The Holdovers – Lezioni di vita

The Holdovers – Lezioni di vita ***

Vacanze di Natale 1970. Alla Barton, una boarding school immersa nella neve del New England, studenti e docenti si preparano a lasciare il campus per trascorrere le festività in famiglia.

Tutti tranne cinque studenti sfortunati: Angus Tully, la cui madre ha deciso di trasformare le vacanze in un viaggio di nozze con il suo nuovo marito, l’indisciplinato teppista Teddy Kountze, il ricco Jason Smith che è in punizione perché si è rifiutato di tagliarsi i lunghi capelli biondi, quindi due ragazzini, il coreano Ye-Joon che non può tornare a casa e il mormone Alex Ollerman, i cui genitori sono in missione in sudamerica.

Con loro resterà il professore di storia antica Paul Hunham, che gli studenti chiamano occhio sbilenco e la cui severità è pari solo alla sua impopolarità tra colleghi e studenti, e la cuoca Mary Lamb,che ha appena perso il figlio Curtis, già studente della Burton, nella guerra del Vietnam.

Dopo i primi sei giorni di convivenza forzata negli spazi ormai vuoti della scuola, il padre di Jason Smith atterra con il suo elicottero e si porta a sciare quasi tutti i ragazzi: l’unico che resta alla Burton, perché i suoi genitori sono irraggiungibili, è proprio Angus Tully.

Il rapporto tra Angus e il Prof. Hunham nei pochi giorni tra Natale e Capodanno sarà trasformativo per entrambi.

Il film di Alexander Payne – che lavora così come già accaduto per Nebraska, su una sceneggiatura non sua, ma firmata da David Hemingson – è un piccolo ritratto a più voci, immerso nella cultura cinematografica, nello spirito e nei colori degli anni ’70.

I tre protagonisti sono costretti a condividere le loro infelicità nelle due settimane di convivenza forzata, fino a scoprire le proprie fragilità, le piccole bugie, i non detti della loro vita.

Come spesso accade nei suoi film, i personaggi sono quelli che gli americani chiamerebbero dei perdenti, frustrati da delusioni e disillusioni, cittadini di un paradiso che si rivela amaro, per richiamare il titolo di uno dei suoi maggiori successi: anche questa volta, come nel seminale Election, c’è di mezzo la scuola, le sue dinamiche di potere e di formazione.

Se all’inizio i tre sembrano in fondo aderire a cliché narrativi già noti e sfruttati un’infinità di volte dal cinema americano, da Breakfast Club a L’attimo fuggente, con il professore burbero e asociale, lo studente orfano e ribelle, la cuoca di colore generosa e simpatica, nel corso del film i tre hanno modo di rivelare prospettive inedite: The Holdovers si concentra su di loro, ne mostra l’umanità nascosta dietro il ruolo sociale e culturale.

Pur in una dimensione di intelligente minimalismo, Payne costruisce un film di seconde opportunità che pare lontano dalle ansie odierne e dalle parole d’ordine del dibattito pubblico americano, lasciando così l’effimero contemporaneo, per tornare ai classici, per così dire. Il suo Prof. Hunham insegna in una boarding school per privilegiati e verso quel mondo in cui è immerso ha sviluppato un rapporto di amore e odio.

Anche l’aspra conflittualità degli anni ’70, tra contestazione, guerra e ansia di rinnovamento, sono indubbiamente presenti, ma non centrali, contribuendo a costruire lo sfondo all’interno del quale si muovono i personaggi.

A qualcuno negli States non è piaciuta questa scelta che sottrae The Holdovers dallo stucchevole e divisivo dibattito contemporaneo.

Il film di Payne sembra quasi un reperto di cinquant’anni fa, un film di Ashby perduto e ritrovato, con un Dustin Hoffman che curiosamente sembra assomigliare a Paul Giamatti.

Il suo è un ritratto buffo e goffo di un piccolo uomo, chiuso nel suo rancore e nella sua storia, incapace di confrontarsi con gli altri, che comprende un passo alla volta quanto sia necessario invece rimettersi in gioco, uscire dalle stanze polverose della sua residenza nel campus, smettendo di guardarsi indietro con rabbia e affrontando la vita con uno spirito nuovo e ripartendo da se stesso.

Lo strumento del cambiamento sono naturalmente gli incontri che Hunham fa nel corso del film: non solo il confronto con il suo alunno, ma anche quello con Mary e con la segretaria Miss Crane.

Payne non sarà il più rivoluzionario e visionario dei registi americani della generazione affermatasi negli anni ’90, tuttavia dopo il tonfo del fantascientifico Downsizing, questo suo The Holdovers lo riporta ad una dimensioni a lui più familiare, senza l’ansia di dover dire qualcosa di decisivo sul presente, ma invitandoci a guardare alla nostra storia per riscrivere il futuro in termini più coraggiosi.

Dal 18 gennaio nelle sale italiane.

E tu, cosa ne pensi?

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.