Si alza il vento avrebbe dovuto essere, dieci anni fa, il suo addio al cinema, ma Hayao Miyazaki ci ha fortunatamente ripensato e con Il ragazzo e l’airone, vagamente ispirato ai temi del romanzo di Genzaburō Yoshino E voi come vivrete? del 1937, ha aperto il Festival di Toronto a settembre, dopo aver debuttato in patria a luglio senza alcuna campagna pubblicitaria, senza trailer e con un solo poster ad annunciarne l’arrivo in sala.
Il progetto risale al 2016 e ha richiesto quasi sette anni di lavorazione per essere completato, rallentando inevitabilmente negli anni della pandemia.
Se Si alza il vento sembrava un tardivo ripiegamento realistico e autobiografico per Miyazaki, Il ragazzo e l’airone è un nuovo viaggio fantastico in cui presente e passato, realtà e sogno, morte e vita si confondono continuamente, come accaduto nel cinema del maestro giapponese da Mononoke in avanti.
Qui in particolare ritroviamo molti elementi comuni a La città incantata, anche se una certa levità carrolliana di quel film viene accantonata in favore di riferimenti danteschi piuttosto evidenti.
Siamo a Tokyo nel pieno della Seconda Guerra Mondiale. Nell’ incendio devastante dell’ospedale locale muore la madre del protagonista Mahito. La sua corsa notturna disperata in mezzo al fumo e alle fiamme è del tutto inutile.
Pochi anni dopo il padre Shoichi, che dirige una fabbrica meccanica, si trasferisce con il figlio in campagna, dopo aver sposato Natsuko, la sorella più giovane della prima moglie.
Nella grande casa familiare Natsuko, incinta di bambino, è accudita da sette anziane signore. Mahito fatica ad integrarsi in quell’ambiente rurale e con i nuovi compagni di classe. Quando si ferisce da solo alla testa, dopo un litigio con uno degli altri studenti, suscita le preoccupazioni del padre. Nel frattempo un grande e dispettoso airone grigio si posa più volte sulla sua finestra, invitandolo a seguirlo all’interno di una torre che sorge in mezzo al bosco, la cui entrata è stata però parzialmente murata.
Una mattina Natsuko sembra inoltrarsi nel bosco verso la torre e poi scompare. L’airone, che comincia ad assumere curiose sembianze umane, racconta a Mahito che se vuole salvare Natsuko e la sua stessa madre deve avventurarsi nella torre, eretta da un suo lontano prozio, un mago che regge i destini di quel mondo fantastico.
Come spesso accade nei film della maturità di Hayao Miyazaki, il racconto lascia spazio all’incanto, alla sintesi visiva ed emozionale, alla creazione di microcosmi imperfetti in cui perdersi completamente, seguendo un flusso di coscienza non interamente razionale.
Questo è tanto più vero con Il ragazzo e l’airone che gioca magnificamente con il suo protagonista, mettendolo di fronte ad una discesa progressiva in un mondo i cui confini cambiano in continuazione, in cui gli incontri impossibili segnano una ricchezza di esperienze, da conservare gelosamente dentro di sé.
Se ne La città incantata il viaggio di Chihiro nel mondo degli spiriti aveva come obiettivo quello di salvare i propri genitori trasformati in maiali, questa volta Mahito compie il viaggio per trovare la nuova madre Natsuko, ma soprattutto per cercare se stesso e ritrovare la propria strada nel mondo dei vivi.
Il protagonista incontrerà una versione giovanile della madre e di una delle domestiche della casa familiare, affronterà un esercito di parrocchetti e di altri uccelli, affronterà le onde del mare e poi il corridoio del tempo e la roccia che tutto governa. Rifiuterà il potere, preferendo la fuga e l’affetto dei suoi cari.
In quello che appare come un lavoro per molti versi finale e testamentario, ritornano le ossessioni di Miyazaki, ma anche un inedito senso della fine, che l’ultima immagine, quella della stanza vuota di Mahito, che torna a Tokyo alla fine della guerra, sembra presagire. Come accade spesso nei film capaci di parlare a tutti, personale e universale riescono ad occupare miracolosamente lo stesso orizzonte. E così se Miyazaki sembra evocare alla fine il destino incerto dello stesso Studio Ghibli – che nell’ultimo decennio ha dovuto fare i conti con la fine dell’illusione creata negli anni ’80 – contemporaneamente interroga il suo pubblico: E voi – voi spettatori e voi che avete lavorato, sognato e vissuto con me, sembra dire il maestro – come vivrete?
La guerra rimane sullo sfondo, così come le ansie ambientaliste: questa volta Miyazaki si confronta direttamente con la morte, l’assenza, il mondo delle anime e dei fantasmi, le responsabilità del potere e quelle personali. Il suo film è come sempre densissimo, episodico, di una potenza che lascia spesso travolti. Immerso nei colori e nelle forme perfette a cui ci ha abituato lo Studio Ghibli, l’ottantaduenne Maestro si permette una clamorosa deviazione proprio nell’incipit, che tradisce il suo segno pulito, cercando di restituire con la deformazione dei tratti e dei contorni, la forza dell’incendio che sconvolge la vita di Mahito.
Si avverte la presenza costante di un’ombra malinconica che sembra avvolgere tutto. Il mondo si regge su un equilibrio precario e ogni peccato di hybris può travolgerlo. Il tema della perdita, della successione, dell’impossibilità di accettare un’eredità troppo grande è un’ansia a cui il film risponde nel modo più laico possibile, con quel brusco finale in cui lo svuotamento della stanza del protagonista lascia un’impressione di tragica consapevolezza.

Non si contano le immagini indimenticabili del film: dalla madre liquida che si scioglie toccandola, alle strisce di carta che feriscono, dal Re dei Parrocchetti che si muove ad un passo tutto suo, fino all’incontro col prozio e la roccia, in uno spazio che sembra assediato da nuvole che ci parlano, tanto sono dense.
Probabilmente non adatto ai più piccoli, ma consigliatissimo a coloro che sin dall’apparizione di Lupin e Conan sui piccoli schermi delle tv private degli anni ’80 e poi di Princess Mononoke nelle sale italiane nel maggio 2000 hanno frequentato l’universo di Miyazaki, Il ragazzo è l’airone è una nuova riflessione sul mistero della vita, il cui equilibrio è una conquista fragile e provvisoria: il viaggio dell’esistenza tuttavia è ricco e meraviglioso, degno di essere intrapreso, anche quando la fine è nota.
Imperdibile.


Grazie
Io non vedo l’ora di vederlo al cinema. Vedere un film di Miyazaki è sempre un’esperienza incredibile. Ottima recensione!