Giovani si diventa

Giovani si diventa

Giovani si diventa **

Il nuovo film di Noah Baumbach (Il calamaro e la balena, Greenberg, Frances Ha) è un altro tassello nella costruzione di un corpus cinematografico coerente, che sembra sempre più trarre ispirazione e voler continuare a rappresentare quel mondo intellettuale e bohémien newyorkese, a cui Woody Allen ha dedicato i suoi migliori film degli anni ’80.

Giovani si diventa, in originale While we’re young, sembra arrivare dallo stesso crogiolo di Crimini e Misfatti, Hannah e le sue sorelle, Un’altra donna, Mariti e mogli.

Baumbach non ha però nè l’ironia fuminante, nè le idiosincrasie del maestro, nè tantomeno la sua disincantata umanità ed il suo illuminato pessimismo, ma predilige invece un tono malinconico, profondamente minimalista.

Il suo nuovo film comincia come una commedia classica. Una coppia di quarantenni – Josh, autore di documentari, e Cornelia, produttrice di quelli del padre, famoso regista – sono in preda alla più classica delle crisi di mezza età.

Lui lavora da un decennio su un lavoro che non riesce a finire, lei ha perduto l’occasione di avere un figlio e la maternità della sua migliore amica acuisce rimpianti e rimorsi.

Tutto cambia quando, in università, Josh conosce il giovane Jamie, un giovane che dice di apprezzare i suoi lavori e spera di intraprendere la stessa carriera.

Jamie e la sua ragazza Darby, che vende gelati biologici, finiscono per entrare sempre più in confidenza con Josh e Cornelia: la loro libertà e la loro incoscienza travolgono i due protagonisti, che si ritrovano in mezzo ad esperienze piuttosto surreali.

Cornelia abbandona una festa con le amiche mamme per un corso di hip hop, Josh compra un cappello e comincia a vestirsi come Jamie, gira per Manhatthan in bicicletta, va a ballare nei club, partecipa con la moglie ad una cerimonia pseudo-religiosa ed accetta di aiutare in nuovo amico nel realizzare un suo progetto.

L’ossessione per il vintage anni ’70 ed ’80 di Jamie e Darby diventa nostalgia della propria giovinezza per Josh e Cornelia, che sono preda invece di tutte le diavolerie tecnologiche del mondo creato da Jobs, Zuckerberg e Gates.

Solo che qualcosa non quadra, la ‘purezza’ di Jamie comincia a mostrare qualche incrinatura e pian piano il suo piano spregiudicato si mostra in tutta la sua diabolica evidenza.

E quella gioventù rimpianta e ricercata, non è per nulla naif, ma mostra tutta la sua sinistra capacità manipolatoria.

Il racconto di Baumbach si trasforma anche in una riflessione sul cinema, sull’onestà dei suoi intenti, sui limiti etici della rappresentazione, sul conflitto tra oggettività e messa in scena.

Come rapportarsi alle proprie fonti ? E’ corretto piegare la realtà al proprio desiderio? Si può rimanere integri, cercando il successo?

Naturalmente è un problema di sguardo e di distanza. E non è un caso che Josh e Cornelia siano documentaristi: l’abitudine ad interpretare il mondo si rivolta contro di loro. D’un tratto diventano incapaci di comprenderne le dinamiche e il senso.

Esemplare è la festa in strada che i coetanei di Jamie e Darby mettono letteralmente in scena, riavvolgendo il tempo, come nella Brooklyn di Spike Lee o in quella di Lou Reed, a cavallo tra ’70 ed ’80, con gli idranti, i barbecue per strada, la musica diffusa: per loro è pura rappresentazione, frullato di tempo e spazio.. Per Josh e Cornelia è invece uno shock culturale, un cortocircuito per nulla naturale, in cui il passato vissuto ed il presente che lo ricalca, rimangono comunque distanti.

Tutto questo si innesta su un conflitto che è anche generazionale, tra il giovane Jamie, che non si fa scrupoli a sfruttare chi gli sta attorno ed a ricostruire la verità per i suoi obiettivi ed il quarantenne Josh, per cui l’onestà degli intenti e il rigore nel proprio lavoro vengono prima di tutto.

I due piani si intrecciano sempre di più nel film di Baumbach, ma il regista non riesce a risolvere il conflitto, se non riportando i personaggi al punto di partenza.

Il suo film suona troppo programmatico, troppo d’intenzione ed i suoi personaggi ne soffrono, quasi fossero marionette mosse per dimostrare una tesi. Manca il calore e l’umanità di Frances Ha o dei giovani protagonisti de Il calamaro e la balena.

Ed è questo il limite più grande di While we’re young, che si risolve in un’apologia neanche tanto velata sia della famiglia tradizionale, quanto di un passato mitizzato a cui contrapporre un presente spietato e senza scrupoli.

E ad una giovinezza dipinta come arrivista, amorale, cinica e manipolatoria, pronta ad ogni tradimento.

Non è un caso che l’ultima battuta del film sia dedicata a Jamie ed al travolgente successo del suo documentario: “He’s not evil, he’s just young“.

Il cerchio dunque si chiude: l’illusione libertaria e vitalistica di una gioventù riconquistata, diventa un incubo da allontanare con ritrovata saggezza, proprio nel momento in cui il nucleo familiare si ricostituisce e si ingrandisce e la fortuna arride a chi l’ha cercata con ogni mezzo.

E’ un finale piuttosto consolatorio e paternalista, quanto meno retrò, se non apertamente reazionario, che rassicurerà il pubblico affezionato di Baumbach, ma che lascia l’amaro in bocca.

Persino al quarantenne che scrive questa recensione…

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