E’ l’ultima battuta?

E’ l’ultima battuta? **1/2

Il terzo film di Bradley Cooper come regista dopo A Star is Born e Maestro è un altro film sulla performance, sullo spettacolo della vita, sulla capacità della scena di sublimare il dolore, le ansie, i rimorsi, attraverso l’esposizione di sè.

Vinti la timidezza e l’imbarazzo, poi con sempre maggiore confidenza, è sul palco che si torna a respirare davvero come Bernestein alla Ely Cathedral o Ally quando intona Shallow per la prima volta.

Accade lo stesso anche in questo intimo terzo film, quando il protagonista Alex sale sul piccolo proscenio del Comedy Cellar all’Olive Tree Café di New York, per cercare di trovare un senso a una relazione che dopo vent’anni si sta sfaldando tra le sue mani senza un vero motivo che non sia la routine di ogni famiglia americana.

Alex lavora nella finanza, ha sposato molti anni prima Tess – una pallavolista che ha giocato alle olimpiadi e che ora si dedica ai loro figli che hanno circa dieci anni, Felix e Jude.

Quando il film ce li presenta hanno appena preso la decisione di separarsi: non l’hanno ancora detto ai bambini e ai loro amici, Balls e Christine, da cui passano la serata.

Pian piano si allontanano l’uno dall’altra, vivono in case separate, pur cercando di mantenere rapporti civili. Solo che la rabbia repressa del loro fallimento sembra riemergere ogni volta che un imprevisto sembra incrinare la loro nuova routine.

Alex quasi per caso si iscrive ad un open mic in un celebre locale di stand-up newyorkese e comincia a costruirsi uno spazio nuovo dove elaborare il lutto.

Tess invece riallaccia i rapporti con la sua vecchia squadra che le offre un posto come assistente per guidare il team olimpico.

Quando tuttavia Tess capita proprio all’Olive Tree una sera in cui Alex si esibisce raccontando in modo surreale le sue ansie di divorziato cinquantenne, dopo l’iniziale sconcerto, tra i due sembra riaccendersi una scintilla.

A casa di Balls e Christine cominceranno così a fare davvero i conti l’uno con l’altra a dirsi le cose che erano rimaste mute per troppi anni…

Il film di Bradley Cooper mescola sapientemente vita e spettacolo, coem già nei suoi lavori precedenti, con un’attenzione alla direzione degli attori che lo pone sulla scia della grande tradizione dei registi d’interpretazione, che da Cassavetes in avanti ha sempre avuto uno spazio non irrilevante all’interno del cinema indipendente americano.

Basterebbe osservare con quale grazia e onestà si pone al servizio dei suoi personaggi, standogli addosso per cercare di carpirne l’urgenza, la verità, la sfumatura espressiva.

Se la sceneggiatura, ispirata al vero stand-up comedian John Bishop, non riesce a tenere sempre tutto a fuoco, l’interpretazione sublime di Arnett e Dern sublima ogni incertezza, nel tentativo di restituire in modo trasparente, la distanza che li separa, gli errori commessi, i sentimenti dati per scontato.

Under pressure si ascolta nel prefinale, cantata ad una recita scolastica dei figli Jude e Felix: è quella che si sentono addosso anche Tess e Alex, ben rappresentata da quel ritratto che lui decide di appendere nella nuova casa: un’immagine della moglie mentre schiaccia, di spalle, durante una delle sue partite più celebri.

Potrebbe sembrare l’omaggio di un uomo ancora innamorato, ma è allo stesso tempo un’immagine che ossessiona Tess, che ha smesso la divisa e faticosamente sta cercando di ricostruirsi un’identità diversa, nel secondo tempo della sua vita.

Sarà proprio quando Alex comprenderà quale diverso ritratto è giusto appendere che i due ricominceranno – forse – a parlarsi di nuovo.

Essere infelici assieme: la prospettiva è tutto fuorché idilliaca, ma è forse quella che più si avvicina alla realtà. Sarà questa la chiave?

Il film di Cooper lascia i protagonisti in sospeso, sotto il portico di casa, mentre guardano in due direzioni diverse.

Il finale non è scritto. Forse non si può scrivere.

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