Choi Yi-Jae è un ragazzo di bell’aspetto, educato, che ha studiato e che si impegna per coronare il suo desiderio, tanto semplice quanto apparentemente irraggiungibile, di avere un lavoro stabile e costruire una famiglia con la donna che ama, l’aspirante scrittrice Jung Ji Soo (Go Yoon-Jung). Choi Yi-Jae non proviene da una famiglia importante e non ha conoscenze altolocate: forse anche per questo, nonostante i suoi sforzi, tutto sembra andargli sempre per il verso sbagliato e così, dopo aver perso i risparmi in una truffa ed essere stato sfrattato, finisce in pezzi e decide di farla finita. Come succede a tanti, purtroppo. La Morte (Park So-dam) però non la prende bene e, dopo averlo accolto in un limbo buio e misterioso, anticamera dell’inferno, gli riserva una crudele punizione: dovrà ritornare in vita 12 volte nei corpi di persone che sono prossime alla morte e cercare di evitarla. Se fallirà finirà all’inferno, se ci riuscirà potrà continuare a vivere nel corpo della persona che ha salvato e aspettare con fiducia il giudizio di Dio. Ogni volta è un colpo di pistola sparato in fronte a sancire il ritorno sulla Terra di Choi Yi-Jae che però sembra sicuro di poter sconfiggere la Morte. Quello che in apparenza sembra solo un gioco crudele e misterioso, con il passare delle reincarnazioni si dimostrerà un emozionante viaggio di formazione che permetterà al ragazzo di capire quanto il suo gesto abbia fatto soffrire le persone care, in particolare la madre (Kim Mi-Kyung), e come la vita sia un bene prezioso, che va oltre le sconfitte e le ingiustizie sociali.
La serie è una produzione coreana, distribuita in Italia da Amazon Prime Video e basata su di un webtoon (un fumetto da leggere sullo smartphone) di Lee Won-sik e Ggoolchanche. A prima vista l’articolazione narrativa farebbe pensare ad un’antologia di racconti, ma dopo qualche reincarnazione scopriamo, con il protagonista, di trovarci coinvolti in una fitta ragnatela di rimandi che espande progressivamente la nostra conoscenza del mondo narrativo, dando spessore a numerose situazioni e personaggi solo apparentemente fini a se stessi. La forma antologica è quindi piegata al suo interno da collegamenti e rimandi che la rendono elastica e concorrono a definire un quadro più ampio, una tela su cui la morte intende paradossalmente raffigurare la vita nella sua ricchezza di valori e di significato. E’ infatti un racconto di formazione quello che si snoda nel corso degli otto episodi, di circa un’ora l’uno, che costituiscono la serie. Con toni per lo più horror, attraversando le molteplici declinazioni del genere, dal racconto di serial killer al disaster movie, con abbondanza di violenza e fiumi di sangue, la narrazione guida lo spettatore verso un finale dai toni intensamente drammatici.
Ancora una volta siamo di fronte alla qualità tecnica e alla freschezza di contenuti che abbiamo ammirato in tanti K-Dramas (Korean Dramas). Le produzioni coreane riescono come poche altre a mescolare temi e generi, raccontando la società contemporanea senza perdere di vista l’intrattenimento dello spettatore.
Le serie coreane dimostrano una spiccata capacità di analisi e critica sociale: in questo caso non c’è molto di originale dato che i temi dell’impunità dei potenti, della corruzione delle forze di polizia, delle difficoltà economiche dei lavoratori, dell’ipercompetitività della società coreana, del bullismo, delle discriminazioni lavorative sono già state oggetto di numerose e anche più graffianti rappresentazioni. E’ però la prima volta che troviamo questi temi armonizzati in un unico contesto narrativo, collegati tra loro dal dramma di un ragazzo che si è tolto la vita. Come ci ricorda il sito specializzato La Corea.it : “la Corea del Sud è attualmente il Paese dell’Ocse con il più alto tasso di suicidi. Nel periodo compreso tra il 2020 e il 2022, quasi 40mila persone hanno posto fine alle proprie vite, con oltre 7mila suicidi solo nei primi mesi di quest’anno (il 2023 n.d.r). Le cause principali includono difficoltà economiche, le intense pressioni sulle prestazioni scolastiche dei giovani e la vergogna che circonda i problemi di salute mentale.” Il dramma dei suicidi in Corea del Sud. La nostra analisi (lacorea.it)
Le tante piaghe che colpiscono le società capitalistiche avanzate mettono in risalto il valore morale dell’impegno tra le generazioni, tra i corpi della società, tra i generi. Dove manca questo senso dell’impegno e della cura si scade in un egoismo che finisce per implodere su se stesso, causando sofferenze ai singoli, lacerazioni nelle famiglie e smarrimento nella società. Il senso profondo della moralità del racconto risiede nel cammino educativo del protagonista che passa da una dimensione di soddisfazione puramente egotica ad uno sguardo più ampio su chi gli sta attorno, a cominciare dalla madre.
E’ un tema forte, sviluppato senza eccessi retorici, ma naturalmente con la grammatica narrativa delle produzioni orientali: i momenti salienti sono enfatizzati dalla voce narrante del protagonista, dai primi piani che mostrano lo scorrere delle lacrime, dal ricorso a musica sinfonica e dal montaggio di scene che presentano ricordi lontani nel tempo. Tutte scelte che possono piacere o meno, ma che sono coerenti con le modalità rappresentative dei drammi coreani. Esattamente come una violenza esibita senza pudore e che a tratti risulta straniante nel confronto con i toni lirici e melodrammatici che seguono o precedono le scene più cruente. La produzione, guidata dal regista Ha Byung-hoon (18 Again), si distingue per la qualità di tutti gli aspetti, da quelli scenografici alla fotografia, ma anche e soprattutto per la recitazione, in cui spicca Seo In-Guk nei panni di Choi Yi-Jae. Tutto il cast è ottimo ed esprime il meglio della gioventù coreana con l’aggiunta di attori di grande pedigree come Kim Mi-Kyung nei panni della madre del protagonista e il versatile Oh Jung-se nei panni del detective An Ji-hyeong.
La fotografia in particolare riempie gli occhi di bellezza, passando dai toni cupi del limbo alla luce sovraesposta dei ricordi, per raggiungere i toni lirici dell’ultimo episodio, quando la madre di Choi Yi-Jae sale a piedi sul monte dove era solita recarsi con il marito e il figlio piccolo. E’ nel rapporto con la natura che sembra possibile ritrovare una serenità che si avvicina al concetto di felicità. I due pilastri che sostengono e danno ossigeno alla vita sono proprio la bellezza della natura e la famiglia, pur con tutte le sue complessità. Una chiave di lettura che esclude radicalmente le strutture sociali attuali e che quindi implica con urgenza il bisogno di ripensarle per aiutare non solo il singolo in difficoltà, ma la società nel suo complesso a dare valore all’esistenza.
TITOLO ORIGINALE: Yijae, Got Jookseummida (Death’s Game)
DURATA MEDIA DEGLI EPISODI: 60 minuti
NUMERO DEGLI EPISODI: 8
DISTRIBUZIONE STREAMING: Amazon Prime Video
GENERE: Drama Horror Fantasy Thriller
CONSIGLIATO: a quanti apprezzano il linguaggio visivo dei K-Dramas e hanno voglia di un racconto non banale, con un messaggio forte, comunicato senza mezze misure, passando dalla violenza al lirismo in pochi fotogrammi.
SCONSIGLIATO: a quanti cercano un racconto adrenalinico o un horror sanguinario, ma non sono avvezzi al mix di generi e al linguaggio narrativo coreano: potrebbero soffrire i dialoghi esistenziali e i momenti lirici come orpelli accessori, senza coglierne la coerenza.
VISIONI PARALLELE: tra i tanti K-Dramas che hanno giustamente ottenuto successo di pubblico e di critica segnaliamo almeno I segugi, una produzione Netflix del 2023 che racconta le vicende di due pugili che sviluppano una solida amicizia e affrontano uno spietato usuraio. L’analisi sociale finisce presto per restare sullo sfondo, a favore di azione e adrenalina, ma anche in questo caso i valori dell’amicizia e della famiglia rappresentano ancore a cui aggrapparsi nei momenti difficili.
Sul tema delle discriminazioni di classe invece rimandiamo a Parasite, film di Bong Joon Ho vincitore di 4 premi premio Oscar nel 2020 e di cui rimandiamo alla nostra recensione.
UN’IMMAGINE: la serie è fatta anche di dialoghi interessanti, specialmente tra la Morte e il giovane Choi Yi-Jae. Nell’episodio 2 l’accento è tutto sull’egoismo cieco e insipiente degli uomini: “Non è questo quello che fate voi umani? Vi interessate maggiormente di una scheggia nel vostro dito che di un coltello nel cuore del vostro vicino”.

