L’eroe è battuto.
Sanguinante e ammaccato, Superman si è rifugiato tra i ghiacciai che circondano la Fortezza della Solitudine nel tentativo di recuperare le forze e ritornare a Metropolis per combattere un nemico inaspettato – Il Martello della Boravia, che l’ha incredibilmente costretto alla fuga.
Le didascalie ci dicono che da tre secoli il mondo convive con degli esseri dai poteri eccezionali. Da tre anni si è rivelato al mondo Superman, il più potente dei meta-umani.
La sua ultima iniziativa è stata quella di fermare il conflitto tra l’immaginaria Boravia, alleata degli Stati Uniti ed armata segretamente dal mogul high tech Lex Luthor, e il povero stato del Jarhanpur, ricco di giacimenti petroliferi.
Il suo intervento pacifista ha messo in discussione l’ordine mondiale e ha sollevato dubbi nel governo americano che era inconsapevole delle intenzioni di Superman.
Mentre Lex Luthor, roso dall’invidia, soffia sul fuoco dellle critiche all’uomo d’acciaio, scopriamo che ha costruito una dimensione alternativa accessibile attraverso una serie di portali in cui ha recluso i suoi nemici e un bel po’ di dissidenti politici scomodi ai governi del mondo.
In questa prigione di vetro finisce anche Superman, grazie all’intervento di Metamorpho, che riesce a trasformarsi nella letale kryptonite, vanificando i poteri di Kal El.
Nel frattempo Losi Lane e Jimmy Olsen indagano al giornale per cercare di ritrovare Superman e scagionarlo dalle accuse di tramare contro l’umanità.
Lex Luthor ha infatti scoperto e poi ricostruito nella Fortezza della Solitudine l’intero messaggio cui cui Jor El e Lara avevano inviato il loro neonato sul nostro pianeta, trentatré anni prima. Un messaggio assai meno pacifico e umanista di quanto immaginato da Superman, che lo spronava in realtà a dominare la Terra coi suoi grandi poteri.
Ad aiutare l’uomo d’acciaio a liberarsi dal purgatorio in cui Luthor l’ha confinato, ci sono i meta-umani della Justice Gang: Mr. Terrific in particolare, che accompagna Lois in questa dimensione tekka dove Superman è tenuto prigioniero.
Solo alla fine nella battaglia finale combattuta a Metropolis si uniranno anche Lanterna Verde e Hawkgirl.
Il film di James Gunn ha un intreccio complesso e sconclusionato e, iniziando in media res, lascia che tutte le motivazioni e i caratteri si manifestino nel qui e ora, senza costruire nessun vero arco narrativo.
Chi si sarebbe atteso un nuovo film d’origine rimarrà deluso perché Gunn rifà se stesso e cerca di limitare al minimo i cliché del genere, rimanendo fedele piuttosto alla propria idea di cinema d’azione, che strizza continuamente l’occhio al B-movie, alla farsa, all’iperbole grottesca, anche nelle numerose scene di combattimenti che condiscono soprattutto il secondo e il terzo atto.
Gunn rifà sempre se stesso e allora il pugno di meta-umani che si affrontano da un lato e dall’altro sono sempre un pugno di losers fragili e imperfetti, con problemi identitari e tanto bisogno d’affetto.
Le cose più interessanti vengono tuttavia dalla completa riscrittura del personaggio rispetto all’incarnazione cristologica della trilogia firmata da Zack Snyder.
Qui Superman ritorna ad essere un personaggio inattuale, con la tutina azzurra e gli shorts rossi come un wrestler messicano, che trae la sua forza simbolica delle sue origini: nel paese dei padri pellegrini e delle 13 colonie, Superman è l’americano per eccellenza, un immigrato che arriva da un altro mondo e che lotta per farsi accettare. E’ l’outsider che ribalta la sua diversità facendone un punto di forza, che scappa dal proprio universo decadente per approdare nella Terra delle Opportunità, è l’idealista capace di raddrizzare i torti ergendosi a paladino dei più deboli. E’ il Dio pagano del sogno americano, dell’illusione di una seconda opportunità.
Anche la dimensione politica del suo intervento nelle cose del mondo è chiarissima e Gunn l’ha resa davvero esplicita, costruendo il suo racconto sullo sfondo di un conflitto in corso, tra un aggressore feroce e un aggredito mal in arnese, che solo la forza di Superman e degli altri meta-umani può salvare.
Interessante è la riscrittura completa del codice morale dell’eroe. Superman non è il paladino leale, amorevole compassionevole perché adempie la missione affidagli dal destino o da una civiltà superiore e da genitori illuminati, ma lo fa proprio in forza della sua umanità, al termine di un percorso identitario che si è costruito interamente sulla Terra e che non ha nulla di deterministico.
Ciascuno sceglie l’uomo (e l’eroe) che vuole essere con le proprie idee e le proprie azioni. Significativamente alla fine il filmato dei genitori kryptoniani viene sostituito con quello di Pa’ e Ma’ Kent, i genitori adottivi del Kansas.
Curioso anche il ritratto che Gunn fa di Lex Luthor, che assomiglia a uno dei tanti miliardari di oggi, afflitti da un invicibile desiderio di potere, almeno quanto da un latente complesso di inferiorità, che manifestano in un invidia bruciante, che li spinge a calpestare ogni diritto e ogni regola.
Alla fine Superman piacerà sicuramente ai fans di James Gunn e a coloro che apprezzano il suo umanesimo romantico e le sue tenere stramberie.
Solo che il film si presenta come un oggetto chiuso, un prodotto confezionato ermeticamente, che non si apre a nessuna autentica riflessione, non pone domande o interrogativi, nè sotto il profilo cinematografico – ed è già molto grave – nè sotto il profilo politico, perché in quel campo le scelte restano tutte superficiali.
L’intrattenimento basta a se stesso, al pubblico non si chiede nulla, nessun vero coinvolgimento, nessun discorso, nessuna tensione.
Il film di Gunn si mostra come un guscio vuoto, peraltro chiuso e impenetrabile, nel tentativo di nascondere con massimo horror vacui, il nulla che alla fine contiene.
Qualcuno si è chiesto se di fronte a questo Superman come davanti a prodotti simili, come l’ultimo Jurassic World, la critica abbia ancora un senso o non finisca per ruotare intorno a se stessa, in modo ombelicale, cercando una profondità che manca del tutto.
Forse la necessità di uno spazio critico resta, purché anche chi legge sia avvertito che questa volta non si può far molto più raccontare le scelte più facili di Gunn, un po’ di trama e dar conto di qualche presenza inattesa, come quella di Krypto, per esempio.
Avrei tuttavia evitato che il cane svolgesse all’interno del film troppe funzioni diverse: l’alleggerimento comico, il deus ex machina, l’alleato necessario, la fantasia camp per cinofili, ergendosi a vero-coprotagonista del film.
Corenswet è un Clark Kent piuttosto anonimo, Lois Lane è la solita bravissima Rachel Brosnahan, mentre il migliore resta Nicholas Hoult nei panni dell’iracondo Luthor.
La Warner ha assegnato a Gunn e al produttore Peter Safran il compito di rilanciare l’universo DC dopo una serie di flop colossali, seguiti all’allontanamento di Zack Snyder. Superman avrebbe dovuto essere il primo capitolo di un nuovo universo DC, ma mi pare evidente che in fondo Gunn non abbia voluto fare in alcun modo un film che sia testata d’angolo e principio per un nuovo universo coerente, piuttosto il suo solito film da outsider, come lo erano i Guardiani della Galassia all’interno del Marvel Cinematic Universe.
Funzionerà lo stesso?
La risposta spetta al pubblico.

