A Londra c’è una famiglia che nessuno vorrebbe incontrare sulla propria strada. Sono gli Harrigan, temibile e terribile clan di chiare origini irlandesi con un “feudo” nelle Costwold Hills. Gli Harrigan, padroni del narcotraffico in competizione con gli Stevenson, scontano una tara, un’assenza di empatia trasmessa di generazione in generazione. Lo showrunner Ronan Bennett (Nemico pubblico, The Day of the Jackal) e il regista Guy Ritchie (Lock&Stock, The Gentlemen), qui anche nella veste di produttore esecutivo, hanno confezionato una serie dura e cattiva.
In MobLand la capitale britannica sembra la Colombia di Pablo Escobar. Pierce Brosnan e Helen Mirren, le due principali star della serie, nei ruoli di Conrad Harrigan e di sua moglie Maeve, danno vita a una straordinaria coppia di criminali attempati e perversi. Tom Hardy, attore in stato di grazia, è chiamato a interpretare il tuttofare del clan, Harry Da Souza, un risolutore di “controversie” quasi impossibili, tuttavia schiacciato (fantastica contraddizione) dal peso di una crisi coniugale senza apparente via di uscita. Harry non conosce requie. In sua assenza gli Harrigan, a dir poco impulsivi e avventati, rischierebbero di affondare.
Il vero casino comincia con l’impresa assurda di Eddie Harrigan, un ventenne costantemente strafatto e dalle tendenze psicopatiche (il giovane Hanson Boon si inserisce alla perfezione all’interno del cast stellare), non a caso il nipote prediletto dell’insensata Maeve.
Una sera Eddie esce con alcuni amici, tra cui Tommy, il figlio di Richie Stevenson (interpretato da George Bell, un duro del cinema inglese), l’arcinemico di Conrad. I due anziani boss sono rivali di lunga data anche per motivi squisitamente… professionali. Da ultimo, a Conrad fa gola il micidiale fentanyl, di cui Richie vanta “l’esclusiva” per il mercato londinese.
La serie è sempre caricata a mille e nelle varie situazioni non si va mai per il sottile. Gli adulti sono pazzi e i rampolli, tra risse gratuite, sniffate a ripetizione e facili accoltellamenti, ne imitano la feroce idiozia. Ed ecco il fattaccio: quella notte Eddie torna a casa, Tommy no. Il mistero dura poco. Tommy è morto, ammazzato da Eddie. Il suo corpo, orrendamente sezionato e nascosto in una valigia, viene ritrovato dal solito Harry. Artefice dello scempio è un barista pagato dal cocco di famiglia. È l’inizio di una guerra, prima “convenzionale” e poi, a detta di Conrad, “nucleare”.
Ormai abbiamo preso confidenza con il termine escalation e quindi sì, è possibile immaginare un parallelismo tra MobLand e quanto accade nel mondo. Il conflitto attraversa livelli di crudeltà crescenti. Come prima, ancora “timida” rappresaglia, Richie fa saltare in aria l’appartamento di Kevin (un grande Paddy Considine), il figlio secondogenito di Conrad sposato con l’ambigua Bella (Lara Pulver) e padre, appunto, dell’idiota Eddie. Conta l’intelligenza per gli Harrigan? Pare di no. In ogni dinastia conta il richiamo del sangue.
Questa superiorità del sangue è particolarmente evidente nei discorsi di Maeve. “Come ti sei sentito quando hai infilzato quel coltello?”, chiede al nipote, per nulla pentito del suo gesto. MobLand è una tragedia dal sapore shakesperiano. Il nemico è investito da un odio totale. Vron, la moglie di Richie, è vittima di una bomba piazzata nella sua auto. Ma c’è anche un fronte interno. Chi tradisce paga. Archie, un collaboratore storico di Conrad è giustiziato a causa di un semplice sospetto. Maeve, vera ideologa del clan, nelle sue scelte strategiche, quasi si trattasse di geopolitica applicata, porta agli estremi gli assunti di base del realismo politico. Nel gioco degli scacchi non tutte le pedine sono uguali. Chi è sacrificabile? Ovviamente l’impuro. Tra gli Harrigan, Seraphina (Mandeep Dhillon), figlia di Conrad e di una ballerina, ha le caratteristiche adatte per essere data in pasto a Richie. Maeve gliela cede. Il calcolo però si rivela sbagliato.
Il numero eccessivo di personaggi è il difetto più evidente di MobLand, tanto da incrinare l’armonia della sceneggiatura. Lo spettatore si trova costretto a seguire la complicata rete di relazioni interna ed esterna al clan, quantomeno per avere una mappa mentale dei vari intrecci interpersonali, in particolare negli episodi iniziali. Il taglio psicologico è grezzo, nonostante la considerevole presenza di soggetti nevrotici e psicotici potenzialmente intriganti. La storia ingrana a fatica. Si procede per accumulo di dettagli inquietanti, fino a creare un’atmosfera malsana, torbida, irrespirabile, ostile alla comunicazione e alle parole. Il racconto si scalda e funziona, con un maggiore tasso di coinvolgimento e di tensione percepita, via via che le prodezze di Harry acquistano centralità.
Il disagio personale, proiettato all’esterno, contagia il mondo. Forse, però, è una tesi consolatoria: sono le bande criminali, organizzate e configurate in precise gerarchie, a riflettere un malessere globale. L’Europa è rappresentata come un continente governato da mafie transazionali. Non avevamo forse parlato di una deriva in stile narcos di Londra? Politici, fuorilegge (MobLand è anche un western urbano) e tutori dell’ordine sono costretti a giocare con le medesime regole.
L’episodio ambientato a Anversa è il migliore, quantomeno sul piano della suspense nuda e cruda. Oltre a Seraphina, tecnicamente sorellastra, e a Kevin, c’è un terzo fratello, l’imbelle primogenito Brendan (Daniel Betts). Il destino gli riserva l’incontro con una motosega. Harry, sempre lui, riesce in extremis a salvare Seraphina dai messicani, con l’aiuto di un personaggio destinato a diventare più importante nella stagione a venire, Kat McAllister (Janet McTeer), madrina di un cartello internazionale temuta perfino da Conrad.
Harry è corteggiato da Kat, che lo vorrebbe nel suo team, ma alla fine non accetta la proposta per lealtà verso gli Harrigan. I valori contano. Peccato che sua moglie, Jan (Joanne Froggatt), non riesca a capire il senso di un patto di fedeltà stretto con un gruppo di criminali. “Siamo tutti mostri”, dirà Da Souza a Bella. Jan tenta di trascinare, invano, il marito, davanti a uno psicologo per la terapia di coppia. Figura tragica e dilaniata, vero demone della serie, per Harry il dissidio non ha soluzione.
Le donne hanno un ruolo significativo. Si è detto di Maeve, perversa matriarca dalla psiche manipolatoria: ogni misfatto compiuto da Conrad, dall’assassinio a sangue freddo sul divano di casa al gesto spettacolare dietro le linee nemiche, è per compiacere lei. Le altre compongono un florilegio di personalità contorte. Mai semplici comprimarie, mai rassegnate a restare nell’ombra, le donne della serie si fanno strada, sgomitando, nella giungla urbana del crimine. L’obiettivo è sopravvivere, oppure affermarsi nel perimetro di uno spazio angusto, utilizzando le risorse a disposizione per emergere in qualche modo.
Bella, la moglie insoddisfatta di Kevin, sfrutta l’influente padre, alta sfera del governo britannico, per avviare una propria attività parallela assai pericolosa (leggi: traffico di armi) e distanziarsi tanto fisicamente quanto simbolicamente dagli Harrigan. Seraphine, nel tentativo di non deludere le aspettative paterne, intraprende la via del commercio illegale di diamanti. Gina, la brillante figlia adolescente di Harry e Jan, allaccia una relazione con Eddie, in pratica il suo opposto.
Le donne di MobLand non rappresentano quindi il volto buono dell’umanità, quanto la faccia nascosta, comunque non rassicurante, di un mondo devastato e corrotto. Ognuna di loro è segnata da un’eredità oscura e l’esito delle loro imprese è condizionato da variabili impazzite. La violenza maschile è un seme nascosto nel grembo, pronto a fiorire e a straziarle. La brutalità di padri, amanti e mariti le ha contagiate, si spera non per sempre.
Jan merita un discorso a parte. Lei è una donna-ostaggio, controllata a vista da Conrad dai suoi scagnozzi. Il regime degli Harrigan vive di ossessioni e paranoie. In terapia, dove va da sola, Jan incontra Alice, una donna con problemi coniugali analoghi ai suoi. Nella consorte di Harry troviamo un candore, un desiderio di vivere normalmente, che la rende, tra tutti e tutte, il personaggio più umano. Jan è spinta dalla solitudine a voler vedere un’amica laddove uno sguardo malizioso facilmente scoprirebbe un’agente infiltrata. Alice è una poliziotta e nel corso di una cena delirante riuscirà a incastrare Conrad e Maeve.
Nonostante questo, gli Harrigan non scompariranno. Vi sono guerre che possono essere vinte da chi è in posizione di apparente svantaggio. In ogni caso quella tra Conrad e Richie, benché macroscopica e teatrale, non è l’unica resa dei conti di MobLand. Accanto al conflitto maggiore si combattono battaglie minori, silenziose e molto dolorose.
Kevin e Harry condividono un passato comune. Negli anni trascorsi in galera, Kevin conobbe un’atroce umiliazione. Non sono molti i flashback di Mobland. Il ricordo delle violenze subite in gioventù dal marito di Bella serve a tracciare il profilo del personaggio, un debole, un adulto non cresciuto, uno schiavo del risentimento. La confessione davanti al cadavere dell’ex aguzzino, ammazzato per vendetta o meglio ancora per dimostrare a sé stesso di sapersi vendicare, è la testimonianza verbale di un uomo messo al tappeto dalle terribili circostanze della vita. “Lo sai chi va in guerra così? Gli imperi morenti”. Kevin non crede alla logica dello scontro frontale. Ovviamente, resta inascoltato, confinato ai margini, negletto. A rendere più pesante e patetica la sua condizione è la successiva rivelazione su Eddie. Difficile credere che possa prendere in mano le redini del clan. Il suo percorso di allontanamento da Conrad e Maeve (definita uno squalo) è una sfida psicologica durissima. Siamo nel pieno della simbologia edipica freudiana, laddove servirebbe un taglio netto, l’uccisione del padre, a suggellare la definitiva emancipazione.
Il rapporto tra padri e figli, tra madri e figlie è quindi un tema centrale della serie. MobLand capovolge i luoghi comuni. L’età non rende saggi, al contrario: accresce la follia. Mentre i “nonni” sovvertono allegramente ogni codice etico, i genitori di mezza età sono sfuggenti e inaffidabili. I giovani respirano un’aria tossica e crescono infelici, disorientati, persi dietro una cortina di ipocrisia, con il risultato di adorare figure sbagliate e sballate. La durezza può tramutarsi in disumanità. L’efferatezza insensata (Eddie) o l’adesione polemica al modello genitoriale (Gina) sono esempi di risposte malate a un disagio reale.
La serie riflette sul peso insostenibile del potere, sublimato dal cinismo totale di Maeve. Il meno adatto viene stritolato. Ogni gesto corrisponde a un’autoaffermazione. Quando Conrad allunga la mano sui corpi altrui (“vieni a sederti vicino a me”) avanza una pretesa di stupro, il diritto assoluto e incondizionato di prendere chiunque. Il darwinismo sociale applicato al narcotraffico comporta, alla fine, la necessaria proclamazione di un vincitore. O gli Harrigan e gli Stevenson. Il Nome del clan equivale alla Legge e la Legge si traduce nel comando fine a sé stesso. Sul fronte morale siamo all’apocalisse. L’azione è totalmente scollata dal pensiero. La regola è colpire il nemico senza porre obiezioni e senza poter immaginare un’alternativa al massacro.
Qualcuno può fermare questa oscena deriva? Sembra di no. La polizia affonda in un pantano di corruzione. Colin Tattersall (un carismatico Toby Jones), agente in pensione richiamato per aiutare i colleghi nelle indagini, è un personaggio che potrebbe dare molto di più. Anche lui, purtroppo, finisce pressato negli ingranaggi della sceneggiatura.
La musica impreziosisce il tessuto narrativo di MobLand, a partire dall’opening theme. Starbuster, estratta dall’ultimo album dei Fontaines D.C. (Romance, 2024), innesca ogni episodio con la giusta dose di energia. L’apporto di Matt Bellamy dei Muse, nelle composizioni originali, è un tocco di classe. La scelta delle canzoni è brillante. I brani di Idles, St. Vincent, Prodigy, Nick Cave, Rolling Stones (nell’istrionico finale) vanno a comporre un mosaico felicemente assemblato. Non ci si può esimere dall’espressione di una preferenza: The Beast in Me di Johnny Cash, a commento di quei momenti, quando la consapevolezza del dolore e della mostruosità morale diventa epifania, mette i brividi.
Titolo originale: MobLand
Numero di episodi: 10
Durata: 40 – 60 minuti l’uno
Distribuzione: Paramount+
Uscita in Italia: 30 maggio – 18 luglio 2025
Genere: Crime drama, thriller
Consigliato a chi: fa il paragone tra uovo e uomo, cura i gatti degli amici in loro assenza.
Sconsigliato a chi: non conosce il complesso di Elettra, è indeciso tra accendere un mutuo e andare alle Maldive.
- L’ultimo film con Tom Hardy, Havoc di Gareth Evans, è disponibile su Netflix.
- Una vendetta a regola d’arte: Revenge di Coralie Fargeat (2018), disponibile sul canale Midnight Factory di Prime Video.
- Un’esplorazione letteraria degli abissi della natura umana: Wajdi Mouawad, Anima, Fazi editore (2015).
Una frase: “La Natura è brutale e barbara, eppure tutti la amano” (Maeve).


