contatto con i propri infiltrati sulla Terra.

Con una telecamera di sicurezza i due rapitori tengono d’occhio la donna.

In un flashback in bianco e nero scopriamo che la madre tossicodipendente di Ted è finita in coma, dopo aver provato un nuovo farmaco della Auxolith che avrebbe dovuto curare i sintomi dell’astensione da oppioidi: il risarcimento proposto dalla compagnia è del tutto insufficiente a compensare il dolore del figlio.

Nel frattempo Ted per non destare sospetti continua ad andare a lavorare e una mattina viene fermato dallo sceriffo Casey: si intuisce che tra i due c’è stato un evento in passato che entrambi vorrebbero dimenticare.

Michelle intanto tenta di negare le teorie complottiste di Ted, riducendole ad una echo chamber e suscitando l’ira incontenibile del rapitore…

Il nuovo film di Yorgos Lanthimos è il remake del misconosciuto cult coreano Save The Green Planet che Will Tracy (The Menu, Succession) ha adattato a nuove follie complottiste contemporanee.

E’ piuttosto evidente perché Ari Aster e i produttori della CJ Entertainment abbiano infine pensato a Lanthimos per portare sullo schermo questa distopia grottesca che gioca senza freni con le più incredibili assurdità che infestano internet e le conversazioni social.

Bugonia spinge il teatro dell’assurdo sino alle sue estreme conseguenze, raccontando due dropout che passano dalla teoria all’atto, con un rapimento talmente strampalato nelle sue premesse e nei suoi obiettivi che ogni nuova deriva diventa ammissibile e concreta.

Come spesso accade nei film di Lanthimos i personaggi sono esseri umani fragili, plagiati da idee e convinzioni fasulle, senza un’identità propria, ma influenzati da un condizionamento che è tanto psicologico quanto fisico.

Questo vale evidentemente sia per Ted, che la tragedia della madre spinge verso fantasie complottiste che diano una risposta al proprio dolore, ma ovviamente per Donny, completamente succube della volontà del cugino.

Nel trasportare questa fantasia surreale d’inizio secolo gli autori individuano nell’america trumpiana lo spazio d’elezione in cui il crogiolo di povertà, ignoranza, teorie millenariste, ossessioni social e desideri di rivincita contribuiscono a creare nuovi culti e nuove narrazioni.

Se Kinds of Kindness era sin troppo esplicito nel mostrare i rapporti di potere all’interno di tre diversi scenari contemporanei, Bugonia lo fa in modo diverso, più sottile: il mondo crudele in cui vivono i suoi personaggi resta sullo sfondo, mentre emerge esclusivamente il rapporto tra rapitori e rapita, che sembra ribaltare per un paio d’ore la gerarchia che tradizionalmente vediamo rappresentata nei suoi film. Se in Dogtooth, in Alps o ne La Favorita la ribellione finisce però per riportare i personaggi ad un nuovo ordine solo apparentemente diverso da quello originario, ma in realtà altrettanto incerto, violento e abusivo, questa volta l’esito è ancora più infausto, trasformandosi i tentativi di Ted in una sorta di genocidio di massa.

Si ride sempre più amaro nei film di Lanthimos e l’allegoria questa volta è chiarissima: ci stiamo lentamente autodistruggendo, devastando il pianeta, dando spazio alla nostra bramosia di potere e ai nostri desideri di vendetta. Il pensiero laterale si è trasformato in assurdità antiscientifiche e antistoriche, che fanno breccia in coscienze annichilite dal dolore e dall’ignoranza: chi ci osservi da un altrove che non conosciamo non potrebbe che decidere per noi un’estinzione pietosa e radicale, lasciando spazio appunto solo per una nuova bugonia.

Nonostante non ci siano Efthimis Filippou o Tony McNamara a scrivere con Lanthimos questo nuovo apologo radicale, le coordinate del suo cinema sono sempre le medesime: l’utopia della convivenza possibile si è fatta sempre più irraggiungibile, le strutture sociali sono inesistenti, la famiglia stessa è ridotta al grado zero, senza padri, senza responsabilità, senza legami.

Emma Stone è come sempre inarrivabile nello stupore di trovarsi preda di due sciroccati senz’arte né parte, costretta ad assaporare da vincente il sapore aspro della sconfitta. Almeno finché il destino non le dà una mano.

Jesse Plemons non le è da meno, lunatico soggiogato dalle sue teorie, capace di violenze improvvise e incontrollabili che minano la sua apparente, calma determinazione. Il suo è un coacervo di suggestioni e ossessioni contemporanee, ultimo di una galleria di vendicatori disperati che il cinema ha coltivato sin dal Travis Brickle di Scorsese e Schrader.

Il fatto che il suo piano criminale cominci con la castrazione chimica, è un indice evidente di quanto la dimensione sessuale insoddisfatta giochi un ruolo decisivo nella sua follia.

La fotografia in 35mm VistaVision – lo stesso formato desueto riscoperto da The Brutalist di Brady Corbet – è firmata come sempre da Robbie Ryan, i costumi, sensazionali soprattutto nell’ultima parte, sono di Jennifer Johnson e le musiche stranianti e orchestrali sono anche questa volta di Jerskin Fendrix.

Se Povere Creature! è apparso improvvisamente come un superamento positivo del pessimismo radicale di Lanthimos, rappresentando l’ultima delle sue eroine ribelli finalmente pacificata e pienamente in controllo del proprio microcosmo, i film immediatamente successivi, girati dal regista greco in assoluta continuità con l’adattamento del romanzo di Gray, si pongono di nuovo nella dimensione allucinatoria di una sconfitta desolante, rovinosa e senza appello.

Il suo sguardo sul mondo resta il medesimo, capace di illuminare gli angoli più oscuri e sordidi, con la crudeltà di una black comedy in cui si sorride sempre a mezza bocca.

Osservando le derive sempre più disperate e cupe del nostro presente non c’è da biasimarlo. Guardare al futuro con fiducia nel genere umano è diventato un esercizio di stile impossibile e vano.

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