L’abbaglio

L’abbaglio **1/2

Quarto, 5 maggio 1860. Domenico Tricò e Rosario Spitale sono due uomini qualunque, siciliani in continente, che vogliono ritornare sull’isola l’uno per sposare la fidanzata abbandonata dieci anni prima, l’altro inseguito dai suoi inganni ai tavoli da gioco veneziani.

Si arruolano così nella spedizione dei Mille di Garibaldi e una volta sbarcati a Marsala fuggono dalla spiaggia disertando l’impresa. Il Colonnello Orsini che li ha scelti cancella i loro nomi dai registri per evitare ombre alla spedizione, mentre l’esercito delle camicie rosse avanza nella Sicilia, che sembra abbracciare con passione il manipolo di liberatori.

Mentre Domenico e Rosario attraversano picarescamente l’isola ancora interamente rurale e finiscono prima in un convento di suore e poi al paese del primo per constatare che i sogni di matrimonio sono ormai impossibili, l’esercito dei Borbone, guidato dallo svizzero Von Mechel, attende i Mille a Palermo.

La mafia e i latifondisti locali cercano di intestarsi il successo dei liberatori, ma Orsini conosce bene i pericoli dell’aristocrazia più corrotta e ignorante, perché è uno dei suoi figli ribelli.

Quando Garibaldi, alle porte di Palermo, gli chiede di guidare una manovra diversiva che inganni l’esercito regio, facendo credere a Von Mechel e ai suoi che le camice rosse si stiano ritirando verso l’entroterra, Orsini accetta di malavoglia e assieme ad una piccola colonna di feriti e di soldati a cui aggrega anche disertori Domenico e Rosario, infine catturati, si dirige verso Corleone e Sambuca.

Il quartetto de La stranezza ritenta la sorte con un progetto che sembra nascere con le stesse coordinate e le stesse buone intenzioni del precedente. Su uno sfondo storico e realistico, nella Sicilia dei gattopardi, Andò riprende una storia raccontata da Sciascia nella sua raccolta Il fuoco e il mare, romanzando l’epica manovra della “colonna Orsini”, decisiva per consentire a Garibaldi l’ingresso trionfale a Palermo.

Individua così due linee narrative separate, che lasciano a Toni Servillo il ruolo severo e ufficiale della Storia e affidano a Ficarra e Picone quello dei soldati senza ardore e senza passione, disertori per amore e per convenienza, siciliani senza ideali e senza speranze, ma eroi loro malgrado quando conta di più.

I due sembrano usciti dalla stessa impronta degli Oreste Jacovacci e dei Giovanni Busacca de La Grande Guerra di Monicelli, un film che ha segnato in modo chiaro l’antimilitarismo del cinema italiano del Dopoguerra, il suo rifiuto della retorica delle armi, forgiando la psicologia stessa del soldato italiano, generoso e cialtrone, insubordinato ed eroico.

Le due linee si incrociano solo all’inizio, al momento dell’arruolamento e poi alla fine, nella lunga teoria di sguardi che segna una conclusione che non può non lasciare l’amaro in bocca: “Povera Italia, che abbaglio!”

Ma di quale abbaglio parlano Andò e i suoi sceneggiatori, Ugo Chiti e Massimo Gaudioso?

Innanzitutto quello che prende l’esercito dei Borbone, ingannato dalla manovra della “colonna Orsini” e spinto a inseguire un manipolo di feriti fin dentro le mura di Sambuca, mentre le truppe garibaldine trovavano campo libero per entrare a Palermo da trionfatori.

Poi naturalmente l’abbaglio è quello sulle qualità di Domenico e Rosario, decisive anche alla fine, quando l’inganno e il sacrificio personale consentono di salvare la popolazione innocente e superare la codardia di sindaci e uomini di chiesa.

L’abbaglio più grande tuttavia – quello a cui l’Orsini di Servillo si riferisce con la battuta finale – è quello degli idealisti che parteciparono alla spedizione e alle battaglie per l’Unità d’Italia, senza comprendere come la rivoluzione agognata si sarebbe trasformata rapidamente nella conservazione degli stessi ruoli di potere. L’illusione di Orsini si scontra con la natura umana, con l’inganno dei due soldati ritrovati, con il gioco di sempre.

Il film funziona meno bene rispetto al precedente, perché la struttura è più scoperta e le due linee narrative non sono così funzionali: quella storica è scritta in maniera sin troppo evidente con una consapevolezza odierna e come un monito all’eterno sentimento italiano, mentre quella leggera sembra quasi incapace di liberare i suoi istinti comici.

Quasi come se Ficarra e Picone volessero dimostrare questa volta di non essere solo due comici prestati alle esigenze del film, ma volessero appropriarsi fino in fondo dei suoi significati, senza ricorrere esplicitamente alle loro maschere tradizionali, che sembrano stargli sempre più strette.

L’idea complessiva del progetto, prodotto ancora una volta dalla Tramp Ltd dei due con la Bibi Film di Angelo Barbagallo e con Medusa, Raicinema e Netflix, è encomiabile: riprendere un pezzo della nostra Storia, rileggendo un episodio marginale con le coordinate del cinema di fantasia.

L’equilibrio è essenziale in questa operazione e questa volta la sceneggiatura traballa un po’ perché sullo sfondo aleggia una cupa malinconia, perché nel manipolo dei Mille non si distingue mai nessuno e restano tutti comparse marginali, perché le grandi scene di battaglia che pure innervano la parte affidata a Servillo non sembrano girate con la forza e la competenza che servirebbe, nonostante uno spiegamento di mezzi produttivi encomiabile, e perché il messaggio di fondo che cerca di salvare la generosità del popolo siciliano contrapposto alle élite di potere, corrotte e vigliacche, ora come allora, è un po’ troppo semplicistico e consolatorio.

Meno male che il finale ci regala invece un colpo di coda, ambientato vent’anni dopo lo sbarco, che abbraccia fino in fondo la cattiveria amarissima della nostra commedia, insinuando un’idea meno anestetizzata e tranquillizzante.

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