Noi e loro

Noi e loro **

C’è ormai una categoria intera di film con Vincent Lindon operaio e padre, che potrebbe riempire una rassegna: Jouer avec le feu è solo l’ultimo capitolo, in verità piuttosto deboluccio e dallo sviluppo telefonatissimo, anche se indaga in modo abbastanza nuovo certe dinamiche da stadio, criminali e neofasciste.

Nella profonda provincia francese, in Lorena, Pierre lavora sulle linee ferroviarie, anche di notte, nonostante l’età. E’ vedovo con due figli grandi: il maggiore Fus ha ventitré anni, non ha finito le scuole tecniche e gioca a calcio nella squadra locale, il più piccolo Louis è stato preso alla Sorbonne a Parigi, ma il trasferimento non è così facile, per una famiglia semplice come la sua.

Dopo una partita, Pierre nota che i nuovi amici di Fus sembrano tipi assai poco raccomandabili. Un collega di lavoro sindacalista, ha riconosciuto suo figlio tra i militanti di estrema destra che hanno strappato i loro manifesti.

Pierre è convinto di aver educato i suoi figli a valori diversi, quelli che ha condiviso per tutta la vita. Nonostante cerchi di evitarlo con ogni mezzo, Fus continua a frequentare la curva del Metz e le palestre clandestine in cui si ritrova con gruppi suprematisti e neonazisti.

Finirà picchiato a sangue, costretto ad una lunga riabilitazione. Ma la vendetta contro il gruppo antifascista che l’ha brutalmente malmenato lo porterà ancora più lontano dai suoi affetti e dalla sua famiglia.

Il film dei Coulin è uno spaccato impressionista e assieme un affresco familiare, che ruota attorno alla centralità di Vincent Lindon nei ruoli del padre impotente e incapace di comprendere la rabbia di una generazione lontana dalla sua.

“La sinistra ha perduto il suo elettorato di riferimento” si sente dire ad un certo punto nel film, ma sono forse la classe operaia e la piccola borghesia capace di credere ancora che la scala sociale possa essere percorsa anche in ascesa, a non avere più spazio nel mondo del lavoro di oggi.

In un mondo che produce quasi solo ansia e sfiducia, la seduzione di certe idee radicali può essere suggestiva: identificare il nemico in modo semplice e immediato in tutto quello che è diverso, consente di scaricare l’odio attraverso la violenza. E poco conta se quella violenza non produce null’altro se una risposta ugualmente atroce e repressiva.

Il film dei Coulin mostra anche una certa complicità tra il mondo del tifo organizzato, degli ultras delle curve e derive neofasciste e identitarie che nel tifo trovano sentimenti semplici e battaglie da combattere domenica dopo domenica.

Per il resto l’analisi rimane un po’ in secondo piano, perché il film privilegia la dimensione familiare e diventa ovviamente un palcoscenico per Lindon, che la macchina da presa pedina precede e poi quando può inquadra in primo piano, lasciandogli tutto lo spazio che vuole. E’ pur vero che l’attore francese è una presenza sempre più decisiva nei film che interpreta e un corpo e un volto di pura sostanza cinematografica, solo che questa volta sembra fagocitare ogni altra cosa.

Debole.

 

 

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