Das Signal – Segreti dallo spazio **1/2
Paula Groth è un’astronauta inviata nello spazio con il compito di portare avanti una ricerca sulla rigenerazione delle cellule umane. Paula e Hadi, il suo compagno di viaggio, salgono a bordo dell’ISS convinti di poter fare qualcosa di importante per l’umanità. Benisha Mudhi, la magnate indiana finanziatrice del progetto, coltiva addirittura il sogno dell’immortalità. Paula non nasconde di essere animata anche da una sottile speranza personale. Sua figlia Charlie di dieci anni ha un problema di sordità. Forse un giorno, proprio grazie alle sue scoperte, Charlie potrà dismettere l’impianto acustico tecnologicamente avanzato che le consente di decodificare le voci umane. Paula è sostenuta dall’amore e dall’incondizionata fiducia di suo marito Sven.
Per essere lassù, Paula ha dovuto mentire ai medici sul suo stato di salute mentale. L’astronauta tedesca tiene a bada le sue allucinazioni grazie a potenti antipsicotici. Tuttavia, per superare le analisi di routine precedenti il lancio, ha “dimenticato” di assumere le pillole per mesi. Hadi sa di questo e l’asseconda. Tutto procede secondo i piani e Paula, molto concentrata e convinta della missione, sembra stabile. Finchè un evento impronosticabile rompe il precario equilibrio a bordo della stazione spaziale orbitante (in totale, gli astronauti sull’ISS sono quattro). Il titolo della serie, Das Signal, è eloquente. Trattasi, ovviamente, di un segnale misterioso captato da Paula e proveniente da un oggetto volante non identificato in rotta verso il nostro pianeta. Hadi viene messo a conoscenza del fatto (un grave errore di valutazione). Da questo momento in poi, gli avvenimenti precipitano. Anzi, si fanno confusi.
La confusione è il principale difetto di Das Signal. La miniserie in quattro episodi, ideata da Florian David Fitz, Nadine Gottmann e Kim Zimmermann, è scomponibile secondo due assi spazio-temporali distinti che, purtroppo, si conciliano a fatica.
Due sguardi sono chiamati a sovrapporsi. Alziamo gli occhi al vasto e impenetrabile cielo sopra di noi, per assistere agli avvenimenti a bordo della navicella. I momenti del viaggio si srotolano dal principio della spedizione fino al punto di caduta, da intendersi in senso letterale, ovvero il ritorno di Paula e Hadi sulla terra, per la precisione nel deserto di Atacama in Cile, anticipato dagli autori in premessa. E poi, abbassati gli occhi, ci troviamo immersi nel fragile mondo degli affetti quotidiani. Qui, siamo infatti spettatori dell’attesa di Sven e Charlie, tanto amorevole quanto straziante. Lo sci-fi chiama, il family drama risponde. In mezzo, il filo teso del thriller, nei termini di un aereo scomparso dai radar e di una registrazione maledetta, con i sospetti destinati a cadere addosso ai due astronauti, soprattutto sulla protagonista, Paula, forse volontariamente responsabile del disastro.
Sven è interpretato dallo stesso Fitz (Men in the City, Benvenuto in Germania!), molto bravo nel dare spessore al suo personaggio. Sven è un professore che si vedrà costretto a rivedere la propria interpretazione sull’andamento lineare della storia. Inoltre, ha le caratteristiche dell’uomo strano, perfino controcorrente. Usa un vecchio Nokia per evitare di farsi rubare dati e a causa di questo è canzonato dalla figlia. Con lui, Das Signal diventa difesa apologetica, e ironica, dell’era analogica. Meglio le ricetrasmittenti dei cellulari. In fondo, nell’era delle manipolazioni e dei deep fake il complottismo è dietro l’angolo. Guarda caso, Sven si accorge di una discrepanza nella diretta televisiva dell’ammaraggio della capsula. Come se non bastasse, Paula appare strana. Gli ultimi messaggi della moglie sono criptici. Il loro primo incontro non avvenne il giorno di San Nicola. Lui e Charlie sono sempre in assoluta sintonia, quindi non ha senso chiedere di non litigare.
La piccola Yuna Bennett interpreta Charlie, il fulcro di Das Signal. La sordità della bambina rinvia alla virtù umana della capacità di ascolto, che si lega all’elemento politico, introdotto con piena evidenza nel finale, dell’assenza di pace e sintonia tra i popoli. La disabilità, inoltre, è prodromica a una forte interazione comunicativa tra genitori e figlia. Il triangolo familiare si regge su un ampio ventaglio di emozioni. È possibile per noi entrare nella sfera di Charlie, grazie alla scelta degli autori di farci percepire il suo mondo di silenzi in soggettiva. Il suono, in generale, è trattato con attenzione, non meno della fotografia. La resa scenografica risulta avvolgente, complice un uso parco, mai gridato, degli effetti speciali. Il blu intenso, dello spazio e della notte, è una nota dominante. Tornando a Yuna, occorre sottolineare la sua presenza magnetica. Nel personaggio della bambina, decisa a non perdere la speranza, affiora la possibilità di un nuovo inizio. Il segnale alieno e Yuna, in un certo senso, rappresentano un punto di convergenza, un messaggio proiettato al futuro.
Il terzo vertice del triangolo familiare è la moglie/madre in missione lassù tra le stelle, l’intrepida Paula, interpretata da Peri Baumeister (The Last Kingdom, Blood Red Sky). Paula incarna la volontà e l’ottimismo. Là fuori ci sono cose per cui vale la pena lottare, dice. La ricezione del segnale apre alla possibilità del contatto con qualcosa di ignoto, superiore e imponderabile nelle conseguenze, forse il preludio ad una radicale mutazione filosofica della concezione dell’essere umano, con l’inesorabile crollo del paradigma antropocentrico. Il senso della vita potrebbe essere rivoluzionato dal messaggio proveniente da un’altra civiltà? Vale la pena correre il rischio dell’incontro ravvicinato? L’astronauta crede di sì e nasconde le coordinate del velivolo alieno, anche al suo collega Hadi, inaspettatamente incline al tradimento, affinchè nessuno, governi o istituzioni, possa interferire con la violenza (un must del genere sci-fi, fin dai suoi albori). Tuttavia, le aspettative di Paula, eroina dalla mente fragile, vengono infrante.
Il personaggio interpretato da Sheeba Chadda, rinomata attrice di Bollywood, è il cattivo della situazione. La brama di potere si materializza nella figura della filantropa Mudhi, un’imprenditrice di fama planetaria che nel quarto e ultimo episodio svelerà, senza sorprenderci troppo, la sua bassezza etica. Una donna, un’indiana, una benefattrice: il mix di caratteristiche perfetto per capovolgere le attese. Mudhi, veicolando all’ennesima potenza disvalori quali l’ingordigia e la slealtà, è l’antitesi di quanto troviamo sull’altro piatto della bilancia, ossia l’esaltazione dei valori familiari, in primis la fiducia e la reciprocità di un amore senza riserve. Mudhi obbedisce alla sua smisurata ambizione. Chi non vorrebbe sfruttare, a proprio vantaggio, le potenzialità di una tecnologia avanzatissima? Gli obiettivi vagamente transumanisti (la palingenesi umana, l’immortalità…) celano l’ansia di una nuova religione, da fondarsi magari nel deserto, con l’arrivo dei presunti extraterrestri. Nel complesso, la trasformazione della donna da angelo dell’umanità a campione di fredda spregiudicatezza, diktat omicidi inclusi, appare poco credibile.
È possibile rintracciare i parenti prossimi di Das Signal in produzioni cinematografiche cult degli ultimi anni, in particolare Ad Astra di David Gray, High Life di Claire Denis, fino a Gravity di Alfonso Cuarón. Somiglianze possono essere rilevate tra la miniserie tedesca e la contemporanea Constellation di AppleTV+, con un occhio anche alla sfortunata The First con Sean Penn, cancellata da Hulu dopo una sola stagione. Chiave di lettura: l’intimità dei personaggi a confonto con l’enormità della missione.
Di certo, in molte narrazioni di genere, risalta la spoetizzazione definitiva dello spazio. La frontiera di kennediana memoria non esiste più, degradata oramai a banale meta turistica, appannaggio di una manciata di ultraricchi in grado di pagare cifre folli a vettori privati. Oppure, come in Das Signal, lo spazio è eletto a laboratorio della ricerca scientifica privilegiata, anche qui con scopi utilitaristici, prosaicamente commerciali.
Verrebbe poi da chiedersi se la scena dell’inseguimento tra i campi di pannocchie sia una citazione di Signs di Shyamalan e se il camion fantasma spinto a tutta velocità contro l’auto di Sven sia una reminiscenza del mitico Duel di Spielberg. Propendiamo, nel primo caso, per la suggestione incolpevole, nel secondo, per il magnetismo involontario dell’archetipo cinematografico.
Alcuni spunti promettenti, gettati qua e là, restano tali. Ad esempio, Sven si imbatte in una simpatica combriccola di dissidenti, con una malcelata passione per il comunismo e la vecchia Germania est. E poi, abbiamo dei poliziotti loro malgrado coinvolti nel caso. E ancora, un fascicolo che scotta, con annessa sparizione del capo di Paula. Das Signal riduce questi elementi a funzioni secondarie, quasi a orpelli della trama principale, occupata interamente dalle vicende ad alto tasso emozionale del triangolo familiare.
L’attenzione riposta degli autori sul ruolo dei media, soprattutto nel racconto delle tragedie, merita una sottolineatura. Sven difende l’onore di Paula dalle insinuazioni dei giornalisti e, al contempo, protegge la figlia dal bombardamento di notizie tendenziose. Intanto, però, l’opinione pubblica si gonfia di rabbia. Il legame fortissimo tra marito e moglie è l’argine che non crolla mai.
A dispetto delle citate debolezze strutturali, in vari momenti la miniserie tedesca prodotta da Netflix riesce a coinvolgere lo spettatore. Dobbiamo credere a Charlie, quando dice di parlare con la madre, sebbene i resti di Paula siano finiti, insieme a quelli di altri centosessanta passeggeri, nelle profondità del mare.
Sven sfoglia con Charlie un libro sulla guerra fredda, soffermandosi sul possibile uso delle armi nucleari e il conseguente sterminio della razza umana. Potrebbe sembrare una lettura strana. In realtà, il tema della distruzione aleggia un po’ ovunque. Si cita esplicitamente il Covid, si allude alle paure globali. Sven propone alla figlia un metodo infallibile, un aneddoto di vita quotidiana, per non farsi mangiare dal più forte. Come può la lepre vincere la sfida con la volpe? Semplice. Deve stare sempre due passi avanti.
Per quanto impreventivabile, visto il tenore intimo degli argomenti, Das Signal riesce a essere più attuale e significativa di molte altre serie. La storia converge verso un finale non scontato. Paula ritorna. È un fantasma? Un sogno condiviso da padre e figlia? O una presenza immaginata dal cuore? “Non siamo mai stati all’altezza di quel messaggio, non siamo diventati una cosa sola”. Il messaggio è contenuto in un disco dorato inciso negli anni Settanta che ci torna indietro. Un cerchio si chiude e un capitolo inedito della storia umana si apre. Perché la morte, dice l’astronauta in una delle tante conversazioni sospese nell’etere, è solo un inizio.
Numero di episodi: 4
Durata: un’ora l’uno
Distribuzione: Netflix
Uscita in Italia: 7 marzo 2024
Genere: Family Drama, Thriller, Sci-fi
Consigliato a chi: è sempre attento a dove mette i piedi, riconosce l’odore dei fuochi d’artificio, dormirebbe anche in assenza di gravità.
Sconsigliato a chi: detesta i check-in fatti in ritardo, non si è ancora abituato al GPS, ha l’abitudine di scrivere informazioni importanti sul braccio.
Visioni e letture parallele:
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In Virginia esiste un’oasi di “pace digitale” attorno a un osservatorio astronomico: USA, vivere in assenza di segnale. Disponibile su ARTE.
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Per chi vuole saperne di più sul disco indirizzato agli altri abitanti del cosmo: Jonathan Scott e Grazia Brundu, Mixtape interstellare. La storia del Voyager Golden Record, Jimenez editore (2021).
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Un tempo qualcuno immaginò una città delle stelle, però in mezzo al nulla: Eliseo Acanfora, Bajkonur, Terra. Il deserto a un passo dal cosmo, Il Saggiatore (2019).
Un suono: il rumore di fondo del big bang.
Un animale: la chiocciola.

