“Deve essere difficile guardare quel che un altro sta facendo, tutto il tempo”.
La battuta fulminante è di Cooper il protagonista del nuovo film di Shyamalan, vigile del fuoco e padre modello, che accompagna la figlia Riley, adolescente bullizzata, al concerto della pop star Lady Raven, vero rito identitario di una intera generazione, come mostrano le folle adoranti che seguono in tutto il mondo il tour di Taylor Swift.
Trap è il più teorico degli ultimi film del regista di Philadelphia, idealmente affine all’idea che del cinema di Hitchcock aveva Brian De Palma, ma senza gli istrionismi formalisti del grande regista di Carrie e Vestito per uccidere. Ma è anche un piccolo spaccato antropologico delle frustrazioni dei giovani di oggi, delel loro fragilità identitarie, delle loro insicurezze, amplificate dal costante delirio social.
E’ anche un film sulla fama e sulla sua centralità assoluta nel discorso pubblico, con le sue derive e il potere e le responsabilità che comporta.
E ovviamente è un thriller che racconta di un serial killer attirato in una trappola.
Il concerto stesso di Lady Raven è l’esca per smascherare l’identità del famigerato “macellaio”, che fa a pezzi le sue vittime, ma si è tradito con un frammento di una ricevuta dei biglietti, lasciato inavvertitamente in una delle sue case degli orrori.
Cooper si avvede che il palazzetto dove lui e la figlia dovrebbero partecipare al rito collettivo del pop, con i suoi momenti già scritti, già visti e conosciuti da tutti, eppure continuamente ripresi sui telefonini e ritrasmessi come in un’eco social infinito, è preso d’assedio dalle forze di polizia, dall’FBI, agli SWAT team, e da un mare di telecamere di sicurezza.

Un addetto al merchandising svela al protagonista il senso di quella insensata profusione di agenti: ma il mistero del “macellaio” non è tale per Cooper, che conosce benissimo l’identità del killer.
Solo che a quel punto in uno dei ricorrenti primi piani che Shyamalan gli riserva, sembra quasi rivolgersi a noi, al pubblico, mettendoci nei panni scomodi di chi è costretto a parteggiare per il villain di questa storia, contemporaneamente padre amorevole e protettivo, in un insostenibile sdoppiamento di personalità.
La caccia al “macellaio” si muove costantemente in spazi chiusi, confinati, come accade spesso nel cinema di Shyamalan, quasi a voler esorcizzare la sensazione del rifugio dalle minacce del mondo esterno. Nella lunga prima parte è il palazzetto con i suoi corridoi, le sue stanze per i dipendenti e i suoi meandri solo apparentemente inaccessibili a fungere da grande palcoscenico, ma poi ci si sposta sulla limousine della diva, che da personaggio di sfondo, assume un ruolo centrale, quindi si sposta nella più classica delle case dei sobborghi dove l’istituzione familiare si rivela assai meno inconsapevole di quanto potrebbe sembrare.
Shyamalan costruisce un film che è tanto sciatto e prevedibile nella sua scansione narrativa, peraltro rivelata sin dai primi trailer del film, quanto affilato nella sua dimensione psicologica e sociologica, capace di stratificare molte diverse letture del contemporaneo che fanno di Trap un lavoro teorico, che forse è meno interessante nella sua dimensione di genere (un serial killer che non uccide nessuno e nemmeno quasi ci prova?), ma che invece riesce a mettersi in profonda connessione sia con un pubblico di giovani capace di riconoscersi in Riley e nella sua emozione, sia con chi conosce e apprezza la riflessione che il cinema di Shyamalan ha continuato a alimentare nel corso degli ultimi venticinque anni
La dimensione della fede e della rinascita questa volta è declinata in visioni e sguardi inediti: dal ruolo del nuovo divismo di queste icone pop, che sembrano poter smuovere economie e coscienze, a quello di un padre e un uomo tanto perfetto e al contempo in grado di occultare una tara atroce e criminale.
Il viaggio nella mente fa emergere traumi rimossi, angosce sepolte, ferite e sensi di colpa. Cooper sembra il fratellino minore di Kevin Wendell Crumb di Split.
Il fatto poi che negli stessi giorni in cui Trap esce nelle sale, un concerto viennese di Taylor Swift sia saltato per un concreto rischio terroristico, ci dice quanto il cinema porga il suo specchio alla vita, spesso anticipandone le distorsioni e le immagini più oscure.
Che non sia la pura detection ad interessare Shyamalan si nota anche con la marginalità riservata alla profiler dell’FBI e alla generale stupidità e inefficacia con cui è ritratto l’enorme apparato poliziesco, a cui Cooper si sottrae semplicemente facendo appello a quella stessa cultura in cui sua figlia è immersa, a quell’aura divina delle nuove star del pop a cui tutto è concesso.
Non manca in tutto questo una certa sottile ironia: come se il regista, che ha scelto proprio la figlia maggiore Saleka, vera cantante pop, nei panni di Lady Raven, fosse pienamente consapevole dell’assurdità del mondo che stiamo costruendo e cercasse di farcelo notare, senza mai fare la voce grossa, ma con una certo sardonico stupore.
Josh Hartnett, già in gran spolvero dopo un lungo silenzio, con Oppenheimer, qui è semplicemente perfetto nel raccontare senza eccessi sopra le righe, la doppia personalità del suo Cooper. Gli insistiti primi e primissimi piani sono quelli in cui lo vediamo isolarsi dal rito in cui è immerso solo fisicamente, e in cui studia il contesto per sfruttarlo a suo favore. E’ poi il garante cinematografico dell’operazione depalmiana, essendo stato il volto di Black Dahlia, ormai quasi vent’anni fa. Ottima anche Allison Pill, che arriva in scena tardissimo, ma a cui spetta forse l’unica scena di vera suspense del film, giustamente confinata nella più tradizionale una cucina americana.


