Ancora una giovanissima ragazza costretta a fare i conti con un mondo di adulti che non comprende e di cui rimane ai margini: è questo il soggetto di Priscilla, il nuovo film di Sofia Coppola, che su questa estraneità femminile, su questi sguardi fuori campo ha costruito tutta la sua carriera, dal Giardino delle vergini suicide a Lost in translation, da Somewhere fino a Maria Antonietta.
Priscilla è una giovanissima ragazza texana di quattordici anni che vive a Francoforte nel 1959, al seguito del padre, impegnato nella base militare di Wiesbaden, negli anni della Guerra Fredda.
In Germania, in una di quelle basi, si trova però anche Elvis Presley, a svolgere il servizio militare. Il re del rock’n’roll cerca la compagnia di ragazze americane e i due si incontrano ad una festa. Si frequenteranno per qualche mese. Poi Elvis torna negli Stati Uniti e Priscilla ai suoi studi liceali.
Due anni dopo, nel maggio del 1962, Elvis telefona nuovamente a Priscilla, le invia un biglietto aereo della PanAm invitandola a Memphis nella sua Graceland.
Qui Priscilla finirà per trasferirsi definitivamente, diplomandosi in una scuola cattolica, ma vivendo costantemente nell’ombra della star, prima compagna segreta, poi moglie insoddisfatta, quindi madre trascurata, costantemente reclusa nella residenza del Re, sempre un paio di passo dietro al mito.
Il film della Coppola è davvero piccolo piccolo, allo spettro opposto di una linea ideale che lo collega a Elvis di Baz Luhrman. Tanto dimesso, minimalista, marginale il primo, tanto esuberante, accaldato, coloratissimo il secondo.
L’Elvis che emerge da Priscilla è un ipocrita, timorato di Dio, un figlio del patriarcato che cerca il sesso e le avventure fuori dal matrimonio, mentre la sua compagna deve stare a casa a ravvivare il focolare domestico. Un bigotto della peggior specie, un uomo abusivo, che coinvolge la giovanissima Priscilla in una relazione che oggi definiremmo tossica.
Un’immagine che pare lontanissima dalla dimensione iper-sessualizzata di Elvis, dalla sua carica rivoluzionaria anche a livello musicale. Qui invece siamo di fronte ad un bambinone sempre circondato dai suoi “ragazzi” in una camraderie maschile che risolve ogni questione. Del tutto assente il Colonnello Parker, appena accennati i suoi anni a Las Vegas e il suo martirio da palcoscenico.
Il punto di vista di Priscilla è tanto parziale quanto controintuitivo, in un certo senso simile a quello scelto da Dominik in Blonde o da Cooper per Maestro, eliminando radicalmente dall’equazione il Mito, oltre al talento e a qualsiasi dimensione pubblica, confinando la propria analisi alla sfera privata, rovistando nei panni sporchi e nelle camere da letto, dividendo i personaggi in vittime e carnefici. Tertium non datur.
Il film è così parziale che sembra voler parlare all’oggi, manipolando il passato fin a farne materiale adatto per la propria agend(in)a.
Il tentativo è più subdolo e culturalmente pericoloso di quanto appaia, perché riduce la complessità anche contraddittoria che il cinema (e in particolare quello biografico) dovrebbe avere, concentrandosi su una prospettiva reazionaria e revisionista in cui il passato va reinterpretato secondo lenti deformate dall’ideologia odierna, schiacciando qualsiasi distanza storica.
Coppola continua a fare il suo cinema, in cui tuttavia sempre più spesso la centralità delle figure femminili è priva di giustificazione e si limita a rappresentare solo una scelta di sguardo: in Priscilla il centro di ogni discorso rimane sempre Elvis.
La marginalità della protagonista è quella che rischia il film stesso. E soprattutto l’idea di schiacciare il suo personaggio nell’unico ruolo della vittima, elidendo ogni altra dimensione non le rende un grande merito.
Non si capisce poi perché dovremmo immedesimarci nella “sfortunata” Priscilla, che neanche riesce a diplomarsi senza copiare dalle compagne promettendo inviti a Graceland, che ha scelto di restare nell’ombra, di vivere la sua prigione dorata, accettando sempre il ruolo che Elvis aveva scelto per lei.
La fotografia di Le Sourd immerge la storia in colori muti e continui controluce, fin dalla prima immagine della protagonista, in consonanza con il mondo grigio della protagonista, che vive infatti di luce riflessa. Interessanti invece le scelte musicali dei Phoenix che hanno dovuto fare a meno dei pezzi originali di Elvis: in un film che si muove interamente in una dimensione privata questi ultimi tuttavia sarebbero risultati di troppo.
Modesto.

