Cidade de Deus, Rio del Janeiro, 1981. Una gallina scappa in mezzo alla favela, inseguita da Zé Pequeno, uno dei signori della droga che regnano nel quartiere, dai suoi uomini e dalla banda dei randagi, ragazzini appena in grado di tenere in mano una pistola.
La fuga finisce davanti a Buscapé, un altro dei ragazzi cresciuti nel barrio fondato negli anni ’60, che sogna di lavorare come foto-giornalista.
E’ proprio quest’ultimo che ci racconta il romanzo criminale di Cidade de Deus a partire dal Trio Tenerezza, tre ragazzi, banditi di strada, che cercano di farsi strada in un quartiere che allora non aveva neanche le strade asfaltate: al seguito di Alicate, Marreco e Cabeleira, i piccolissimi Bené e Dadinho imparano la legge del più forte. Un colpo ad una casa di piacere, finito in carneficina, sarà fatale ai tre.
Ma dieci anni dopo il controllo di Bené e di Dadinho, che ora si fa chiamare Zé Pequeno, si estende a tutta la favela, grazie alla violenza brutale e inarrestabile che in una sola giornata gli consente di prendersi con la forza tutte le piazze di spaccio del quartiere, con l’eccezione di quella di Cenoura.
Il regno del terrore imposto da Zé è mitigato dall’influenza di Bené, che viene ucciso per sbaglio da uno dei loro uomini la notte in cui festeggia l’addio alla Cidade de Deus per trasferirsi in una fattoria con Angelica, a lungo corteggiata proprio da Buscapé.
L’uccisione del giovanissimo criminale è l’inizio della fine anche per Zé Pequeno: senza più l’amico di sempre, la spirale delle vendette si trasforma in una vera e propria guerra tra bande, quando a Cenoura si unisce il mite Mané Galinha, a cui Zé ha violentato la ragazza e ucciso il fratello.
Buscapé si ritrova in mezzo al conflitto con la macchina fotografica che proprio Bené gli avrebbe voluto regalare la sera in cui è stato ucciso. Le fotografie all’interno dell’impenetrabile Cidade de Deus saranno il suo lasciapassare per cominciare il lavoro che ha sempre sognato.
Dopo gli studi d’architettura e una lunga gavetta tra cinema sperimentale, televisione e pubblicità, Fernando Meirelles sta per cominciare la sua carriera come regista, superati ampiamente i quarant’anni, quando viene spinto dallo scrittore Heitor Dhalia a leggere nel 1997 il romanzo di Paulo Lins, Cidade de Deus, nato dall’esperienza diretta del suo autore, cresciuto all’interno della favela.
Il regista decide di opzionare i diritti del libro e di portare sullo schermo la storia di Buscapé, affidando a Braulio Mantovani il compito di scrivere una sceneggiatura.
Nel primi mesi del 1998 la sceneggiatura è completata. Tuttavia Meirelles si accorge che non esistono giovani e giovanissimi attori brasiliani di colore in grado di ricoprire i tantissimi ruoli di un film corale che abbraccia vent’anni di storia.
Decide così di coinvolgere Katia Lund, che aveva una certa esperienza, avendo lavorato con Spike Lee durante le riprese nella favela di Santa Marta per il video di Michel Jackson They Don’t Care About Us e aveva poi girato l’acclamato documentario Notícias de uma Guerra Particular (1996) sulla guerra tra narcotrafficanti e polizia.
Con Lund e la direttrice del casting Fátima Toledo decide così di selezionare un centinaio tra non attori e veri abitanti della favela, convincendoli poi a seguire nei primi mesi del 2000 un lungo laboratorio teatrale per imparare a stare davanti alla macchina da presa, concentrandosi soprattutto sulla simulazione di autentiche scene di guerra di strada, sulle rapine, le colluttazione e le sparatorie: “sentivo che gli attori della classe media non avrebbero potuto fare il film. Avevo bisogno di autenticità”.
Alla fine dei laboratori Meirelles sceglie infine i suoi protagonisti. Lund e Meirelles realizzano il cortometraggio Golden Gate (Palace II) come una sorta di test per gli attori scelti.
Le riprese si svolgono in nove settimane nell’estate del 2001, in gran parte a Cidade Alta, perché a Citade de Deus è in corso una sanguinosa faida.
Il direttore della fotografia, l’uruguaiano César Charlone, sceglie di girare in pellicola 16mm, donando al film il suo aspetto indimenticabile: macchina a mano, contrasto elevatissimo, immagine spesso sovraesposta, grande distacco tra gli interni umidi e ombrosi e gli esterni di luce accecante, notti sgranate e una dominante calda e ocra che sembra soffocare i personaggi di giorno.
Il film debutta fuori concorso al Festival di Cannes nel maggio 2002, anche perché il co-produttore Walter Salles è impegnato nella giuria ufficiale.
Scelto dal Brasile per gli Oscar, non ottiene la nomination al miglior film straniero di quell’anno. Tuttavia la Miramax lo fa uscire in sala nel 2003 e lo sostiene fino a fargli avere quattro candidature l’anno dopo, per regia, sceneggiatura, montaggio e fotografia.
Meirelles, al suo secondo film narrativo, non sembra interessato a costruire l’ennesimo ritratto del terzo mondo a beneficio del compassionevole spettatore occidentale, mette da parte lacrime e melodramma, per concentrarsi su un racconto immerso nell’iperrealismo scorsesiano. In un celebre passo della sua recensione per Segnocinema, Paolo Cherchi Usai riconosce a City of God di sfruttare la stessa scansione temporale e la stessa narrazione in soggettiva di Quei bravi ragazzi, senza tuttavia farne una citazione, ma avendone assorbito la lezione, in modo onesto.
Il lungo apprendistato del regista nella pubblicità gli consente di utilizzare con grandissima efficacia un’estetica che fa del movimento continuo, delle prospettive sghembe, del montaggio rutilante, della sintesi musicale, gli elementi necessari a raccontare vent’anni di sangue e paura all’interno della Cidade de Deus.
Il film sfrutta sapientemente la struttura ad incastri, le lunghe digressioni nel tempo, un approccio corale che sembra guardare anche al cinema di Altman, la divisione in capitoli di natura letteraria, i vezzi del cinema proprio degli anni al centro del racconto, per costruire un grande romanzo epico che si muove continuamente tra disgusto e attrazione, verso questi antieroi-bambini, costretti a crescere troppo in fretta, in una realtà in cui si può emergere quasi solo nella violenza.
Meirelles e Lund cercano di evitare per quanto possibile di indugiare nella violenza più esibita, lasciando spesso fuori campo sangue e morte, evitando di farne spettacolo compiaciuto: persino la violenza contro i bambini diventa emblema della discesa negli inferi della paranoia più disumana da parte di Zé Pequeno.
Persino l’aspirazione del protagonista Buscapé a diventare fotografo viene gestita nel film senza mai giustificare voyerismo gratuito o immagini inutilmente estetizzanti: è pur sempre una storia di bambini perduti e di miseria senza fine e i due registi non sembrano mai dimenticare.
Se è vero che i grandi film si vorrebbe che non finissero mai, City of God è certamente uno di quelli, apice di quella breve stagione del cinema da retomada che ha prodotto anche Central do Brazil, e che ha rappresentato per il cinema brasiliano una significativa maturazione e un consolidamento a livello internazionale.
Il film ha prodotto una serie successiva Cidade dos Homens (2002-2005) che ha avuto diciannove episodi in quattro stagioni, trasmessi in Italia da Sky. Dieci anni dopo il documentario Cidade de Deus: 10 Anos Depois racconta com’è cambiata la vita di alcuni dei protagonisti del film, mentre nel 2024 su HBO Max viene trasmessa la serie Cidade de Deus: A Luta Não Para, con lo stesso Alexandre Rodrigues nei panni di Buscapé che vent’anni dopo ritorna nella favela per documentare la lotta tra spacciatori, polizia, miliziani e politici e come tutto questo influenzi la vita dei residenti.
Meirelles ha poi proseguito la sua carriera quasi esclusivamente fuori dal Brasile, occupandosi soprattutto di prestigiosi adattamenti da romanzi e pièce teatrali: già al momento della sua prima uscita Cherchi Usai si chiedeva se City of God fosse la rivelazione di un nuovo autore, rispondendosi che non fosse davvero importante, di fronte ad un’impresa irripetibile in cui il risultato trascende la somma delle sue parti.

