Il nuovo film di Oz Perkins, il terzo in poco meno di due anni, nasce dallo sciopero di attori e sceneggiatori del 2023. Lo strike blocca la lavorazione del suo precedente The Monkey e nel tentativo di evitare i danni dell’imprevedibile fermo alla produzione, Perkins sposta la troupe a Vancouver, ingaggia con il suo produttore Chris Ferguson uno sceneggiatore canadese non iscritto al WGA per scrivere un nuovo film e assolda un cast di quattro attori canadesi che possano lavorare durante lo sciopero.
A fine luglio 2024 conclude quindi le riprese dei due film che escono a distanza di sei mesi l’uno dall’altro.
Keeper è tutto ambientato nella più classica cabin in the woods, in cui si rifugiano il medico Malcolm e la pittrice Liza, per festeggiare il loro primo anniversario.
Di fronte vive l’invadente cugino di Malcolm, Darren, che ha portato la modella straniera Minka per il weekend.
Quando Malcolm viene richiamato in città per un’emergenza con una delle sue pazienti, Liz si ritrova assediata da strane presenze, oltre dalla coppia vicina, in un crescendo di apparizioni e minacce.
Il ritorno di Malcolm la sera rivelerà la maledizione che grava su quella casa.
Nato come film d’occasione, Keeper mi pare invece uno dei suoi più riusciti, riportando il cinema di Perkins alle atmosfere di Gretel & Hansel.
Tra gli autori più controversi dell’elevated horror, il regista comincia il suo film mettendo subito in chiaro la cornice all’interno della quale intende muoversi: con un rapido e suggestivo montaggio vediamo in soggettiva una serie di volti di donne, di epoche diverse, prima serene, affettuose, complici, quindi spaventate, diffidenti, infine urlanti, brutalmente violate e insanguinate.
Il mostruoso maschile è al centro della riflessione di Perkins, il suo meccanismo ripetuto, sempre uguale a se stesso, forse inestirpabile, che trasforma la familiarità in possesso e violenza brutale.
Il film elimina ogni elemento superfluo, affidando il racconto ad una coppia. Un uomo e una donna, conosciutisi da pochi mesi, in cui sembra insinuarsi il solito meccanismo. Basta un maglione sbagliato, un invito in una casa fuori città, la presenza incongrua di un cugino, una torta mangiata a forza, l’abbandono improvviso: eventi minimi che pure lasciano intendere una sottile forma di costrizione psicologica, una serie continua di piccoli assalti alla volontà e all’autodeterminazione dell’altro.
In tutto questo è decisivo il lavoro sugli interpreti: il comune e anonimo Rossif Sutherland, falsamente rassicurante e Tatiana Maslany, perfettamente adatta al ruolo della sopravvissuta.
Il film accumula tuttavia nella seconda parte elementi più classicamente horror in modo un po’ troppo episodico e disomogeneo, ricostruendo una storia di streghe e maledizioni che forse avremmo preferito rimanesse implicita.
Perkins invece sceglie la strada dell’horror più letterale e trasforma l’inquietante indagine psicologica dell’incipit in un racconto dell’orrore fin troppo esplicito.
Sarebbe bastata la torta al cioccolato, il modo con cui viene offerta, a raccontare un certo modo di presupporre i gusti e di imporli quando non convergono con i nostri e con i nostri pregiudizi. Una cortesia per gli ospiti che è tutto fuorché cortese.
Considerati gli stringenti limiti autoimposti alla produzione, il risultato è un piccolo film che continua a mostrare come Perkins prediliga un’idea di genere interamente ancorato alla messa in scena dell’orrore, forse debole nella scrittura, ma particolarmente evocativo nella sua filosofia del male e nella sua capacità di indagare le fratture del presente.
Molto interessante il lavoro dello scenografo Vermette che costruisce una cabin particolarmente originale, con la prevalenza di forme triangolari, illuminata da enormi finestre dal pavimento al soffitto, che schiacciano i personaggi nella loro inquietudine, isolati eppure esposti, chiusi in uno spazio infelice eppure apparentemente visibili.
L’elemento sovrannaturale è perlomeno dosato con misura, realizzato con grande eleganza e si rivela solo alla fine, come spesso accade nei suoi film. La presenza del Male si manifesta come una tara che si eredita dal passato e si è costretti a onorare.
La sua regia esalta le linee geometriche, il recadrage e i continui riflessi che riempiono il suo film. Il femminismo di fondo che ribalta le attese di morte funziona egregiamente e l’impianto narrativo semplice ed essenziale evita certe derive nella maniera che già cominciavano a manifestarsi.

