Mickey 17

Mickey 17 **

A lungo rimandato, anticipato, posticipato, girato nel secondo semestre del 2022 negli studi inglesi dell’Hertfordshire con un budget faraonico da Warner Bros e Plan B assieme ai coreani di Kate Street Picture Company, Mickey 17 segna il ritorno di Bong al cinema a distanza di quasi sei anni dal trionfo di Parasite, l’ultima buona notizia cinematografica, prima della pandemia.

Il film è ispirato al romanzo di fantascienza scritto da Edward Ashton, Mickey 7, ancora inedito quando Bong l’ha opzionato e ne ha fatto le fondamenta di una sceneggiatura scritta in solitario, che fin dal titolo introduce delle significative novità nell’universo creato dallo scrittore newyorkese.

Il risultato è francamente una delusione, non così inaspettata se consideriamo che i film girati da Bong in inglese sono di gran lunga i più deboli della sua breve filmografia, privi del tutto di ogni sfumatura e piuttosto risaputi anche nello sviluppo drammatico.

La premessa narrativa da cui muove la storia di Mickey Barnes è la sua fuga dalla Terra, braccato da uno strozzino a cui deve dei soldi assieme all’amico Timo, a seguito di un affare andato male.

I due si imbarcano sulla spedizione spaziale guidata da un politico vanesio e impresentabile chiamato Kenneth Marshall, per colonizzare il lontano pianeta di Niflheim.

Timo, uno scaltro traffichino capace di cadere sempre in piedi, riesce a farsi scegliere come pilota, mentre all’ingenuo Mickey – l’uomo senza qualità – non resta che arruolarsi come expendable: sarà una sorta di cavia da laboratorio, inviato a testare le radiazioni esterne durante il lungo viaggio o la carne sintetica prodotta in laboratorio o ancora un nuovo analgesico, sarà impiegato  in missioni a rischio della vita e una volta arrivati a destinazione per verificare la presenza di virus letali e per sperimentare possibili vaccini.

Il concreto rischio di morte è vanificato da una stampante umana che ogni volta produce un nuovo clone di Mickey, con una personalità leggermente differente, ma con la sua stessa memoria, salvata su un hard-drive a forma di mattone.

Il lungo viaggio passa in fretta grazie all’amore di Nasha, un’agente di sicurezza con cui contravviene alla regola di astenersi da ogni attività sessuale, impegnativa per il limitato consumo energetico consentito a bordo dai cibi razionati.

Nella prima scena del film Mickey 17 è caduto in un dirupo e giace ferito quanto Timo lo trova, ma lo abbandona ai creepers, i vermoni che abitano il pianeta ghiacciato di Niflheim.

Solo che i creepers sono pacifici e aiutano Mickey 17 a tornare alla base, mentre è già stato creato un nuovo diciottesimo clone: per il codice etico della Terra però non possono esistere dei multipli dello stesso individuo, pena la sua cancellazione definitiva.

Mickey Barnes rischia così di scomparire per sempre, mentre le manie di conquista di Kenneth Marshall preparano lo sterminio dei creepers.

La voce off di Mickey 17 ci accompagna sin dall’inizio all’interno di questa sgangherata avventura spaziale in cui una volta misurate le premesse narrative e gli antefatti che precedono la creazione del diciottesimo clone, il film sembra perdere ogni necessità e ogni interesse. Accade curiosamente subito dopo i titoli di testa che appaiono infatti sullo schermo dopo oltre mezz’ora dall’inizio.

Il lavoro di Bong funziona egregiamente finché elabora lo spunto originale del romanzo di Ashton sulla clonazione e il suo utilizzo sperimentale, nello sfruttamento di esseri privati di ogni dignità umana, ridotti a cavie sacrificabili per ogni necessità di bordo.

Mickey diventa così nel corso del tempo un personaggio del tutto trasparente e insignificante per l’equipaggio e per gli stessi scienziati, che finiscono per dimenticarselo a terra, per tranciare i cavi nel momento del passaggio della memoria, per lasciarlo vivere appena una decina di minuti, in una delle sue tante incarnazioni.

Mickey non è solo sacrificabile, è diventato una commodity, un bene fungibile, che sembra interessare solo a Nasha, che tuttavia si dimostra non meno ambigua nei suoi confronti quando si accorge che la presenza contemporanea di Mickey 17 e 18 apre nuovi scenari sentimentali e sessuali.

Quando Mickey 17 diventa l’oggetto dei desideri di un’altra agente, Kai, scelta da Kenneth Marshall per la purezza della sua razza, Bong non sembra in grado di articolare significativamente il rapporto che intercorre tra di loro e con Nasha, risolvendo tutto rapidamente e spostando il focus narrativo sui deliri  di onnipotenza del capo della spedizione e sull’assalto dei creepers al campo base umano.

La dimensione metafisica e filosofica del film si perde quasi subito in favore di un racconto che sembra prediligere il racconto ambientalista e la farsa politica, perché sempre più spazio viene lasciato all’istrionismo di Mark Ruffalo e Toni Colette, nei panni di una coppia grottesca, assetata di potere e fissata con la creazione di improbabili salse, che accompagnino il cibo disgustoso che si mangia nella spedizione.

Le implicazioni etiche riecheggiano solo nell’unica domanda che tutti rivolgono a Mickey: “com’è stato morire?”

Una domanda che rimane a lungo senza risposta fino a quando il protagonista confessa la sua paura e l’orrore che si ripetono ad ogni eliminazione e che rimangono come una traccia mnestica ad ogni successiva reincarnazione.

Ma è solo un parentesi in un film che non sembra davvero interessato a questa prospettiva morale, preferendo invece concentrare il proprio messaggio, così come avveniva anche in Okja sulla necessità di rispettare l’ecosistema, creando uno spazio di condivisione con le altre specie animali, senza sfruttamenti né stermini di massa, in un rapporto di feconda e pacifica coesistenza.

Se nel romanzo il villain era dipinto come un capitalista senza scrupoli, nel film assume le sembianze trumpiane di un politico dall’ego ipertrofico, gonfiato da una Lady Macbeth, perfida suggeritrice delle sue peggiori derive.

La sua corte grottesca di lacché ed esperti di comunicazione contribuisce a farne un ritratto costantemente sopra le righe, quasi inverosimile e da cartoon, se la realtà che viviamo in questi anni non ci avesse mostrato invece quei volti e quelle parole molte altre volte.

Tuttavia la satira non morde davvero e quando lo fa è sempre piuttosto prevedibile, così come la critica marxiana alle nuove forme di sfruttamento capitalistico.

Lo stesso protagonista Mickey 17 è una sorta di ingenuo, un ottimista inconsapevole, che tutti sembrano sfruttare a proprio piacimento: senza il carattere coraggioso e sfrontato di Mickey 18 e senza la determinazione ambigua ed egoista di Nasha tutto sarebbe perduto.

Pattinson lo interpreta con un accento e una cadenza piuttosto buffi, che sembrano avvicinarlo per molti aspetti ai personaggi spesso interpretati da Song Kang-ho nei film di Bong, pensiamo al detective di Memorie di un assassinio, al padre spiantato di The Host o a quello di Parasite.  E’ curioso tuttavia che Bong l’abbia scelto come il suo Virgilio all’interno del racconto, perché questa volta, a differenza di quanto accadeva agli altri suoi personaggi, Mickey 17 è incapace di alcun gesto realmente tragico, eroico o trasformativo.

Sembra un passo indietro non solo dal punto di vista narrativo, ma persino ideologico: questa volta la salvezza arriva solo dall’esterno, il protagonista deve affidarsi interamente alla volontà altrui.

Nonostante l’happy ending apprente, il pessimismo di Bong si è fatto più radicale.

Pattinson è come al solito molto generoso e indovinato nel ruolo naif del protagonista, giocando con la sua dimensione divistica, che lo riduce a puro oggetto del desiderio.

Steven Yeun è l’amico (?) Timo, origine di tutti i guai di Mickey: l’attore coreano sembra sempre sullo sfondo, ma è invece uno dei motori narrativi del film.

La londinese Naomi Ackie, scoperta da Lady Macbeth e poi vista nell’ultimo film di Star Wars, nella serie Small Axe di McQueen e nel debutto di  Zoë Kravitz, Blink Twice, è indubbiamente efficace nella parte di Nasha, il personaggio forse meglio scritto dell’intero film, quello che ha un arco narrativo compiuto.

Mark Ruffalo e Toni Colette sono poco più che macchiette grottesche, mai davvero minacciose, mentre è un peccato che la parte di Kai, interpretata da Anamaria Vartolomei si perda per strada, senza avere lo sviluppo che meritava.

L’iraniano Darius Khondji torna a lavorare con Bong dopo Okja, immergendo i personaggi nel bianco asettico del pianeta nevoso Niflheim e negli interni brutalisti della nave spaziale, con una palette visiva preziosa, ma non particolarmente originale.

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