Quando al Festival di Cannes del 1999 appare un piccolo film di due registi belgi che si erano fatti le ossa nel cinema documentario, David Cronenberg e la sua giuria si impongono per assegnargli una contestatissima Palma d’Oro ai danni del favorito Almodovar, in un concorso che ospita un pugno di capolavori firmati da Sokurov, Lynch, Dumont, Bellocchio, Kitano, Egoyan, Jarmusch, de Oliveira, Carax, Ripstein.
Quel film e quella vittoria rappresentano per molti versi l’inizio di una svolta decisiva nel cinema europeo e internazionale: la protagonista del film viene inseguita letteralmente dalla macchina a mano dei Dardenne in una sorta di pedinamento drammatico della realtà: Nella sua ricerca di un lavoro capace di farla evadere da una condizione di povertà e degrado a cui non si arrende mai, Rosetta coinvolge lo spettatore che è come costretto a starle accanto, a condividerne i movimenti, l’ansia, l’inarrestabile fisicità.
Per molti versi il film segna la fine dei divertissement postmoderni, delle narrazioni deboli e giocose degli anni Novanta. Lo stile dei due fratelli, il naturalismo della loro messa in scena, il valore sociale e morale dei loro racconti influenzano un’intera generazione di cineasti.
Il volto della protagonista, Émilie Dequenne allora diciottenne, rimane indelebilmente associato a quella piccola grande rivoluzione: premiata assieme al film a Cannes per la superba interpretazione, comincerà una luminosa carriera nel cinema francese. La ricordiamo almeno ne Il patto dei lupi, in A casa nostra accanto a Dussolier, nella bellissima serie The Missing, con Tchéky Karyo.
Tornerà a Cannes altre volte, conquistando il premio di miglior attrice anche ad Un certain regard per il dolente e tragico A perdre la raison nel 2012, e il César per Les Choses qu’on dit, les choses qu’on fait nel 2021.
Il suo ultimo film è stato Close di Lukas Dhont.
Ieri sera un raro carcinoma se l’è portata via a 43 anni appena. Le sopravvivono il marito e la figlia Milla.
