New York 1961, sul retro di una familiare un ragazzino di vent’anni con una chitarra e un cespuglio di capelli arruffati nascosti in un cappello da marinaio. Le sue origini sono avvolte nel mistero, dice di aver lavorato in un circo itinerante, ma è arrivato in città per incontrare la leggenda, Woody Guthrie. Ha scritto una canzone per lui, ma il musicista che cantò This Land Is Your Land è ricoverato in una clinica in New Jersey, debilitato dalla malattia che lo porterà alla morte a soli 55 anni.
Al suo capezzale, il ragazzo che si fa chiamare Bobby Dylan incontra Pete Seeger, un altro dei campioni della musica folk, il cui impegno civile sorregge sino in fondo la sua vena musicale. Dopo aver ascoltato i suoi primi pezzi, Seeger lo prende sotto la sua ala, lo fa debuttare al Folk City e lo introduce nel piccolo mondo musicale del Village, dove ogni locale – il Café Wha, il Gaslight – sembra risuonare di quella musica essenziale: la forza limpida di un pugno di parole che si appoggiano sugli accordi di una chitarra acustica.
Grazie anche all’incontro e all’amore di Sylvie Russo, Dylan muove i suoi primi passi nell’industria, strappa un contratto con la Columbia, che però da lui vuole solo vecchie canzoni folk. All’inizio la sua stella si muove all’ombra di Joan Baez, che era già un passo avanti a tutti gli altri: le cede alcune delle sue prime canzoni e il successo delle versioni cantante dalla folksinger gli consentono di pubblicare nel maggio del 1963 il suo secondo disco, l’epocale The Freewheelin‘ in cui compaiono Blowin’ in the Wind, Masters of War, Girl from the North Country, A Hard Rain’s A-Gonna Fall e Don’t Think Twice, It’s All Right: una parte essenziale dello sconfinato songbook dell’artista, in cui Dylan sembra trasfigurare poeticamente ideali, paure e speranze del suo tempo, con una forza travolgente.
La popolarità esplode improvvisa e coglie Dylan completamente indifeso. Cercherà da quel momento di sottrarsi in ogni modo dall’abbraccio soffocante del pubblico, continuando a cambiare in modo camaleontico, nascosto dietro gli immancabili occhiali neri e in continuo movimento, in sella alla sua Triumph.
Johnny Cash si accorge di lui e i due si scrivono lunghe lettere nel corso dei mesi. Il rapporto con Baez sul palco e nella vita è tumultuoso e irrisolto: il loro tour insieme è un duello continuo e a farne le spese è Sylvie, incapace di sopportare la volubile impenetrabilità di un’artista sempre in fuga da se stesso.
Dopo il trionfo al Newport Folk Festival del 1964 Dylan, forse influenzato anche dalla collaborazione con l’amico e road manager Bob Neuwirth e con il produttore Tom Wilson, pubblica nella primavera del 1965 il suo quinto album, Bringing It All Back Home, che rompe con l’ortodossia folk e che accoppia un lato A elettrico e rock e un lato B acustico, aperto da Mr. Tambourine Man. E’ l’inizio di una rivoluzione che sarà coltivata nel capolavoro Like a Rolling Stone, pubblicato come singolo il 20 luglio 1965. Cinque giorni dopo Dylan si presenta al Newport Folk Festival: dopo un duetto memorabile con Joan Baez il sabato sera sulle note di It Ain’t Me, Babe, la domenica i puristi temono che voglia portare sul palco la sua band elettrica, rompendo ancora una volta ogni convenzione. Johnny Cash lo convince a seguire la sua strada: quando attacca a tutto volume Maggie’s Farm, il dado è tratto.
Il film di James Mangold, tratto dal libro dal libro di Elijah Wald Dylan Goes Electric e scritto assieme a Jay Cocks – a lungo partner di Martin Scorsese per L’ultima tentazione di Cristo, L’Età dell’innocenza, Gangs of New York e Silence – poggia su un’idea semplice, eppure per molti versi difficilissima: A Complete Unknown si mette interamente al servizio della musica, usa la forza delle immagini per esaltare l’eccezionalità di quei memorabili momenti musicali, come accade più spesso nel cinema documentario.
Ci mostra un artista, uno dei massimi del Novecento, che trova la sua voce, una parola alla volta.
Mangold non cerca neppure di penetrare il mistero-Dylan: la lezione del Todd Haynes di Io non so qui, i tantissimi documentari da Don’t Look Back in poi che hanno ricostruito con magnifico materiale d’archivio quegli anni febbrili, prima dell’incidente in moto e del suo esilio autoimposto lungo quasi dieci anni, sono un patrimonio comune che il regista dà per acquisito.
Mangold, che aveva già diretto un notevole biopic dedicato a Johnny Cash e June Carter, riconvoca sul proscenio il man in black del country, questa volta interpretato da Boyd Holbrook, quasi a legare due mondi musicali e a fare da testimone entusiasta di una piccola grande rivoluzione culturale.
A Complete Unknown dichiara la sua impotenza sin dal titolo: non c’è nessun tentativo di spiegare e di chiarire, di suggerire ipotesi e letture e la struttura narrativa rifugge il cliché dei biopic musicali fatti di ascese, cadute e riscatti.
C’è invece il tentativo di mostrare come il crogiolo culturale, politico, sentimentale di quegli straordinari anni ’60 abbia potuto ispirare le notti insonni, le parole spezzate, le note ripetute di quei capolavori. La tv rimanda le immagini di quei giorni confusi, ricchi di promesse e di amari risvegli. E in un cortocircuito irresistibile e poetico sono proprio quelle canzoni a rappresentare la chiave interpretativa ed emozionale attraverso cui continuiamo a leggere la Storia di quegli anni: le lotte per i diritti civili, la guerra fredda, Martin Luther King e la marcia su Washington, la crisi di Cuba, l’omicidio di John Kennedy, la guerra del Vietnam.
Di fronte al Mito-Dylan, che abita ormai nel nostro inconscio collettivo, quello che si può fare è porgere un microfono e accendere uno spot di luce, lasciando che sia la musica a manifestarsi.
E la musica miracolosamente si prende lo spazio che merita, grazie soprattutto a Chalamet, chiamato ad un’impresa da far tremare i polsi, capace di cantare oltre quaranta brani, senza mai sfigurare un solo momento, perfetto nell’immedesimazione fisica e psicologica, asciutto nella sua sfuggente fragilità.
Chalamet ha costruito nell’ultimo decennio un modello divistico originale, figlio di una fisicità minuta, di una sensibilità interpretativa capace di rappresentare una figura maschile interamente nuova, ancora più radicale di quella di Leonardo DiCaprio: era inevitabile che fosse lui a dare il suo volto alla più inafferrabile delle leggende americane.
E se il Seeger di Edward Norton e il Guthrie di Scoot McNairy sono in fondo icone testimoniali e la stessa Sylvie di Elle Fanning – in realtà Suze Rotolo che appare sulla cover di The Freewheelin‘- è una partner femminile destinata all’abbandono, risplende invece di luce propria Monica Barbaro nei panni di Joan Baez. La sua presenza è magnetica, la sua voce dolcissima e quell’ultimo duetto con Dylan è un piccolo miracolo, capace di raccontare il senso di un’intera relazione, senza bisogno di una sola parola, se non quelle cantate assieme in It Ain’t Me, Babe.
Mangold laicamente si affida al racconto di un profeta che non può che rifiutare il suo mantello e la sua “religione”, in nome di una rivoluzione che non ammette restaurazioni. Un profeta scontroso, umorale, che tradisce i suoi padri e i suoi maestri, per una libertà che non può piegarsi a nessun conformismo e a nessun’attesa: Giuda! gli griderà infatti uno spettatore a Manchester, pochi mesi dopo la notte di Newport con cui si chiude il film.
La prospettiva religiosa non suoni blasfema, Dylan stesso ha avuto un lungo periodo personale e musicale influenzato dal Vangelo e la musica folk ha spesso abbracciato la ritualità di una litania e una dimensione spirituale molto forte.
I costumi formidabili sono di Arianna Phillips, una vita con Madonna, poi nel cinema con Il corvo, Larry Flint, A single man, Walk The Line e C’era una volta a… Hollywood. Notevole anche il montaggio di Andrew Buckland e Scott Morris, costruito fluidamente su una serie di inevitabili ellissi, che tuttavia non interrompono mai il ritmo inesorabile di un lavoro che avanza dritto senza guardarsi mai indietro.
Il film si chiude anti-climaticamente con le contestazioni fragorose del pubblico del folk, testimone forse inconsapevole di un gesto rivoluzionario, allora come oggi: ossessionati dal consenso e dall’approvazione, timorosi di ogni battaglia, schiavi di una fama conquistata senza alcun merito, non possiamo che salutare con entusiasmo questo ritratto memorabile di chi ha sempre vissuto in direzione ostinata e contraria.
Dal 23 gennaio in sala.

