Il racconto di un mito attraverso il tempo permette non solo di leggerlo in modo più profondo e autentico, svelando e suggerendo nuove chiavi di lettura, ma anche di capire quali sono gli elementi ivi contenuti che attraggono, influenzano ed affascinano la società contemporanea che con esso si confronta.
Di per sé il post-moderno è caratterizzato da riprendere, rielaborare e ri-raccontare e lo stesso avviene anche con il mito moderno di Arsenio Lupin. Recentemente Lupin è stato infatti oggetto di due diverse rappresentazioni audiovisive: Lupin (2021-in corso) e Vjeran Tomic: lo Spider-Man di Parigi (2023).
Nel primo caso il legame con il personaggio creato da Maurice Leblanc nel 1905 è diretto, immediato fin dal titolo, a tratti addirittura sovra-esposto, quando nella narrazione si fanno continui riferimenti alle opere letterarie e ai trucchi illusionistici del ladro gentiluomo.
Nel secondo invece il riferimento è indiretto, perché non si nomina Lupin, ma Spider-Man e tuttavia di un ladro gentiluomo stiamo parlando (o meglio lo stiamo ascoltando, dato che l’opera è un docufilm con Vjeran Tomic che si racconta per lunghi tratti con lo sguardo in macchina). Basta ascoltare Tomic per pochi minuti per capire quanto sia evidente, in nuce, l’imprinting del ladro più famoso di Francia.
Lupin è la risposta francese a Sherlock Holmes, non perché questa contrapposizione fosse l’obiettivo principale del suo creatore, ma piuttosto perché il personaggio del ladro gentiluomo ha avuto la capacità di diffondersi e permeare l’immaginario collettivo della nazione. Là dove Sherlock Holmes appariva freddo e distaccato, custode della legge e della tradizione inglese, Lupin era piuttosto un’espressione vitalistica e a-sociale, capace di unire simpatia e metodicità, certamente lontano da ogni visione tradizionalista della quotidianità. I due si affrontano direttamente nel 1908, nella raccolta di due racconti Arsène Lupin vs Herlock Sholmes che forniscono una possibile lettura che vede il brillante detective come un’estensione della nazione inglese: “Niente lo distingue da un onesto cittadino di Londra, né i favoriti rossicci, né il mento raso, né l’aspetto un po’ pesante, nulla, se non gli occhi terribilmente acuti, vivi e penetranti”. Nel farsi beffe di lui, Lupin si fa beffe anche della razionalità tradizionalista inglese. Le descrizioni dell’aspetto fisico di Lupin sono peraltro volutamente meno precise: Leblanc lo descrive come un uomo slanciato con soprabito, bastone, guanti e cappello a cilindro.
Molto diversa è la raffigurazione che troviamo nelle celebri riprese giapponesi che, dagli anni ’70 del secolo scorso hanno contribuito a diffondere l’immagine del ladro gentiluomo in tutto il mondo. Il Lupin che molti di noi hanno conosciuto da bambini non indossa eleganti soprabiti, ma una giacca verde o rossa. Il suo nome è Lupin III, nipote del primo Lupin, ed è affiancato da (più o meno) fedeli compagni di avventure: il burbero Jigen, tiratore dalla mira infallibile, il samurai Goemon e l’affascinante e volubile Fujiko. Lupin III, creato nel 1967 da Monkey Punch (pseudonimo di Kazuhiko Kato), è stato protagonista di quattro serie animate (con la coppia Miyazaki-Takahata a plasmare il personaggio), di diversi film e di due spin-off dedicati agli amici Jigen e Goemon. A questi si sono poi aggiunti giochi di ruolo, videogiochi e gare cosplay a certificare una vitalità che negli anni è tutt’altro che diminuita e che si inserisce pienamente in una dimensione transmediale propria della serialità contemporanea.
Oggi siamo di fronte ad un vero e proprio riappropriarsi dell’identità francese di Lupin, in modo più o meno diretto e consapevole.
La rilettura contemporanea presenta qualche differenza rispetto all’originale, che è giusto rimarcare. Nei libri il ladro gentiluomo appariva come una manifestazione vitalistica inarrestabile, amante delle donne, del lusso e del gioco d’azzardo, nella serie invece appare più morigerato, mette al primo posto la famiglia ed è ancorato a valori più tradizionali come l’amicizia e l’amore filiale. E’ un Lupin decisamente più conservatore, se possiamo definirlo in questi termini, che ben si sposa con l’obiettivo commerciale di una serie pensata come un divertimento familiare. L’ambientazione francese era abituale nella maggior parte dei racconti pubblicati da Maurice Leblanc, mentre ora è Parigi a monopolizzare la scena, lasciando solo un paio di episodi a Étretat, in Normandia. La piccola cittadina di pescatori nei libri rappresentava, con le sue spettacolari scogliere, il buen ritiro di Arsenio, una funzione che nella serie è invece attribuita al nascondiglio parigino.
Rispetto ad altre rappresentazioni di questo mito moderno, emerge quindi la posizione centrale della capitale francese che in entrambe le narrazioni riveste un ruolo determinante. In Lupin la bellezza di Parigi è ostentata, quasi fosse una guida turistica, in tutte le sue molteplici forme: dagli inseguimenti lungo la Senna con le moto d’acqua, all’attraversamento della Parigi sotterranea, dalla salita in cima all’Arc de Triomphe alla bellezza dell’Opera; Vjeran Tomic: lo Spider-Man di Parigi propone invece una visuale per lo più dai tetti, il che non impedisce alla città di apparire in tutta la sua eleganza, di notte come di giorno. Senza l’action camera con cui condividiamo la visuale di Tomic quando si sposta agilmente sui tetti di Parigi il racconto non avrebbe lo stesso fascino.
Lupin: abile, gentiluomo e un po’ guascone, sullo sfondo della bellezza e dell’eleganza parigina. E’ un piccolo manifesto di cosa vuol dire essere francese. E’ una forma di esaltazione dello spirito nazionale che ha da sempre attraversato, in misura trasversale, tutti gli orientamenti politici.
La grandeur francese non è mai stata patrimonio esclusivo di uno schieramento o di un partito e allo stesso modo Lupin sfugge da classificazioni di parte. Certo la scelta di rubare ai più ricchi potrebbe sembrare una strizzatina d’occhio alla sinistra. Una prassi che coinvolge sia Assian Diop (Omar Sy), protagonista della serie, che Vjeran Tomic, protagonista del docufilm. Ma se Diop sembra rubare soprattutto per la necessità di riabilitare la memoria del padre (nelle prime due parti) o per liberare la madre che è stata rapita (nella terza), Tomic ruba semplicemente per il gusto di farlo e, naturalmente, per il guadagno che comporta. Sarebbe però sbagliato pensare che sia solo l’aspetto meramente economico a spingere Tomic all’azione: in lui c’è la dipendenza che nasce dall’adrenalina e il desiderio di mostrare la propria abilità. E’ una rivalsa sociale quella che cerca, mentre Diop sembra cercare piuttosto una forma di giustizia sociale, come dimostra nelle prime stagioni l’impegno a rendere pubblico il comportamento illegale del magnate Pellegrini. Diop è inoltre in primis un padre, mentre Tomic è un uomo solo con pochi amici, che peraltro finiscono per collaborare con la polizia per farlo arrestare. Nel finale del film egli trova una compagna di vita, ma questa parte è un po’ scollegata dal resto e appare meno convincente, anche da punto di vista tecnico. Più efficace la prima, quella in cui si descrive un furto che appare, proprio come quelli di Lupin, impossibile. Questo gigante dai movimenti felini è riuscito infatti nel 2010 a rubare cinque quadri di valore inestimabile dal Museo di Arte Moderna di Parigi. Un furto realizzato in solitaria da Tomic che vediamo, nelle immagini delle telecamere di sorveglianza, rubare 5 tele di Picasso, Modigliani, Braque, Matisse e Léger del valore di centinaia di migliaia di euro. A differenza di Lupin e Diop, Tomic non è un mago del travestimento, ma ha la stessa aria da guascone impenitente quando si rivolge allo spettatore guardandolo negli occhi, dritto in camera.
Abbiamo quindi descritto due evoluzioni della rappresentazione del mito moderno di Lupin che, in questi anni, sembra aver ridefinito la propria connotazione, valorizzando l’appartenenza alla cultura transalpina. E’ un segno dei tempi, soprattutto del bisogno di identità che riscopre i propri modelli, anche letterari. Non è un caso che il 2023 sia stato l’anno in cui è uscito nelle sale un colossal sul mito per eccellenza della storia francese e cioè Napoleone. Napoleon di Ridley Scott conferma questa ricerca di ancore identitarie a cui far riferimento. In realtà, nel racconto del regista (inglese) il mito di Napoleone cede piuttosto il passo all’uomo, in tutta la sua complessità e con i suoi limiti, ma anche quello che non viene detto ha (come sempre) il suo peso. L’assenza dell’epica napoleonica nel film non fa che spingere a parlarne, a ricordarla, quasi a rimpiangerla. E quindi, di fatto, a metterla comunque al centro del discorso.
TITOLO ORIGINALE: Lupin
DURATA MEDIA DEGLI EPISODI: 55 minuti
NUMERO DEGLI EPISODI: 17, in tre parti
DISTRIBUZIONE STREAMING: Netflix
GENERE: Drama Crime Action
CONSIGLIATO: a quanti cercano una visione godibile, adatta a tutta la famiglia. Magari progettando un bel viaggio a Parigi…
SCONSIGLIATO: a quanti amano i racconti corali, con personaggi complessi e diversi piani trecciati. Qui ruota tutto attorno ad Assan Diop (e alla convincente interpretazione di Omar Sy) che concentra tutte le attenzioni non solo dello spettatore, ma anche del racconto.
VISIONI PARALLELE: come detto, il docufilm Vjeran Tomic: lo Spider-Man di Parigi (2023), sempre distribuito da Netflix. Per quanto non sia esplicitato il riferimento a Lupin, appare chiaro come questo abile ladro si muova all’ombra del celebre ladro gentiluomo.
UN’IMMAGINE: Parigi, Parigi e ancora … Parigi! C’è solo l’imbarazzo della scelta.

