Nonostante *1/2
Il secondo film da regista di Valerio Mastandrea è una curiosa storia di anime in attesa. Nonostante usa un registro assai poco utilizzato dal cinema italiano, per raccontare una storia d’amore impossibile tra coloro che son sospesi.
I protagonisti, due uomini e una donna, assistono compiti ad un funerale all’interno di un grande ospedale. Poi l’uomo improvvisamente si alza annunciando una visita inaspettata. Attraversa il grande cortile e le corsie a bordo di mezzi improbabili – un montacarichi, una carrozzina, un elevatore – arrivando infine nella stanza dove giace il suo corpo, in coma dopo un incidente in cui ha salvato la vita a un ragazzino. Quest’ultimo è venuto con i genitori a trovarlo una volta ancora, anche se sono passati diversi anni ormai.
La donna che abbiamo visto all’inizio invece è un’intellettuale, una traduttrice, l’altro uomo è sposato e ha un cane, che sta per essere soppresso.
La loro cinica routine di giorni sempre uguali, in attesa della morte o del risveglio trai vivi, viene stravolta dall’arrivo in ospedale di una donna, forse di origine spagnola, che sulle prime sembra ostile a tutti, ma che pian piano finirà per entrare in confidenza con gli altri, scoprendo i piccoli, grandi segreti di un’attesa che li porterà inevitabilmente altrove.
Il film di Mastandrea, scritto con Enrico Audenino (Ride, Padrenostro), sfrutta in modo originale sia la dimensione ospedaliera e le poche occasioni che i personaggi hanno di evadere da quel contesto, sia il coté metafisico in cui sono imprigionati.
Nonostante funziona meglio all’inizio, quando la scoperta delle regole d’ingaggio e delle modalità con cui sono costretti a sopravvivere i personaggi, consente di costruire un piccolo mondo fragile e provvisorio, in cui ciascuno sembra muoversi in punta di piedi. Quando poi questo inedito ritratto d’ambiente cede il passo al racconto vero e proprio, che ripropone una esile storia d’amore, che trascolora dall’incomprensione e dall’ostilità all’affetto più assoluto, ma destinato a non durare, il film si fa più risaputo e paradossalmente finisce per perdere l’originalità delle sue premesse.
Nel finale la dimensione più spirituale riprende una sua centralità, ma scolora in un simbolismo un po’ inutile e greve, che non aggiunge nulla.
E’ del tutto evidente che il limbo in cui i personaggi sono costretti è in fondo quello che tanti vivono nelle proprie relazioni sentimentali o familiari, incapaci di esplorare strade e sentimenti che li porterebbero fuori dalle loro sicurezze.
Non ha molto senso che il film si riappropri alla fine della metafora, spingendola verso una dimensione assai più letterale. Nonostante resta un ritratto di un gruppo di anime fragili e vulnerabili, incapaci di prendere in mano la propria vita. Sarebbe bastato questo.
Mastandrea dirige, ma la sua centralità d’attore è assoluta, diversamente da quanto accadeva in Ride. All’inizio, nella messa in scena dello spazio, sembrano esserci margini per una regia non di solo servizio alla performance attoriale, ma poi anche questa dimensione si perde un po’, ritornando fortunatamente a riproporsi nel finale, che sarebbe stato perfetto se si fosse limitato alla leggerezza del volo verso l’ignoto.
Nonostante è il film di apertura della Sezione Orizzonti a Venezia 2024.
