Green Border – Il confine verde **1/2
Quattro atti e un epilogo nel nuovo film di Agnieska Holland, che ci porta al confine tra Bielorussia e Polonia, un bosco in cui il filo spinato separa due crudeltà intollerabili: quelle della polizia dei due stati che costringono i migranti afghani, siriani e nordafricani ad un continuo passaggio da una parte all’altra, tra soprusi e violenze indicibili, calpestando i diritti, l’umanità e facendosi beffe dei regolamenti europei.
In questa terra di nessuno in cui le paludi inghiottiscono bambini, in cui le famiglie vengono divise, le madri strappate ai propri bambini e le ambulanze vengono scortate dalle guardie, si consuma ogni sera un genocidio silenzioso, lo stesso che avviene quotidianamente nel mediterraneo.
La propaganda mette gli uni contro gli altri, le menzogne e la paura fanno breccia in coscienze impoverite e incattivite, che cercano solo capri espiatori su cui riversare la propria rabbia.
Chi può cerca di dare una mano. Ma è solo un momento.
Il film della Holland comincia su un aereo della Turklines su cui viaggia una famiglia diretta in Svezia. Sbarcata a Minsk, cerca di passare in auto il confine verde con la Polonia. Riuscirà a farlo solo a piedi, trovandosi però di fronte una realtà molto diversa da quella immaginata.
Nel secondo capitolo la Holland assume il punto di vista di una guardia di confine, che sta per avere un bambino ma è incapace di sottrarsi al sadismo che non ha rispetto neppure per la maternità.
Il terzo movimento è quello dedicato agli attivisti di una ONG che cercano di fare il possibile per prestare soccorso materiale e legale, trovandosi di fronte ad una zona grigia in cui l’unica lingua è quella della violenza.
Infine l’ultimo capitolo è dedicato a Julia, una psicologa che dopo aver perso il marito per COVID, si è spostata vicino al confine in cerca di un nuovo inizio. Finirà per aiutare gli attivisti più radicali, finendo in prigione e mettendo a rischio tutto quanto, ma trovando solidarietà inaspettate e rifiuti altrettanto sorprendenti.
Il film, girato in bianco e nero, come moltissimi tra quelli di questo concorso veneziano, è un atto d’accusa feroce non solo al governo polacco, ma all’Europa tutta che sembra voltarsi dall’altra parte, lasciando soli chi vive e lavora su su quel confine – come sulle altre rotte dell’emigrazione.
Un Europa tragicamente incapace di gestire un fenomeno imponente che da otto anni rappresenta una realtà quotidiana per il nostro continente, incapace di immaginare politiche realmente comuni.
Sono passati oltre trent’anni da quell’Europa Europa nel quale la Holland raccontava la persecuzione degli ebrei europei durante il nazismo. Il suo Paese era appena uscito dalla cortina di ferro e quel titolo sembrava un’invocazione a non commettere più gli errori del passato. Con Il confine verde la regista sembra dirci che in fondo il nostro destino comune non è cambiato e nel cuore del nostro continente atrocità, dolore e morte sono ancora ammesse, consentite, tollerate, nel silenzio generale.
L’epilogo è dedicato ad un nuovo esodo: nei primi mesi del 2023, la Polonia ha dato asilo a circa 2 milioni di ucraini. I torturatori di ieri si sono riciclati cooperanti di oggi, le parole d’ordine sono cambiate drasticamente eppure sul confine verde si continua a morire.
