Cannes 2025. La petite dernière

La petite dernière **

Il terzo film da regista per l’attrice marsigliese Hafsia Herzi, scoperta da Kechiche nel memorabile Cous Cous ormai quindici anni fa, è tratto dal romanzo autobiografico di Fatima Daas, pubblicato nell’agosto del 2020 e diventato in Francia un piccolo caso editoriale.

La protagonista è la figlia più piccola di una famiglia musulmana osservante, che vive alla periferia di Parigi.

Dopo aver lasciato il suo ragazzo, Fatima reagisce con violenza quando un compagno di classe mette in dubbio le sue preferenze sessuali. Ma subito dopo, attraverso le app di incontri, comincia a sperimentare una libertà sessuale inedita e interamente femminile.

La prima esperienza con una donna molto più grande di lei, quindi con una ragazza bisessuale, infine con una pneumologa di origini coreane, di cui si innamora e che frequenta a lungo, mostrandosi anche in pubblico e alle manifestazioni LGBTQ. Ma anche questa storia è destinata ad interrompersi bruscamente.

All’università conosce altre due lesbiche piuttosto disinibite, mentre monta il suo senso di colpa, che la spinge a parlare con l’Imam e a rincontrare il suo fidanzato.

Il film della Herzi è un piccolo coming of age queer, che si affida interamente all’inquietudine della sua interprete, Nadia Melliti, trovata dalla Herzi proprio durante un Pride e capace di attraversare il film con un atteggiamento sempre timoroso di lasciar trasparire troppo di sè. Col cappellino da baseball sempre calato sigli occhi, le tute e le felpe che denunciano la sua passione per il calcio, Fatima vive a lungo una sorta di doppia vita, lasciando all’oscuro famiglia e amici.

Il peso della tradizione e della cultura e il senso di abbandono che la spinge a vivere la propria sessualità in modo vorace e curioso sembrano entrare continuamente in conflitto.

I momenti in cui la vediamo sorridere sono pochissimi, segno di un personaggio conflittuale, ma sincero.

Un po’ come il film che lo racconta, onesto, diretto, tutto dalla parte di Fatima, pedinata alla maniera dei Dardenne dalla Herzi, che si tiene lontana dall’adesione naturalistica e vitalistica di Kechiche, maestro nel raccontare il turbamento sentimentale, ma anche sessuale della gioventù.

Le ambizioni sono diverse, il tono pacificato, lo stile senza sussulti: una volta non sarebbe bastato per il concorso di Cannes.

Ma oggi la politica del festival è completamente diversa. E gli autori su cui Fremaux aveva costruito il suo club esclusivo fino all’annata di gloria del 2019 hanno smesso o non sono più così rilevanti e centrali. Occorre reinventarsi e il film di Hafsia Herzi è il tentativo di trovare una strada diversa. Purtroppo, al di là dell’empatia, non rimane molto.

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