La trama fenicia

La trama fenicia **1/2

Il nuovo film di Wes Anderson in concorso a Cannes, La trama fenicia, comincia quasi come Rapporto Confidenziale di Welles, con il misterioso magnate Zsa-zsa Korda in volo solitario sul suo aereo privato.

Qualcuno lo vuole morto: a bordo scoppia infatti un ordigno che dilania il suo assistente e costringe Korda ad un atterraggio di fortuna, da cui si salva per miracolo.

Convinto che i suoi giorni siano contati, riallaccia i rapporti con la più grande dei suoi dieci figli, la novizia Liesl, che sceglie come sua erede universale e le illustra l’ultimo grandioso e multiforme progetto espansionistico delle sue società: The Korda Land And Sea Phoenician Infrastructure Scheme. Il piano che prevede lo sfruttamento intensivo di tutte le risorse dell’immaginario stato della Phoenicia ha però un grosso limite, ovvero eccede persino le sue notevoli disponibilità finanziarie e richiede così che il gap sia colmato da partner e avversari storici di Korda: il Principe Farouk, i due imprenditori americani Leland e Reagan che si giocano a basket due contro due la loro quota, il criminale Marseille Bob che sembra vivere nel bar di Casablanca, Marty il boss dei sindacati di Newark, la cugina Hilda che Korda decide di sposare e infine il fratello Nubar che  forse è il vero padre di Liesl e probabilmente è responsabile anche della morte della madre della ragazza.

A mettere i bastoni tra le ruote di Korda c’è anche il governo americano che gliel’ha giurata.

Questa per sommi capi la storia di La trama fenicia, un altro dei film di questo periodo manierista di Anderson, in cui il regista di Rushmore, I Tenenbaum e Steve Zissou sembra non avere più nulla di nuovo da raccontarci, ma in cui cesella il suo stile sino alla perfezione formale più algida e assoluta. Anche qui esplode la cura minuziosa del décor e delle scenografie pensate come perfette miniature, case di bambola per personaggi senza vita. Anche qui ritroviamo le sue proverbiali simmetrie, le prospettive centrali, i plongé, i lunghi carrelli laterali, le panoramiche a schiaffo: tutta la punteggiatura di un linguaggio che Anderson ha perfezionato nel tempo sino all’astrazione più sublime.

In questo contesto, il cast infinito dei suoi attori è parte dello stesso linguaggio, schiacciato in funzioni puramente decorative.

Tuttavia questa volta è evidente lo sforzo di Anderson e di Roman Coppola nel creare almeno tre, quattro personaggi principali con uno spessore autentico, un calore umano che consenta in qualche modo di condividere un sentimento di empatia nei loro confronti. I due inseriscono inoltre nella trama e nell’ordito del loro bellissimo arazzo elementi nuovi e una riflessione più sincera sul tema dell’eredità, raccontato da una inedita prospettiva spirituale.

Come spesso accaduto in passato, il protagonista de La trama fenicia è un imprenditore, visionario e mascalzone assieme, un self-made man inarrestabile, deciso a plasmare il mondo e la famiglia a sua immagine.

Questa volta però Anderson gli affianca una figlia che sembra lontanissima dai suoi traffici, che sta per prendere i voti: per il padre ateo credere in lei e nell’aldilà è un atto di fede, ma anche una questione di visioni. E così in un bianco e nero che sembra ispirarsi alle icone russe almeno quanto al cinema di Tarkovsky – lo avreste immaginato? – il protagonista è chiamato più volte a rendere conto delle azioni della sua vita, arrivando persino al cospetto di Dio. 

Le domande che Anderson si pone sono diverse: non basta più trovare da eterno adolescente il proprio posto nel mondo, come accadeva sino a Moonrise Kingdom, la prospettiva è cambiata ed è quella del padre, per cui è arrivato il momento di prendersi le proprie responsabilità di genitore, anche passando il testimone.

Il film ha una malinconia benedetta, una conclusione non riconciliata e uno scontro finale che finalmente spettina un po’ lo stile sin troppo leccato di Anderson.

Anche la scelta di affidare ad un volto nuovissimo come quello di Mia Threapleton un ruolo di peso come quello della figlia, mostra un piccolo scarto rispetto a prassi ormai consolidate.

La fotografia è per la prima volta curata da Bruno Delbonnel e non dal fidato Robert Yeoman con Anderson sin da Bottle Rocket, ma il risultato non cambia in nulla: la palette è la stessa di sempre con una luce piatta, senza ombre, quasi sempre in pieno giorno, coloratissima e dominata dai toni ocra, marroni e bordeaux.

I costumi preziosissimi sono di Milena Canonero, che veste i gentlemen di questa storia con una serie infinita di magnifici abiti gessati, Lisl con l’abito bianco di prassi e gli altri con le solite scelte eccentriche, dai papillon al velluto a coste, mentre l’aldilà è per lo più composto di vesti chiare e informi.

Sono segni interessanti, piccoli scarti poetici che lasciano immaginare un’evoluzione, una nuova fase dopo questa lunga impasse che ha avvolto il cinema di Anderson a partire da The Grand Budapest Hotel.

Certe volte bisogna accontentarsi.

E tu, cosa ne pensi?

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.