Yellowjackets: la terza stagione continua a girare su se stessa, in attesa di un colpo ad effetto

Yellowjackets ** 1/2

E’ giunta alla terza stagione Yellowjackets, il racconto della drammatica lotta per la sopravvivenza di un gruppo di giovani calciatrici disperse, a seguito di un disastro aereo, tra le inaccessibili conifere canadesi. Siamo negli anni ’90 e quando ritroviamo le ragazze adulte, 30 anni dopo, dobbiamo confrontarci con le conseguenza dei traumi vissuti nella foresta. Misty (Christina Ricci), Shauna (Melanie Lynskey), Taissa (Tawny Cypress), Van (Lauren Ambrose), Lottie (Simone Kessell) e Natalie (Juliette Lewis) sono sopravvissute con azioni che la società civile non potrebbe che condannare, come l’omicidio e l’antropofagia. Le Ragazze, ora donne, hanno confinato il passato in un cassetto della mente, custodito dall’autoassoluzione, armata della ferma convinzione non solo di aver fatto tutto il necessario per sopravvivere, ma anche di essere state necessitate a comportarsi in quel modo dalla misteriosa voce dei boschi, in grado di guidare il loro operato e di costringerle ad offrire un tributo, spesso di sangue. Ascoltando la voce dei boschi, terrificante e ancestrale, il gruppo offriva infatti sacrifici e praticava cerimonie propiziatorie: ora, a distanza di oltre trent’anni, sembra che una minaccia non ben precisata incomba nuovamente sulle sopravvissute, forse un ricattatore informato dei fatti, un parente delle vittime che cerca vendetta o l’eco della voce dei boschi che le reclama per sé. Così le donne si rifugiano nell’antica prassi. Nel finale della seconda stagione Natalie è rimasta accidentalmente uccisa proprio in un rituale propiziatorio volto a calmare la voce dei boschi. La successiva, misteriosa, morte di Lottie lascia le sopravvissute orfane di colei che ha sempre percepito in modo più nitido la voce sovrannaturale e al contempo insinua, tra un’accusa reciproca e un litigio, il dubbio che possa esserci una regia umana, che qualcuno voglia uccidere una alla volta le Yellowjackets o quello che ne resta.

Già dalla prima stagione, con la morte dell’unico uomo rimasto nel gruppo, Travis, aleggiava la possibilità di una qualche misteriosa e imprecisata vendetta. Ora è in particolare Shauna a temere per la propria incolumità e per quella della sua famiglia, composta dal marito Jeff (Warren Kole) e dalla figlia Callie (Sarah Desjardins): è convinta che qualcuno l’abbia rinchiusa in una cella frigorifero, l’abbia spaventata lasciando un cellulare acceso nel bagno di un locale e che le abbia inviato una cassetta con una registrazione del passato per posta. Shauna si sente cacciata e ritrova così lo spirito indomabile che le ha permesso di sopravvivere nei boschi. In questa terza stagione Shauna è peraltro anche la protagonista delle vicende che avvengono negli anni ‘90, dimostrando una tempra più definita rispetto a quella ambivalente del passato e accettando pienamente il suo desiderio di potere, sia sul gruppo che nelle relazioni personali, come in quella affettiva con Melissa che, ritenuta morta, in realtà ricompare proprio in questa stagione, interpretata da Hilary Swank. La domanda fondamentale resta quella che ci ha accompagnato nella visione fin dal primo episodio: esiste davvero una forza misteriosa dietro a quello che accade o è una persona fisica che sta cercando di uccidere tutte le Yellowjackets? O forse entrambe le ipotesi sono solo allucinazioni e tutto dipende dalla casualità?

Dicevamo di Shauna, interpretata ancora una volta da un’ottima Melanie Lynskey che riesce a dare al suo personaggio tratti ancora più disturbati e inquietanti. L’evoluzione del personaggio appare coerente e progressiva e porta Shauna ad assumere il ruolo di leader del gruppo, negli anni ’90 come nel presente. Le lotte per il potere tra le ragazze diventano esplicite in questa terza stagione e si spingono fino ad un vero e proprio conflitto quando si presenta l’opportunità di cercare in qualche modo di tornare a casa sfruttando una spedizione di etologi attivi tra le montagne canadesi.

Il potere non è mai assoluto e quando si presume tale, come avviene a Nat, finisce per mostrare tutta la propria fragilità, basato com’è su di un sottile equilibrio tra la volontà della maggioranza, le indicazioni dei boschi e le complicate relazioni interpersonali. La rappresentazione di come il potere si eserciti, sempre con limiti strutturali, è insomma tutt’altro che banale e l’analisi del microcosmo sociale che si è creato nei boschi, matriarcale e spietato, permette di vedere nel gruppo una risorsa, ma anche un vincolo, che imbriglia la libertà del singolo e ne condiziona le scelte morali.

Assistiamo ad un racconto corale che ripropone i temi delle precedenti stagioni (potere, matriarcato, dipendenze, identità, amicizia, bontà/cattiveria naturale dell’uomo) nel contesto drammaturgico di un mystery drama che in molti hanno paragonato ad una versione aggiornata di Lost. E con Lost il racconto condivide anche qualche momento di stanchezza in cui si ha la sensazione di attendere il bandolo della matassa, la via per uscire da un loop narrativo in cui ci siamo ritrovati quasi senza accorgercene. E’ in particolare la linea contemporanea a soffrire di questa attesa e non convincono le divagazioni familiari che coinvolgono il marito e la figlia di Shauna. In passato era il tradimento ad assolvere la funzione di smarcamento dal genere thriller soprannaturale nella linea narrativa ambientata nel 2020, mentre ora è il rapporto all’interno della famiglia a svolgere questa funzione, ma senza mordente. In questa stagione assistiamo al tentativo di destabilizzare le certezze e la comfort zone dello spettatore che deve fare i conti con diverse morti eccellenti e con il cardine del racconto che vira verso il thriller. Un thriller senza un colpevole, ma piuttosto con qualcosa dentro le protagoniste che continua ad assillarle, a vincerne le resistenze e a guidarle. I valori della società sono sistematicamente infranti, sacrificati sull’altare dell’egoismo e sotto l’egida di una voce oscura che reclama e ordina alla coscienza. Sembra essere la voce dell’irrazionale, della follia, della natura, ma in realtà è soprattutto uno strumento per autogiustificarsi e sostenersi, oggi come nel passato.

Al di là dell’alternanza di momenti più riusciti (la conversazione/confessione tra Shauna e Melissa) e altri meno efficaci (i siparietti tra Joe e i fratelli immobiliaristi) quello che pesa sulla stagione è il protrarsi di una linea narrativa ormai abusata, senza scarti né cambi di passo. Si cerca di alzare l’asticella della violenza e della crudeltà, ma è una tecnica che non colpisce più. Non oggi, non dopo quello che la serie ci ha già mostrato in passato. La sensazione che ci accompagna fino al finale di stagione è insomma quella di essere rimasti invischiati nella rete del già visto.

Non resta che sperare in un cambio di passo nella quarta stagione che, al momento, non è ancora stata confermata.

TITOLO ORIGINALE: Yellowjackets

DURATA MEDIA DEGLI EPISODI: 55 minuti

NUMERO DEGLI EPISODI: 10

DISTRIBUZIONE STREAMING: Paramount +

GENERE: Thriller, Horror, Survivor Drama

CONSIGLIATO: a quanti sono alla ricerca di un survivor drama ben recitato e senza alcun freno inibitore che mette in crisi i benpensanti del politically correct. La dinamica sociale continua ad essere descritta con cura e approfondimento.

SCONSIGLIATO: a quanti cercano un racconto compatto: ci sono numerose ripetizioni e alcuni passaggi a vuoto che rallentano il ritmo e alla lunga un po’ appesantiscono la visione.

VISIONI PARALLELE: consigliamo LOST (2004-2010) per chi ha il tempo e la pazienza di recuperare i 121 episodi un survivor drama che ha fatto la storia della televisione di qualità e che ha saputo, finora dobbiamo dire a differenza di Yellowjackets, superare anche cali di tensione narrativa.

UN’IMMAGINE: Nat che decide di accogliere il desiderio del coach e di toglierli la vita. Un misto di pietà e di affermazione del proprio potere che esprime bene quella complessità di valori e di piani di lettura che sono il meglio che la serie ha da offrire allo spettatore.

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