“Se dovessi scegliere tra tradire il mio paese e tradire un mio amico, spero di avere il coraggio di tradire il mio paese”. Gli autori di A Spy Among Friends, miniserie prodotta da Sony Pictures in collaborazione con la britannica ITVX, non avrebbero potuto selezionare una citazione migliore. La frase di E. M. Forster, inserita in epigrafe, può comportare un dilemma morale irrisolvibile. A volte, infatti, tradire un paese equivale a tradire un amico.
I fatti muovono dagli avvenimenti del 1963, quando Kim Philby, stimatissimo agente segreto in servizio presso l’SIS (i servizi segreti di Sua Maestà), fu smascherato. I fatti sono noti. Per quasi trent’anni Philby lavorò sotto copertura per conto del KGB con il nome in codice di Agente Stanley. Da Beirut, dove viveva all’epoca, fuggì in Unione Sovietica. Visse a Mosca fino al 1988 (l’anno della sua morte), con il grado di tenente colonnello, senza poter esercitare mai più alcuna attività spionistica.
Il traditore, ovviamente Philby, e l’uomo tradito, il suo amico di vecchia data, collega e compagno di bevute Nicholas Elliott, vengono qui rappresentati quali duellanti sul filo della verità, due vittime di un gioco dalle regole folli. Le interpretazioni sono degne di plauso. Guy Pearce (Mildred Pierce, Omicidio a Easttown) è l’inquieto, febbrile Philby, mentre Damian Lewis (Band of Brothers, Homeland) è il sarcastico, perspicace Elliott. La terza pedina di A Spy Among Friends è Lily Thomas, figura storicamente non esistita a differenza delle prime due. L’agente donna dell’MI5 è interpretata dalla bravissima Anna Maxwell Martin (The Frankenstein Chronicle, Good Omens). Il rapporto ambivalente della Thomas con Elliott diventerà una storia nella storia.
A Spy Among Friends, malamente tradotta in italiano con il titolo Una spia tra noi – Un amico leale fedele al nemico, non è una serie d’azione. La complessa tela narrativa si affida a salti temporali, incastrati tra loro in un gioco di rimandi. Il rapporto complicato e sofferto con il passato è il centro nevralgico, emotivo, del racconto. Sono infatti scandagliate le relazioni umane e le rispettive traiettorie personali dei protagonisti. Il peso dei ricordi incrocia il rimorso, la nostalgia incontra la delusione, tutti elementi di un rapporto d’amicizia tragicamente spezzato dalla rivelazione fatale.
Antefatto: per riportare il traditore a casa, i vertici dei servizi segreti acconsentono, a dire il vero malvolentieri (lo si apprende nella sequenza iniziale), ad inviare Elliott nella capitale del Libano, con il compito di far confessare l’amico del cuore e risolvere la questione con un arresto. Invece, accade quanto già anticipato. La spia doppiogiochista riesce a raggiungere una nave con destinazione un porto russo del Mar Nero. Philby è abilmente sfuggito a Elliott oppure è stato volontariamente lasciato andare? Lily Thomas ha l’incarico di interrogare l’agente al suo ritorno da Beirut. Le spie sono state spiate (dai servizi occidentali e dai sovietici). Il protagonista principale è… un nastro sul quale sono registrate le conversazioni tra i due.
Sottovalutare due professionisti dello spionaggio può essere un grave errore. Ciò che non doveva essere ascoltato, né dall’Intelligence dell’est né da quella dell’ovest, è stato detto al riparo da orecchie indiscrete. L’MI5 sospetta che Philby abbia rivelato a Elliott altri nomi di agenti infiltrati. Alla fine, risulterà tutto vero.
Nelle parole di Lily Thomas è più volte rimarcato il carattere elitario dell’SIS, altrimenti noto come MI6, il ramo militare dei Servizi operante fuori dai confini nazionali. Facezie in salsa british, letture di sciocchi poemetti erotici, freddure non necessariamente divertenti cementano il cameratismo di questi specialissimi agenti segreti, con una tendenza irreversibile all’ubriacatura e convinti di appartenere ad un ordine superiore. L’attenzione posta da Elliott all’accento non londinese di Thomas (la collega è originaria di Newcastle) è un chiaro biglietto da visita.
L’indagine dell’MI5, che a differenza dell’MI6 si occupa di sventare minacce alla sicurezza nazionale interna e non conduce operazioni all’estero, rischia di mettere in pericolo i privilegi acquisiti di Elliot e compagni. Da par suo, Philby bolla come “sentimentalismo” il mood delle cerchie ristrette dell’SIS. A Sergei Brontov, il colonnello del KGB che l’ha agganciato a Beirut, confessa il suo disagio di marxista allergico al classismo borghese. “All’interno della classe dirigente britannica, l’amicizia si basa sull’inveterata credenza che la vittoria sul nemico sia prestabilita, donata da Dio”.
Come se non bastasse, Lily è una donna. Una piccola guerra tra sessi complica il conflitto tra gli apparati dello Stato. Lily è un’ottima analista, brillante nelle deduzioni e puntuale nel porre le domande giuste a Elliott. “Deve avere sempre l’ultima parola?” le chiede Elliott durante la deposizione. L’Inghilterra degli anni Sessanta di Una spia tra noi è dominata dal maschilismo e da una cultura nettamente conservatrice. La deferenza verso gli stereotipi contagia anche le colleghe impiegate nell’Intelligence. Una di queste insinua che la scelta di assegnare lei al caso è dettata dal suo essere potenzialmente “intrigante” agli occhi di un uomo. Poi, le consiglia di mettere un filo di rossetto.
Nella sfera privata Lily soffre l’impossibilità di non poter entrare, per ovvie ragioni di segretezza professionale, nel merito del proprio lavoro quotidiano con il marito, un medico con la passione dell’orto. Lily è un prototipo di lavoratrice cosciente e di donna orgogliosa dell’autonomia conquistata. L’attitudine mentale di Lily, aperta al mondo e contraria agli stereotipi di classe, è platealmente segnalata dal tratto interrazziale della coppia. Viceversa, molto antiquato è il comune approccio maschile al mondo femminile, quantomeno nell’ambito delle esclusive sfere dei Servizi. Elliott sposa la sua segretaria e non esita a utilizzarla, anche nell’affaire Philby, per arrivare ai suoi obiettivi. Philby si mostra “distratto” nei confronti di sua moglie Eileen, peraltro psicologicamente molto fragile, perfino durante la gravidanza.
Sebbene la serie non sia un biopic di Kim Philby in senso stretto, le vicende toccano snodi temporali che illuminano la sfera privata della spia legandola a momenti storici precisi. Negli anni Trenta Philby aderisce al marxismo (“A Cambridge molti di noi erano comunisti”, dirà a Elliott la comune amica Flora Solomon) e, giovanissimo agente appena assunto all’SIS, conduce una missione in soccorso degli esuli tedeschi riparati a Vienna, città dove conoscerà una donna, la partigiana ebrea Litzi Friedman, che gli segnerà la vita. Durante la seconda guerra mondiale Philby incontra Elliott. Nei primi anni Cinquanta, è sospettato di aver architettato la celebre fuga a Mosca di Guy Burgess e Donald MacLean, suoi vecchi compagni di università e colleghi nell’Intelligence: con la solita abilità tipica del doppiogiochista, Philby riesce a non farsi incriminare. Negli anni Sessanta è quindi a Beirut. Da qui si riavvolge il filo del tempo.
Una spia tra noi è ambientata in tre città, coincidenti con condizioni climatiche standard, tipiche di ciascuna, se non addirittura archetipiche. Londra, terribilmente piovosa, pare una metropoli addormentata e compiaciuta del proprio immobilismo (il primo disco dei Beatles, tanto per indicare un momento di svolta, uscirà nel 1964, l’anno successivo agli eventi). Beirut, allora centro culturale ed economico di prim’ordine, capitale di una nazione collocata tra le nazioni più prospere al mondo, nonché oasi di sviluppo sociale e democratico nel complicato contesto mediorientale, è baciata da un languido sole mediterraneo. Un freddo crudele schiaccia Mosca, metropoli dai mille occhi.
“A Mosca non gli crederanno fino in fondo”, sibila Elliott. Philby lo comprende fin dai primi interrogatori di stampo orwelliano, che potrebbero riassumersi in una formulazione inquisitoria: compagno, vogliamo le prove del tuo essere, veramente, senza ombra di dubbio, comunista. Al compagno Philby viene assegnata una “badante” del KGB con il compito di controllarlo negli spostamenti ed educarlo, con scarsi risultati, ai sapori della cucina russa. In Unione Sovietica ritrova Guy Burgess e Donald MacLean. Che sembrano leggergli nell’animo. La sua fede nei dogmi del marxismo viene messa in dubbio. E se stesse semplicemente interpretando un ruolo per salvare la pelle? Intanto la politica impazzisce. Negli Stati Uniti si apre una nevrotica stagione di caccia alle streghe, mentre in Gran Bretagna solo il perfetto aplomb dei grigi custodi del potere evita una catastrofe istituzionale.
Una spia tra noi è stata ideata da Alexander Cary (Homeland, Taken), sulla base dell’omonimo libro pubblicato nel 2014 da Ben Mcintyre, giornalista del Times. La serie sfoggia eleganza formale, il suo maggiore punto di forza. Il mondo perduto degli agenti segreti si presta a una ricostruzione nostalgica, con i suoi codici di comportamento esclusivi, l’alfabeto Morse ancora in voga, le cimici piazzate sotto il divano di casa, le telefonate dalle cabine pubbliche color rosso londinese e gli agenti intrappolati come topi nei seminterrati, in attesa di messaggi da trascrivere su un diario. Una radicale frattura tecnologica separa la prassi dei “pizzini”, romanticamente passati di mano in mano, dalla diffusione, sovente indiscriminata, degli odierni spyware, basti ricordare le polemiche suscitate dall’uso illegale del software israeliano Pegasus.
Forse non c’è una vera ragione per giustificare trent’anni di attività sotto copertura. Lo spionaggio, dice qualcuno, può essere inebriante e tuttavia la violenza e la morte diventano, spesso, prassi necessarie. “Hai mai pensato, solo per un momento, a tutte le persone che sono state uccise a causa tua?”, chiede Elliott all’amico ormai smascherato. La confessione di Philby è disarmante. “A Vienna mi sono innamorato”. Le strategie dello spionaggio, le decisioni che possono cambiare l’ordine delle cose nei rapporti tra potenze nucleari, sono quindi condizionate dal sentimento di un singolo agente per qualcuno? C’è ben poco di scientifico in questo. C’è molto, troppo di umano.
Il cinismo di Nicholas Elliott risulta vincente. Il finale è suo: a Sir Roger Hollis, potentissimo capo dei servizi segreti britannici, ha il coraggio di dire la più scomoda delle verità, ovvero che, a causa di Philby, nessuno può dirsi davvero al sicuro. Era effettivamente Elliott, nonostante la ritrosia manifestata dallo stesso Hollis, la persona giusta da inviare a Beirut, per contrattare con il suo vecchio compagno di sbronze, l’infame doppiogiochista, il comunista laureato a Cambridge che anni prima, per consolarlo, gli regalò un ombrello. Un dono da restituire, a costo di viaggiare fino a Berlino Est, per saldare i conti di un’amicizia tradita.
Titolo originale: A Spy Among Us
Numero di episodi: 6
Durata: 50 minuti l’uno
Distribuzione: SKY Atlantic
Uscita in Italia: 17 – 31 luglio 2023
Genere: Spy Thriller
Consigliato a chi: coltiva un umorismo da melomane, nasconde i segreti nel cassetto sinistro della scrivania, ha un libro di Ezra Pound commentato a margine.
Sconsigliato a chi: ha una porta da far riparare, detesta gli abiti gocciolanti di pioggia sul pavimento di casa, è rimasto deluso da un invito a pranzo.
Letture e visioni parallele:
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Il romanzo ricevuto in regalo da Philby, It’s a Battlefield di Graham Greene, in Italia è fuori catalogo da molti anni. Del grande scrittore inglese consigliamo Il fattore umano, Sellerio, 2020.
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Nella cupa Albania di Enver Hoxha, un ufficiale dei servizi segreti perde la fiducia del regime: Amanet – L’ultima volontà di Namik Ajazi (2014), disponibile su Prime Video.
Un artista: Vermeer (attenti a pronunciarlo bene).
Un abito: lo smoking (non confondetelo con una tuta da sub).
Un oggetto: il pacchetto di sigarette (controllate anche l’interno).

