Io capitano

Io capitano ***

Seydou e Moussa sono due cugini che vivono a Dakar, in Senegal. Vanno a scuola, fanno qualche lavoro nella comunità e segretamente mettono da parte i soldi per il viaggio verso l’Europa.

La madre di Seydou è contraria, conosce le storie di dolore e di morte di tanti figli che hanno abbandonato l’Africa, in cerca di una possibilità altrove.

Ciononostante i due si mettono in viaggio, prima in autobus fino in Mali, quindi su un pick up assieme a molti altri nel deserto del Sahara: chi cade in mezzo alle dune resta indietro, l’auto non si ferma per nessuno.

In mezzo al nulla vengono affidati ad una guida che a piedi li conduce attraverso un mare di sabbia finché la mafia libica non li ferma e, dopo aver sequestrato i loro soldi, li manda in prigione perchè i loro parenti possano pagare ancora per loro. Per chi non ha un numero di telefono da chiamare ci sono la tortura e la morte.

I due ragazzi sono costretti a separarsi, noi seguiremo Seydou che in carcere viene aiutato da un muratore che intuisce una possibilità di uscire da quell’inferno e prende il ragazzo sotto la sua ala. Costruiranno assieme un muro e poi una fontana per un ricco signore libico che gli consentirà di raggiungere Tripoli da uomini liberi.

Qui Seydou si mette alla ricerca di Moussa, per compiere assieme al cugino l’ultimo viaggio, attraverso il mediterraneo.

Matteo Garrone non tradisce il suo cinema umanista e antiretorico, rileggendo il viaggio dei due ragazzi secondo le coordinate fiabesche che da sempre hanno contraddistinto i suoi film.

Siamo sempre nel capolavoro di Collodi con Pinocchio e Lucignolo, Mangiafuoco come guida del deserto, la Città dei Balocchi trasformata nella prigione libica, la Fata Turchina nei panni di un muratore generoso e la barca dispersa nel mediterraneo a incarnare il pescecane in cui sopravvivere e ritrovarsi.

Saranno delusi coloro che si attendevano un ritratto realista, politico, a tinte fosche, pieno di disperazione. Garrone cerca invece il racconto poetico, lo sguardo compassionevole e affettuoso, riempiendo di leggerezza un percorso fatto di solitudine, atrocità e morte.

Il suo sguardo resta sempre addosso a Seydou, condivide la sua innocenza, i suoi dubbi, la sua umanità, secondo le coordinate di un viaggio di formazione che rimane interamente africano, interrompendosi proprio di fronte al miraggio della Sicilia.

E’ curioso notare come là dove termina Io capitano cominci Il confine verde di Agneska Holland, altro film di Venezia 80 che racconta l’odissea dei migranti da un punto di vista opposto.

Immerso in una sorta di realismo magico che lascia fuori campo le brutalità più cruente, Io capitano non pretende di convincere nessuno, nè di farsi strumento di quel discorso politico sull’emigrazione terribilmente polarizzato.

E’ opportuno raccontare il trauma e l’odissea delle grandi migrazioni africane filtrandola attraverso le coordinate usate da Garrone? E’ giusto e morale raccontare la storia di Seydou e Moussa come due personaggi di un avventura fiabesca? L’interrogativo è legittimo, tuttavia la risposta sta nell’onestà e nella coerenza dello sguardo di Garrone, che non è mai giudicante e non intende sfruttare condizioni e contesto per offrire una prospettiva compiaciuta allo spettatore.

In modo poi molto intelligente Garrone evita di fare dei due protagonisti delle vittime predestinate, lasciandoli invece liberi di scegliere la propria storia e abbandonandoli quando l’approdo è ancora lontano.

Non li piega neppure ad un discorso rigorosamente ideologico: i suoi personaggi vivono pienamente integrati nella loro comunità, non soffrono la fame o la guerra. Fuggono da giovani liberi, sognando l’Europa, come spazio in cui costruire la propria identità. Affrontano il viaggio con un po’ di ingenuità, ma senza mai perdere il senso della fratellanza e della condivisione. Non ci sono veri villain in questa storia, il percorso di Seydou e Moussa è pieno di inciampi, ma i due l’accettano come una parte inevitabile del loro sogno di libertà.

Io capitano si muove su un piano diverso e intelligentemente si ferma un attimo prima che i due arrivino finalmente in Europa, dove altre crudeltà e nuove attese probabilmente li attendono. Ma questa è un’altra storia, non quella che Garrone intendeva raccontare.

Forse è una prospettiva parziale la sua, forse non è abbastanza accusatoria nei confronti della guardia costiera libica, dei trafficanti di uomini, del silenzio delle autorità e dell’indifferenza ostile europea.

Il film di Garrone ci invita invece a identificarci con Seydou, a far nostro il suo stupore di “burattino” che diventa uomo, a comprendere le sue paure, a salire con lui sulla tolda della nave per gridare che sotto la sua guida nessuno è rimasto indietro, non le donne incinte, non i migranti stipati nella stiva.

In Io capitano il viaggio non è solo dolore e miseria, ma anche avventura, estasi, bellezza: come accade guardando quelle dune attraversate a piedi, in fila indiana o quell’apparizione notturna delle piattaforme petrolifere in mezzo al mediterraneo.

Lontano dalle attese di chi forse non conosce il cinema di Garrone o aveva la propria agenda da promuovere, Io capitano è invece un bellissimo racconto d’amicizia e sopravvivenza in una terra straniera, attraversata con occhi che non vogliono perdere la propria innocenza.

Da non perdere.

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